Elizabeth Barrett Browning, le parole della ragazza reclusa e della donna libera

La storia della poetessa inglese Elizabeth Barrett Browning, che si oppose ferocemente alla schiavitù su cui si fondava la fortuna della sua famiglia: per tutta la sua vita lottò contro una malattia misteriosa che la portò lentamente alla morte.

Per tutta la seconda metà dell’Ottocento Elizabeth Barrett Browning fu una delle scrittrici più influenti dell’età vittoriana, amata e citata da contemporanei come Emily Dickinson e Edgar Allen Poe. La apprezzavano nella sua Inghilterra, negli Stati Uniti e in Italia, dove visse gli ultimi anni della sua vita. La sua fama tramontò nel Novecento, tanto che oggi le traduzioni italiane delle sue poesie e del suo romanzo proto-femminista Aurora Leigh sono addirittura fuori catalogo.

“Ci addolora registrare la morte di una persona che ci aveva dato grande speranza come la signora BROWNING”, scrisse il quotidiano London Spectator nel 1861, anno della sua prematura morte, come ricorda il New York Times. La definirono addirittura “la più grande, se non l’unica, donna inglese il cui nome merita di essere classificato tra i nostri veri poeti”, colei che aveva “imparato la difficile lezione di subordinare rigorosamente la grande ricchezza della sua fantasia creativa alla guida di un intelletto calmo e lucido”. E allora perché il suo nome oggi è caduto nell’oblio?

Emily Dickinson e quello che le ha fatto una famiglia che si vergognava di lei

La vita di Elizabeth Barrett Browning

Nata nel 1806 a Durham, in Inghilterra, Elizabeth Barrett Browning visse un’infanzia pressoché idilliaca nella grande tenuta di famiglia nel Worcestershire. Prima di dodici figli, i suoi genitori avevano accumulato una grande fortuna attraverso lo sfruttamento degli schiavi nelle piantagioni di zucchero in Giamaica, un’attività esecrabile portata avanti da secoli da entrambi i rami familiari.

Educata a casa, iniziò a scrivere poesie all’età di quattro anni, mossa anche dalle letture precoci dei classici di Dante, Milton e Shakespeare, a cui seguirono molte altre letture importanti per la sua formazione personale, compreso il trattato Sui diritti delle donne di Mary Wollstonecraft. Il padre sosteneva la sua vocazione poetica, tanto da pubblicare privatamente una raccolta delle sue poesie da distribuire al resto della famiglia, quando lei era poco più che adolescente.

Nel 1821 fu però colpita da una misteriosa malattia, che gravò su di lei per tutto il resto della sua vita, causandole emicranie lancinanti e dolori alla schiena, oltre che palpitazioni cardiache ed esaurimento fisico. I medici del suo tempo non riuscirono mai a offrire una risposta al suo malessere e solo in epoca moderna si ipotizzò che soffrisse di paralisi periodica ipocaliemica, una condizione genetica che fa abbassare i livelli di potassio nel sangue.

Fragile nel corpo e nello spirito, costretta a casa in una situazione di semi-infermità, cadde in una profonda depressione che solo la poesia riuscì a mitigare. Introdotta nella società letteraria inglese, nel 1838 pubblicò la sua prima raccolta di liriche, che diede il via a un periodo prolifico della sua carriera; la fama giunse poi nel 1844 con il volume Poems, che cambiò per sempre la sua vita.

Nel frattempo la rivolta degli schiavi in Giamaica aveva finalmente messo fine all’attività di suo padre, che perse gran parte dei suoi averi, costringendo la famiglia a trasferirsi a Londra. Fu una soddisfazione per lei, che da donna libera qual era aveva sempre osteggiato l’attività dei Barrett, tanto da arrivare a comporre The Runaway Slave at Pilgrim’s Point, una poesia abolizionista in cui si immedesimava in una schiava in fuga. Con lo stesso spirito aveva scritto The cry of children, un atto di denuncia verso lo sfruttamento dei bambini lavoratori.

Lo sentite il pianto dei bambini, O miei fratelli,
prima che la tristezza arrivi con gli anni?
Essi appoggiano le loro giovani teste contro le loro madri,
e questo non ferma le loro lacrime.
I piccoli agnelli belano nei prati,
i giovani uccelli cinguettano nel nido,
i giovani cerbiatti giocano con le ombre,
i fiorellini si piegano verso ovest-
Ma i giovani, giovani bambini, O miei fratelli,
piangono amaramente!
Piangono nella ricreazione degli altri,
nel paese della libertà (Inghilterra).

Charlotte Brontë, che scriveva al marito di un'altra con il permesso della moglie

L’amore

Il suo lavoro ispirò lo scrittore Robert Browning, che volle a tutti i costi conoscerla; nel 1845 riuscì finalmente a organizzare un incontro grazie a un comune amico. Dopo un lungo scambio epistolare, la storia d’amore sbocciata subito tra i due riaccese la vena creativa della poetessa, che si era inaridita; tuttavia, come nella migliore delle tradizioni romantiche, la loro relazione fu vessata dalla sua stessa famiglia.

Quando decise di sposare l’amato, più giovane di lei di sei anni, suo padre decise infatti di diseredarla. Dalla liaison osteggiata nacque la raccolta Sonnets From the Portuguese, una serie di sonetti dedicati all’uomo destinato a restare al suo fianco per sempre; tra i componimenti c’era anche il Sonnet 43, una delle sue poesie più note.

In quanti modi ti amo? Fammeli contare.
Ti amo fino alla profondità, alla larghezza e all’altezza
Che la mia anima può raggiungere, quando partecipa invisibile
Agli scopi dell’Esistenza e della Grazia ideale.
Ti amo al pari della più modesta necessità
Di ogni giorno, al sole e al lume di candela.
Ti amo generosamente, come chi si batte per la Giustizia;
Ti amo con purezza, come chi si volge dalla Preghiera.
Ti amo con la passione che gettavo
Nei miei trascorsi dolori, e con la fiducia della mia infanzia.
Ti amo di un amore che credevo perduto
Insieme ai miei perduti santi, – ti amo col respiro,
I sorrisi, le lacrime, di tutta la mia vita! – e, se Dio vorrà,
Ti amerò ancora di più dopo la morte.

I Browning decisero di trasferirsi in Italia, a Firenze, dove avrebbero vissuto liberamente, e lì rimasero quasi ininterrottamente per il resto dei loro giorni insieme. Il clima italiano e le attenzioni del marito migliorarono la sua salute e nel 1849, all’età di 43 anni, Elizabeth Barrett Browning diede alla luce il loro primo e unico figlio Robert.

Nel 1856 pubblicò Aurora Leigh, una sorta di romanzo in versi che raccontava la storia della vita di una donna alla ricerca della propria emancipazione. Il libro rifletteva l’esperienza dell’autrice in un’epoca in cui le prime idee di femminismo avevano appena iniziando a germogliare. Scrittrice irrequieta e per molti versi moderna, che mirava a una costante innovazione e alla rottura con le convenzioni, superò i classici temi romantici e storici allora considerati appropriati per una donna, approfondendo argomenti filosofici, personali e politici.

Mentre la famiglia si trovava a Roma, nel 1860 la salute della poetessa tornò gradualmente a declinare. Nonostante il ritorno nell’amata Firenze, le sofferenze aumentarono, fino alla morte nel giugno dell’anno seguente. Elizabeth Barrett Browning spirò tra le braccia del marito, che raccontò come fosse tutto accaduto dolcemente: lei aveva sul volto il sorriso di una ragazzina stanca ma felice e l’ultima parola pronunciata fu “Bellissimo”.

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