Herta Muller e il suo doppio, la donna divisa in due

La scrittrice rumena di lingua tedesca ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura, nel 2009, per la sua capacità di «rappresentare il mondo dei diseredati». Anche la sua vita, però, è stata costellata di traumi e dolori. Scopriamola insieme.

C’è un filo rosso che percorre la vita, privata e letteraria, di Herta Müller: è la paura, la pervasività del trauma e il suo presentarsi costante.

La scrittrice rumena di lingua tedesca, vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura nel 2009, ha, infatti, dovuto imparare molto presto a convivere con il giogo della dittatura e le molteplici forme della repressione, abbracciando un’esistenza da esule e ribelle.

E lo ha fatto proprio attraverso la creazione di mondi “altri”, ma strettamente connessi alla realtà di dolore vissuta negli anni del regime comunista di Nicolae Ceaușescu. Una sorta di catarsi politica e umana, dunque, con cui la scrittrice ha tentato di affrancarsi dal peso della paura e, al contempo, di osservarlo in tutte le sue sfaccettature, senza mai tirarsi indietro di fronte alla sua spietata crudeltà.

Proprio come si evince dalle sue opere, in cui i protagonisti – perlopiù donne – si ritrovano spesso a fare i conti con i concetti di identità, patria e scollamento, da sé, dalla propria nazione, dal proprio essere. Alla perpetua ricerca di un senso e di una via d’uscita dalla paura.

Chi è Herta Müller

Herta Muller
Fonte: DW

Herta Müller è nata il 17 agosto 1953 a Niţchidorf, nella regione del Banato in Romania, da una famiglia di contadini della minoranza tedesca degli svevi.

Il padre aveva fatto parte delle Waffen-SS nel corso della Seconda Guerra Mondiale, in occasione dell’alleanza della Romania con la Germania nazista. La madre, invece, fu una delle vittime della deportazione di tutti i cittadini rumeni di madrelingua tedesca ordinata dall’Unione Sovietica di Stalin alla conclusione del conflitto.

Il rapporto con il padre, in particolare, è sempre stato uno dei cardini del dolore di Müller. Come riporta Diacritica:

La maggior parte degli appartenenti alla minoranza tedesca del Banato, e così in Transilvania, era entusiasta di Hitler: anche mio padre.

Un uomo colpevole, disonesto e silenzioso di fronte alla barbarie commessa dai nazisti, alcolizzato e pregno d’ira, e solo dopo la morte del quale l’autrice trovò il coraggio di iniziare a scrivere, sebbene la scrittura non fosse mai stata una sua priorità.

Siccome, però, lo scrivere si era introdotto in questa maniera, io fin dall’inizio, e poi sempre di nuovo, ho scritto di mio padre, perché la sua vita, quando ancora la viveva, si è costantemente riflessa nella mia. Ciò era connesso alla consapevolezza che avrei dovuto amarlo, pur non riuscendoci – e, nello stesso tempo, sapevo che lo amavo, pur non volendolo.

Herta Müller cresce, perciò, in un ambiente fortemente rurale e dominato dalla presenza tedesca, al punto che imparò il rumeno solo nel corso dei primi anni del liceo. Dopo gli studi in Filologia all’Università di Timişoara, nel 1976 inizia a lavorare come traduttrice in un’azienda ingegneristica, e proprio qui l’autrice va incontro alla prima, grande, svolta della sua vita.

I servizi segreti del regime comunista rumeno, la Securitate, le chiesero, infatti, di diventare una spia presso la sua minoranza etnica e tra gli operai, in quanto tedesca in terra rumena e scrittrice “ai margini”. Müller rifiutò, e prese, così, avvio la sua persecuzione da parte del regime.

La prima conseguenza fu, appunto, quella di far credere ai colleghi di aver accettato di divenire un’informatrice. Come ha ricordato lei stessa nel discorso tenuto alla consegna del Nobel:

Era la cosa più brutta: dagli attacchi ci si può difendere, contro la calunnia si è impotenti. Ogni giorno mi aspettavo di tutto, anche la morte. La calunnia ti riempie di lordura, soffochi perché non puoi difenderti. Nell’opinione dei colleghi io ero esattamente quel che avevo rifiutato di essere. Se li avessi spiati si sarebbero fidati di me, senza sospettare nulla. In sostanza, mi punivano perché li risparmiavo.

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Le opere e la fuga dalla Romania

Ed è proprio in questi anni che prende vita, inoltre, il “doppio” di Herta Müller: “Cristina”. Nel 2004, infatti, la scrittrice ebbe modo di visionare il fascicolo che la Securitate di Bucarest aveva preparato ai suoi danni.

Tra i documenti raccolti – più di 200 pagine racchiuse in un dossier, peraltro incompleto –, spicca, appunto, il nome in codice “Cristina”, ossia “l’alter ego” costruito ad hoc dai servizi segreti e arma della disinformazione con cui Müller fu distrutta dal regime, poiché dipinta come una spia e fonte delle diffidenze delle persone che a lei si rivolgevano.

Come confessa la stessa scrittrice:

Dovunque arrivassi, mi sono trovata a dover convivere con questo mio doppio. Non si limitavano a mandarmelo al seguito, succedeva anche che mi precorresse. Benché sin dall’inizio io abbia scritto sempre e soltanto contro la dittatura, il mio doppio continua fino a oggi a battere la sua strada per i fatti propri. Si è reso autonomo.

Ne è derivato, così, un racconto autobiografico edito da Sellerio, Cristina e il suo doppio, in cui Herta Müller compie una lucida e minuziosa disamina circa «l’arma più micidiale in mano al potere opaco»: la disinformazione,

più sottile della semplice calunnia, che agisce soprattutto tra i nemici, [perché essa] punta, invece, a distruggere le vittime nel campo degli amici, seminando quei dubbi e sospetti che proprio gli amici debbono temere.

Cristina e il suo doppio

Cristina e il suo doppio

Nome in codice: "Cristina". È così che Herta Müller venne denominata dalla Securitate di Bucarest, impegnata, negli anni del regime, a distruggerne la figura. Dopo averne visionato i documenti, la scrittrice ha deciso di redigere un "racconto autobiografico" per esaminare una delle armi più spietate dei Servizi segreti: la disinformazione.
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Un altro tuffo nei ricordi atroci dei momenti di persecuzione viene offerto, ancora, da uno degli ultimi romanzi pubblicati in italiano (ma scritto nel 1992) da Feltrinelli, La volpe era già il cacciatore, a proposito del quale la scrittrice ha dichiarato, al Goethe-Institut Italien, che:

Già a partire dal titolo, si comprende che il romanzo ha a che fare con la mia biografia. Una volta, avevo una pelle di volpe che tenevo stesa in casa e che avevo comprato quando ero adolescente: mia madre voleva regalarmela per Natale affinché la usassi come colletto da cappotto. Ma una volta acquistata, la pelle era così bella che non ho voluto farla tagliare. […] Così la volpe ha traslocato con me in ciascuno dei miei appartamenti, finché non ho avuto un grosso problema con la polizia segreta.

Continua Müller:

A quel tempo, lavoravo in una fabbrica e la volpe era diventata un pericolo. Era stesa sul pavimento del mio appartamento e ogni due settimane ne veniva smembrato un pezzo. La testa fu la prima a essere tagliata, poi le zampe e, infine, la coda. A quel punto, ho riflettuto se liberarmene. Ho deciso, invece, di lasciarla lì e di ricomporre le sue parti. Ho pensato che sarebbe stato meglio continuare a vedere che vivevo nel pericolo. La volpe, quindi, era diventata, per così dire, un monito: era una cacciatrice, ma anche un avvertimento. Mi ricordava di quando, in mia assenza, i Servizi erano entrati in casa mia.

La volpe era già il cacciatore

La volpe era già il cacciatore

Pubblicato in Italia nel 2020 ma scritto tra il 1991 e il 1992, il romanzo ripercorre la vita di Adina, presa di mira dai servizi segreti e una sorta di "alter ego" della scrittrice, di cui la protagonista veicola i soprusi ricevuti. A essa si affiancano anche le vicende di Clara, Pavel e Paul.
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In seguito al diniego di diventare una spia e al conseguente licenziamento, Herta Müller sopravvisse facendo la maestra d’asilo e l’insegnante di lingua tedesca. Fino alla seconda, determinante, svolta della sua vita.

Nel 1987, infatti, l’autrice riuscì a fuggire dalla Romania e ad approdare, in compagnia del marito – lo scrittore Richard Wagner – a Berlino, dove divenne docente universitaria.

In questo contesto prende avvio anche la carriera letteraria di Müller, finalmente libera di scrivere senza le ingerenze della censura, già percepibili nel suo primo romanzo, Bassure, scritto nel 1982 e testimonianza della violenza del regime resa attraverso gli occhi di un bambino.

L’esperienza dell’esilio in Germania, invece, è delineata nel romanzo In viaggio su una gamba sola, dove domina la figura di Irene e in cui la paura – la vera protagonista del testo – è resa mediante un linguaggio ricco di suggestioni e immagini vivide, dominato da uno stile pregno di emozioni e nervature liriche.

In viaggio su una gamba sola

In viaggio su una gamba sola

In seguito alla fuga dalla Romania e all'arrivo a Berlino, Herta Müller decide di narrare attraverso l'inchiostro e le parole il dolore dell'esilio, lasciandosi trasportare dal potere vivido delle immagini e dai sentimenti di perdita, nostalgia e scollamento. Il tutto reso con uno stile tagliente e incisivo.
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Fino a giungere all’acme costituita da L’altalena del respiro: il romanzo, pubblicato nel 2009, in cui Herta Müller denuncia gli orrori subiti dai rumeni di lingua tedesca nei campi di lavoro sovietici (tra cui era annoverata anche sua madre). A essere indagati, in questo caso, non sono i sentimenti di paura e l’ansia della fuga, bensì i quesiti morali e la percezione della catastrofe, tra alienazione, perdita di dignità e disperazione.

Nell’ottobre dello stesso anno, Herta Müller vinse il Premio Nobel della Letteratura con questa motivazione:

Con la concentrazione della poesia e la franchezza della prosa ha rappresentato il mondo dei diseredati.

E chi meglio di lei, che, ancora oggi, vive con l’ombra del suo eterno doppio: alla costante ricerca di una via di fuga dagli incubi del passato.

L'altalena del respiro

L'altalena del respiro

In questo romanzo intenso, Herta Müller affronta il dolore della deportazione della minoranza tedesca rumena nei campi di lavoro forzato dell'Ucraina, avvenuta nel corso del gennaio 1945, a conflitto non ancora concluso. Il testo si basa soprattutto sui ricordi del poeta rumeno tedesco Oskar Pastior, scomparso nel 2006.
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Articolo originale pubblicato il 22 Luglio 2021

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