Non ha mai voluto essere definita una “filosofa”, e infatti chiedeva che la sua opera fosse descritta come teoria politica, piuttosto che come filosofia politica, ma Hannah Arendt, al di là di qualsiasi definizione, che apparirebbe comunque semplicistica nei suoi confronti, è stata senza dubbio una delle voci e delle pensatrici più importanti del Novecento.

È stata capace di analizzare con fredda razionalità il male dei totalitarismi e di definirlo “banale”, secondo una della sue frasi più famose, contenuta nell’opera cardine di tutti i suoi scritti, La banalità del male appunto, ricavata dagli articoli scritti per il New Yorker nel corso del processo a Otto Adolf Eichmann, tra il 1960 e il 1952, su cui pendevano 15 imputazioni per crimini contro il popolo ebraico e numerosi crimini di guerra sotto il regime nazista, che lei seguì.

La sua storia personale

Nata da una famiglia ebraica a Linden, che oggi fa parte del comune di Hannover, ebbe una relazione giovanile con il filosofo Martin Heidegger ai tempi in cui seguiva da studentessa all’Università di Marburgo i suoi corsi. Anche dopo aver scoperto i rapporti col nazismo di quest’ultimo Arendt faticherà moltissimo a cancellare l’amore e la devozione che la legarono al suo primo, vero maestro, tanto che anni dopo, in un processo in cui lui fu accusato di aver favorito il regime nazista, lei testimonierà in suo favore.

Nonostante una tesi sul concetto di amore in Sant’Agostino, sotto la tutela del filosofo e psichiatra Karl Jaspers, nel 1933 le fu negata la possibilità di ottenere l’abilitazione all’insegnamento nelle università tedesche, a causa delle sue origini ebraiche, e nello stesso anno, per i medesimi motivi, lasciò la Germania per la Francia, prodigandosi anche per aiutare gli altri ebrei fuggiti dal Paese. Rimase apolide dal 1937 al 1951, anno in cui ottenne la cittadinanza statunitense.

Il pensiero politico

Arendt fu una grande sostenitrice del pluralismo in ambito politico, visto che era il modo, ai suoi occhi, in cui potevano svilupparsi la libertà politica e l’uguaglianza tra persone. In compenso, fu una grande critica della democrazia rappresentativa, a cui preferiva un sistema basato su consigli o su forme di democrazia diretta.

Per le analisi critiche a Socrate, Platone, Aristotele, Kant e allo stesso Heidegger, però, Arendt viene spesso studiata come filosofa, in parte anche per la teoria del totalitarismo e per i lavori sulla filosofia esistenziale.

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In lei assume un nuovo significato anche il concetto greco di “phronesis“, ovvero la capacità di giudicare identificata anche con l’intuizione, che per Arendt assume i connotati di quelle che comunemente viene definito buon senso, perché basato sulla natura del mondo in quanto realtà comune.

Anche il giudizio deve affiancarsi al “peithein” ovvero alla capacità del persuadere, che lo statista o il politico devono possedere per entrare in empatia con la comunità, come ben spiegato in Tra passato e futuro, in cui viene espressa la concezione dell’uomo come essere politico.

La banalità del male

Il suo capolavoro, come detto, è la raccolta di articoli scritti per il New Yorker nel periodo in cui seguì il processo a Otto Adolf Eichmann, gerarca nazista, a Gerusalemme (è stato il primo processo, a svolgersi in Israele, e il primo a distanza di 15 anni da quello di Norimberga), fra il 1960 e il 1962. Ne La banalità del male Arendt solleva la questione che il male possa non essere radicale ma che, al contrario, sia proprio l’assenza di radici, di memoria, del non ritornare sui propri pensieri e sulle proprie azioni mediante un dialogo con se stessi a trasformare personaggi spesso banali in agenti del male.

La stessa banalità è capace di rendere un popolo acquiescente, quando non complice, di terribili misfatti, senza far sentire l’individuo responsabile per i propri crimini, esattamente come è accaduto nella Germania nazista.

Quel che ora penso veramente è che il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso ‘sfida’ come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua ‘banalità’. Solo il bene è profondo e può essere radicale.

Fra i suoi lavori più noti però dev’essere citato anche Le origini del totalitarismo, pubblicato nel 1951, in cui vengono tracciate le radici dello stalinismo e del nazismo, e le loro connessioni con l’antisemitismo. Il libro non fu esente da critiche in quanto comparava due sistemi che, per la gran parte degli studiosi europei e statunitensi, erano diametralmente opposti.

Queste alcune delle opere più famose di Hannah Arendt.

La banalità del male

La banalità del male

Lo scritto più famoso di Hannah Arendt è la raccolta di articoli scritti per il New Yorker durante il processo a Otto Adolf Eichmann, figlio di Karl Adolf e di Maria Schefferling, catturato in un sobborgo di Buenos Aires la sera dell'11 maggio 1960, trasportato in Israele nove giorni dopo e tradotto dinanzi al Tribunale distrettuale di Gerusalemme l'11 aprile 1961, dove doveva rispondere di 15 imputazioni per crimini contro il popolo ebraico e numerosi crimini di guerra sotto il regime nazista. Il Male che Eichmann incarna appare in Arendt "banale", e perciò tanto più terribile, perché i suoi servitori sono grigi burocrati.
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