È effettivamente andato a una donna il premio Nobel per la Letteratura in questo tormentato 2020 segnato dal Covid e dalle celebrazioni virtuali a distanza; non alle super favorite Anne Carson, Jamaica Kincaid o Maryse Condé, e neppure all’italiana Giovanna Giordano, nella rosa dei candidati, ma alla poetessa americana, di origine ungherese, Louise Glück, che diventa così la sedicesima donna ad aggiudicarsi l’importantissimo premio dal 1901, la prima poetessa dopo Wislawa Szymborska, nel 1996.

Non conosciutissima in Italia, Glück è un talento cristallino della poesia, tanto da aver vinto, prima del Nobel, il Pulitzer nel 1993, con la sua raccolta L’iris selvatico, uno dei pochi libri a essere tradotti nel nostro Paese; oggi insegnante di poesia a Yale, nei suoi versi compaiono spesso riferimenti alla vita personale, al vissuto doloroso del suo passato, segnato dall’anoressia nervosa di cui ha sofferto in adolescenza e che ha segnato il fulcro della sua evoluzione, sia come donna che come poetessa. Proprio da lì, infatti, Glück ha deciso di “ricostruirsi” affidandosi a un percorso psicolanalitico che l’ha portata anche ad abbandonare l’università della Columbia.

Pur senza aver mai conseguito la laurea, Louise si è formata sotto l’ala protettrice di un’altra grande poetessa a stelle e strisce, Leonie Adams, esordendo nel 1968 con la raccolta Firstborn, in cui già erano evidenti quelli che sarebbero diventati poi i segni distintivi della sua poetica, ossia l’alternanza di un linguaggio colloquiale con l’uso fluente degli strumenti tradizionali della rima e del metro.

Proprio perché influenzata dai grandi drammi della sua vita, dal disturbo dell’anoressia fino alla perdita di tutti  gli oggetti personali nell’incendio dell’adorata casa in Vermont raccontata nel Triumph of Achilles, la poesia di Glück è sempre stata contraddistinta da un costante conflitto tra opposti: spirito-materia, vita-morte, percezione-delusione. Lo si evince benissimo, ad esempio, in Averno, che prende il nome dal luogo che i Romani credevano essere l’ingresso dell’Oltretomba.

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La motivazione stessa data dal comitato del Nobel, peraltro, fa capire quanto la poesia di Louise Glück sia il riflesso dei grandi conflitti e dolori che ciascuno di noi, prima o poi, prova nella vita. Alla poetessa è andato infatti il premio per “la sua inconfondibile voce poetica, che con austera bellezza rende l’esistenza individuale esperienza universale”. Del resto Louise è spesso stata associata a Emily Dickinson, poetessa con la quale condivide molti dei temi trattati, desiderio, natura, trauma, ma anche la fama di essere potesse “dell’isolamento e della solitudine”.

Madre di un figlio, Noah, oggi sommelier, due mariti e due divorzi alle spalle, nella carriera di Glück c’è stato anche spazio per la polemica; ad esempio in seguito all’uscita di The Drowned Children (I bambini affogati), che le valse l’accusa di essere una donna che odiava i bambini, a causa dei versi in cui uno spettatore, commentando la morte di alcuni bambini caduti in uno stagno ghiacciato, li descrive come “senza giudizio” e ritenga perciò che sia naturale che affoghino. In realtà, questa poesia, nel suo crudo verismo spogliato da ogni pietismo, assomiglia più a una fiaba noir, sospesa tra verità e sogno, come si intravede dai versi

Come se fossero sempre stati
ciechi e senza peso. Quindi
si sogna il resto, la lampada,
il buon panno bianco che copriva la tavola, i
loro corpi.

Glück ha attraverso anche diversi blocchi dello scrittore, nel corso degli anni, rimanendo a lungo in silenzio e tornando a parlare, attraverso i versi, solo in occasioni particolari; una di queste l’11 settembre, che le ha ispirato un lungo poema diviso in sei parti, October, che occupa un intero libro, mai tradotto in italiano, che, esplorando i miti classici, racconta ancora una volta la sofferenza e il trauma.

I can’t hear your voice
for the wind’s cries, whistling over the bare ground
I no longer care
what sound it makes.

(Non riesco a sentire la tua voce/ per le grida del vento, che fischia sulla nuda terra/ Non mi interessa più/ che suono faccia).

Chissà che la vittoria del Nobel non sia l’occasione, anche per il pubblico italiano, di scoprire questa poetessa per cui la poesia sopravvive “attraverso la voce. Per voce intendo lo stile del pensiero, che lo stile del discorso non può sostituire mai in modo convincente”.

 

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