Perché, se non fosse donna, Simone Weil sarebbe il più grande filosofo del '900 - Roba da Donne

Perché, se non fosse donna, Simone Weil sarebbe il più grande filosofo del '900

Insegnante, operaia, filosofa, anarchica, mistica: la storia di Simone Weil, una delle menti più brillanti del secolo scorso

Simone Weil la si sente nominare, ma non si sa mai come prenderla”, ha scritto tempo fa Alfonso Berardinelli, in un articolo apparso sul Foglio, spiegando perché la consideri “il maggior filosofo del Novecento”. Non viene sufficientemente letta, sostiene il giornalista, perché “esige molto dal lettore e disturba in particolare gli intellettuali e la loro categoria oggi prevalente, quella degli universitari”.

Ma i suoi articoli e saggi, i suoi diari e aforismi configurano un pensiero straordinariamente coeso e coerente, originale (parola a lei non gradita!) nella sua cartesiana lucidità e in una eroica onestà esistenziale.

Non c’è nessun motivo per non preferirla ad altri filosofi novecenteschi, come Bergson o Sartre, eppure è innegabile la “perdurante distrazione con cui viene trattato dagli intellettuali l’insieme dei suoi scritti”. Berardinelli non accenna mai alla possibilità che Simone Weil sia stata un “autore per pochi” perché donna, ma è lecito pensare che anche questo fattore abbia influito nella ricezione e comprensione della sua opera, insieme al rigore che decise di autoinfliggersi, fino ad arrivare alla morte.

Nata il 3 febbraio 1909 a Parigi, Simone Weil fu abituata alla severità fin da bambina. Figlia di una coppia di agnostici (il padre era però di origine belga), descrisse in seguito la sua famiglia come molto unita, al pari di tante altre della “buona borghesia israelita” del tempo, e attenta all’istruzione.

La principale caratteristica della nostra educazione dipese dal fatto che nostra madre, per tutta la durata della guerra ‘14-‘18, volle seguire nostro padre in tutti i suoi spostamenti. Facevamo un trimestre qui, un trimestre là; abbiamo preso delle lezioni private, delle lezioni per corrispondenza, e ciò ci ha permesso di essere molto più avanti negli studi dei nostri coetanei che avevano seguito i corsi normali.

Simone e il fratello André, diventato poi un noto matematico e collaboratore di Einstein, non ricevettero mai dei giocattoli in regalo, ma solo libri, considerati l’unica forma di svago; inoltre, entrambi crebbero mettendo alla prova la mente e il corpo, persino con gare di resistenza fisica al freddo. A quattordici anni, qualcosa in lei cominciò a scricchiolare: era il continuo confronto con il fratello a incrinare la sua salute mentale.

Ho seriamente pensato alla morte, a causa delle mie mediocri facoltà naturali. Le doti straordinarie di mio fratello […] mi obbligavano a rendermene conto. Non invidiavo i suoi successi esteriori, ma il non poter sperare di entrare in quel regno trascendente dove entrano solamente gli uomini di autentico valore, e dove abita la verità. Preferivo morire piuttosto che vivere senza di essa.

Fu in quel momento che sviluppò per la prima volta una costante di tutta la sua opera: l’anelito alla verità, anche se non supportato da doti naturali, poteva veramente aprire le porti al regno del genio. Simone Weil si dedicò quindi con ancora maggiore vigore agli studi, leggendo e interpretando l’opera di autori come Machiavelli, Spinoza e Marx. Si andava così formando anche la sua coscienza politica e civica, scandagliata attraverso i primi saggi.

Perché tutto il resto può essere imposto dal di fuori con la forza, compresi i movimenti del corpo, ma nulla al mondo può costringere un uomo a esercitare la sua potenza di pensiero, né sottrargli il controllo del proprio pensiero.

In particolare, dedicò gran parte delle sue attenzioni alla condizione del proletariato: negli anni Trenta fece scalpore la sua decisione di distribuire lo stipendio di insegnante di filosofia ad alcuni operai parigini in sciopero, che scortò addirittura in municipio per protestare. Nello stesso periodo si avvicinò agli ambienti anarchici e comunisti, tanto da ospitare Trotsky e la moglie nel suo appartamento.

Il suo corpo, però, non stava bene: non erano più solo le frequenti emicranie a tediarla, ma anche una costante anemia. Del resto già da anni aveva fatto della privazione personale uno stile di vita. Ciò non le impedì di assecondare il desiderio di lavorare come manovale, nel 1934: inesperta, si procurò diverse bruciature e tagli. Licenziata, tornò a insegnare, con la convinzione che la rivolta delle classi deboli fosse possibile.

Con questo spirito, nel 1936 si unì in Spagna alle brigate internazionali che combattevano nella guerra civile, ma la assegnarono ai lavori di cucina. Tornò in Francia pochi mesi dopo, con una posizione mutata riguardo al conflitto. Poi, durante un viaggio ad Assisi, la folgorazione: Simone Weil scoprì il cristianesimo, ma non fece in tempo ad arrivare al battesimo.

Dovremmo essere, così pare, in pieno periodo rivoluzionario; ma di fatto tutto va come se il movimento rivoluzionario decadesse con il regime stesso che aspira a distruggere. Da oltre un secolo, ogni generazione di rivoluzionari ha di volta in volta sperato in una rivoluzione prossima; oggi, questa speranza ha perso tutto ciò che poteva servirle di supporto.

Con l’avvicinarsi della Seconda guerra mondiale, la salute di Simone Weil peggiorò: dopo un arresto a Marsiglia, perché colpevole di aver distribuito volantini contro il Governo di Vichy, la filosofa decise di ritirarsi in campagna, in una fattoria a Saint-Marcel-d’Ardèche. Nel suo periodo mistico, iniziò a cibarsi solo con della frutta e della verdura colta nel bosco e a dormire per terra.

I genitori la convinsero a fuggire insieme a New York, per sfuggire alle persecuzioni naziste, ma una volta giunta negli Stati Uniti, vi rimase per poco. Giunse a Londra, ormai fragile e malata di tubercolosi. Stremata, fu portata in ospedale e morì il 31 agosto del 1943. Qualche anno dopo, Albert Camus si occupò personalmente di far pubblicare i suoi saggi, definendola “l’unico grande spirito del nostro tempo”.

1. Simone Weil, "Attesa di Dio"

Attesa di Dio è una raccolta di scritti composti fra l’autunno del 1941 e la primavera del 194, apparsa postuma nel 1949 per le cure di Joseph-Marie Perrin, l’affabile padre domenicano che fu amico, confidente e destinatario delle sei lettere che, dettate da un ineludibile “bisogno di verità”, costituiscono parte essenziale dell’opera.

2. Simone Weil, "La rivelazione greca"

L’incontro tra Simone Weil e alcuni testi della Grecia antica, innanzitutto l’Iliade, Platone, i pitagorici e i tragici, ha segnato uno dei picchi del secolo scorso. Nulla di quanto la luce della sua mente ha raggiunto è rimasto immutato. In particolare i Vangeli, come se la via regale per capirli non passasse da Gerusalemme, ma da Atene. Il verbo come mediatore, il sovrannaturale e l’innaturale, la bellezza del mondo, il giusto punito, la sventura: sono alcuni dei temi che Simone Weil tratta negli scritti contenuti in La rivelazione greca, non più nella forma altamente condensata dei quaderni, ma in una trattazione distesa, come chiarendo in primo luogo a se stessa le sue abbaglianti intuizioni.

3. Simone Weil, "La persona e il sacro"

Scritto da Simone Weil all’inizio del 1943, poco prima della morte, il breve saggio La persona e il sacro è una sintesi della sua filosofia.

Il diritto non è il bene, se posso farne buono o cattivo uso, invece verità, bellezza, giustizia, compassione sono sempre e ovunque dei beni.

4. Simone Weil, "Lezioni di filosofia"

Nell’anno scolastico 1933-34 a Simone Weil fu assegnata la cattedra di filosofia presso il Lycée de Jeunes Filles di Roanne. Ed è proprio dall’incontro tra questa docente e un’alunna prodigiosa, Anne Guérithault e dagli appunti che questa prendeva, che nascono le Lezioni di filosofia. Suddivise in tre ampie sezioni, le lezioni disegnano un originale percorso teoretico, ricco di osservazioni critiche e di riflessioni metodologiche.

5. Simone Weil, "L'ombra e la grazia"

L’ombra e la grazia è una raccolta di pensieri, aforismi, sentenze e meditazioni che Simone Weill definì “investigazioni spirituali”. Il libro nasce come scelta dalle pagine del “diario intimo” che l’autrice tenne tra il 1940 e il 1942. Vive, in ogni suo pensiero, un profondo “senso universale” illuminato da una luce che trae origine dall’eternità, dall’assoluto, dalla certezza che soltanto l’amore sovrannaturale sia libero, lecito e naturale.

6. Simone Weil, "La prima radice"

Dalla postfazione (scritta da Giancarlo Gaeta) a La prima radice:

L’analisi puntuale dello sradicamento operaio, dello sradicamento contadino e di quello che Simone Weil chiama lo sradicamento geografico, determinato dalla sostituzione dell’idea di nazione a quella di territorio, città, insieme di villaggi, regione, ha lo scopo di rendere evidenti i caratteri della malattia del nostro tempo. Innanzitutto la perdita del senso, nella misura in cui esso si trova assorbito nella ragione di Stato […] Quindi la distruzione di un rapporto pieno con il tempo e lo spazio, vale a dire con la propria storia e il proprio ambiente naturale; di qui il sentimento di discontinuità, frammentazione, estraneità, e in definitiva la riduzione della vita sociale a pura esteriorità..

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