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La lettera alla sorella morta e quel vizio di Annie Ernaux di scrivere la vita

Un'esistenza scandagliata attraverso le parole: la scrittrice Annie Ernaux ha affidato ai suoi libri tutti i ricordi di famiglia, anche quelli più dolorosi

La scrittura di Annie Ernaux è tormentata e braccata dalla memoria. In uno dei suoi libri più amati, Gli Anni, sostiene che scrivere serve per “salvare qualcosa del tempo in cui non saremo mai più”. Sottrarre all’oblio è un’operazione necessaria e salvifica per lei, e riguarda anche i momenti più insignificanti della vita.

Può essere andare al supermercato o prendere un treno, ma è sempre l’attimo che conta, i pensieri e le sensazioni che affollano il cuore e la mente in quell’esatto e apparentemente prescindibile contesto. E poi ci sono i fantasmi, intesi non come presenze misteriose, ma come i piccoli inganni con cui i vivi si illudono di mantenere viva la memoria delle persone.

Tra gli spettri che popolano le opere autobiografiche di Annie Ernaux c’è anche quello della sorella. Non può trattarsi di veri ricordi, perché la scrittrice scoprì quando era ancora bambina che i suoi genitori avevano avuto un’altra figlia, morta ancor prima che lei nascesse. Lo scoprì per caso, una domenica di tanti anni prima, dalla viva voce di sua madre, e quell’epifania cambiò per sempre la sua vita.

In quel momento si rese conto di non essere più una bambina, ma di doversi abituare al fatto di essere donna e scrittrice. Nacque così L’altra figlia, lettera aperta alla sorella mai conosciuta.

È una foto color seppia, ovale, incollata sul cartone ingiallito di un libretto, mostra un neonato di tre quarti seduto in equilibrio su cuscini decorati, sovrapposti. Ha indosso un camicino ricamato, chiuso da una sola asola a cordoncino, ampio, con un fiocco fissato poco dietro la spalla, come un grosso fiore o le ali di una farfalla gigante. Un bebè magrolino, lungo lungo, con le gambe aperte, tese, che arrivano a toccare il piano del tavolo. Arrotolato sulla fronte bombata ha un boccolo di capelli scuri, sgrana gli occhi con un’intensità quasi divorante. Sembra agitare le braccia, spalancate come quelle di un bambolotto. Si direbbe che stia per tirarsi su. In calce alla foto, la firma del fotografo – M. Ridel, Lillebonne –, le cui iniziali intrecciate ornano anche l’angolo in alto a sinistra della copertina, molto sporca e mezzo sfaldata. Quando ero piccola credevo si trattasse di me, doveva avermelo detto qualcuno. Non sono io, sei tu.

Quella è dunque sua sorella, ma allo stesso tempo non lo è. “Non abbiamo giocato, mangiato, dormito insieme”, continua Annie Ernaux. “Non ti ho mai toccata, abbracciata. Non conosco il colore dei tuoi occhi. Non ti ho mai vista. Sei senza corpo, senza voce, sei giusto un’immagine piatta su qualche foto in bianco e nero”. Inesorabilmente, però, da quelle impalpabili vestigia si solleva un soffio di vita, quella di una bambina che avrebbe potuto essere, ma che non è stata. Ed emerge anche l’ombra dei genitori della scrittrice, che popolano anche altri suoi libri.

Nata in Normandia a ridosso della Seconda Guerra Mondiale, nel 1940, Annie Ernaux visse il classico passaggio dalla classe contadina a quella borghese. Era difficile fare i conti con l’infanzia in campagna, con i genitori di estrazione umile, e un nuovo contesto sociale benestante, raggiunto grazie agli studi e al lavoro come insegnante di liceo e poi come scrittrice. Intervistata recentemente dal Corriere, ha parlato della dimensione autobiografica dei suoi romanzi.

Scrivere all’interno di un genere ben preciso è un freno alla creazione. All’inizio nei miei libri ho messo in luce la differenza tra il mondo dei dominanti e quello dei dominati, partendo dall’esperienza da cui vengo, anche con aspetti intimi e personali. Sono una transfuga di classe, dal mondo operaio dei miei genitori, diventando insegnante mi sono lasciata alle spalle la classe d’origine, questo mi ha portata a sentire sempre molto il tema delle lotte sociali. Mentre scrivo, non voglio farlo alla luce delle mie convinzioni politiche, ma rievocando quel periodo per quello che è stato vissuto. Elaborando il mio privato sono sempre consapevole della difficoltà di cogliere il senso del presente. Forse alla base della mia scrittura c’è sempre il tentativo di spiegare il dolore, di certo il filo rosso che accomuna molti dei miei libri è il senso di colpa.

Qui di seguito una lista delle opere di Annie:

1. Annie Ernaux, "L'altra figlia"

 

In un’assolata domenica d’estate una bambina ascolta per caso una conversazione della madre, e la sua vita cambia per sempre: i genitori hanno avuto un’altra figlia, morta ancora piccola due anni prima che lei nascesse. È una rivelazione che diviene spartiacque di un’infanzia, segna il destino di una donna e di una scrittrice ed è al centro de L’altra figlia.

2. Annie Ernaux, "La vergogna"

 

Nel giugno del 1952, l’universo del bar-alimentari dell’infanzia di Ernaux viene sconvolto da un episodio spartiacque, terrificante: durante una lite il padre cerca di uccidere la madre, salvata forse solo dal provvidenziale intervento della figlia dodicenne. Attraverso il quotidiano confronto con le compagne di scuola, tutte borghesi, il rapporto con il mondo contadino di provenienza si incrina. In La vergogna, Annie Ernaux affronta di petto l’indicibile: il trauma e l’onta che hanno acceso in lei il desiderio di ribellarsi e di scrivere.

3. Annie Ernaux, "Memoria di ragazza"

 

In Memoria di ragazza, Annie Ernaux rivive l’età di passaggio che la trasformò in donna e in scrittrice, interrogandosi sui pensieri, le aspettative, i disturbi alimentari e le angosce della fertilità di una ragazza del ’58. In pagine piene di inquietudini e dolori segreti, traboccanti di slanci e di canzoni, è la vergogna del passato a generare la memoria, rivelandosi inaspettato dono, irrinunciabile arma in quella «colluttazione con il reale» che è al cuore dell’impresa letteraria di Ernaux.

4. Annie Ernaux, "Gli anni"

 

Gli anni, romanzo autobiografico e cronaca collettiva del nostro mondo dal dopoguerra a oggi, mette al centro della narrazione la memoria. Annie Ernaux parla di Liberazione, maternità, del ’68 e di emancipazione femminile, regalandosi “un’autobiografia impersonale” in cui vita e morte si alternano nella luce abbagliante della bellezza del mondo.

5. Annie Ernaux, "Il posto"

 

Il posto è la storia di un uomo, prima contadino, poi operaio, infine gestore di un bar-drogheria in una città della provincia normanna, raccontata con precisione chirurgica dalla figlia scrittrice. La storia di una donna che si affranca con dolorosa tenerezza dalle proprie origini e scrive dei suoi genitori alla ricerca di un ormai impossibile linguaggio comune.

6. Annie Ernaux, "Una donna"

 

Una donna è il ritratto della madre di Annie Ernaux, che la descrive dopo la sua morte, delineando un ritratto esemplare di una donna del Novecento. La miseria contadina, il lavoro da operaia, il riscatto come piccola commerciante, lo sprofondare nel buio della malattia, e tutt’attorno la talvolta incomprensibile evoluzione del mondo, degli orizzonti, dei desideri.

Una donna

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