Perché faceva paura Rosa Luxemburg, uccisa per le sue idee e gettata in un canale - Roba da Donne

Perché faceva paura Rosa Luxemburg, uccisa per le sue idee e gettata in un canale

La storia della rivoluzionaria polacca che sperava sognava la rivoluzione: in una lettera scrisse che sperava di "morire sulle barricate"

“Ora è sparita anche la Rosa rossa, / non si sa dov’è sepolta. / Siccome ai poveri ha detto la verità / i ricchi l’hanno spedita nell’aldilà”: Bertolt Brecht, poeta e drammaturgo, celebrò con questi versi la vita di Rosa Luxemburg, la filosofa e attivista polacca uccisa a sangue freddo dai tedeschi nel 1919, dopo il tentativo di rivolta verso la Repubblica di Weimar.

Nata il 5 marzo 1871 a Zamość, in Polonia, apparteneva a un’agiata famiglia di origine ebraica, ma ciò non le impedì di appassionarsi alle sorti di chi era nato in un contesto sociale più svantaggiato del suo. Costretta a zoppicare fin dalla giovane età per via di un problema all’anca, imparò a leggere e scrivere da sola e si dedicò febbrilmente allo studio, appassionandosi agli scritti di Marx ed Engels. Non ancora maggiorenne, piena di vita e spinta dagli ideali socialisti, nel 1886 si unì al gruppo rivoluzionario clandestino Proletariat.

Costretta a lasciare il suo Paese dopo l’ondata di scioperi e manifestazioni del 1889, che portò all’arresto di molti studenti e amici, Rosa Luxemburg scappò in Svizzera e lì si laureò prima in filosofia, poi in giurisprudenza, appassionandosi però anche agli studi di botanica e scienze naturali. In una delle sue tante lettere, oggi pubblicate in diverse antologie, raccontava proprio la gioia scaturita dal contatto con la natura.

Alla fine, tutto sarà ben ricapitolato; e se così non sarà io proprio me ne infischio, anche senza la vita è per me una tale fonte di gioia: tutte le mattine ispeziono scrupolosamente le gemme di ogni mio arbusto e verifico dove ce ne sono; ogni giorno faccio visita a una coccinella rossa con due puntini neri sul dorso che da una settimana mantengo in vita su un ramo, in un batuffolo di calda ovatta nonostante il vento e il freddo; osservo le nuvole, sempre più belle e senza sosta diverse, e in fondo io non mi considero più importante di quella piccola coccinella e, piena del senso della mia infima piccolezza, mi sento ineffabilmente felice.

A Zurigo, dove viveva ormai stabilmente, Rosa Luxemburg conobbe il rivoluzionario Leo Jogiches, che rimase al suo fianco fino al 1907. Come ricorda Repubblica, da quel momento la sua attività politica si fece sempre più serrata. Credeva nell’imminente crollo del sistema capitalista, con un conseguente rischio di precipitare nella barbarie: l’unico antidoto alla reazione militare e all’anarchia per lei era il socialismo. Il suo pensiero era però libero e in movimento.

Non esistono apparati di partito buoni o cattivi; sono tutti conservatori per natura. […] Chi non si “muove” non può rendersi conto delle proprie catene!

Diventata cittadina tedesca grazie a un matrimonio di convenienza, nel 1898 si trasferì a Berlino e lì diventò uno dei dirigenti dell’SPD, il partito socialdemocratico tedesco. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale si schierò come pacifista e nel 1915 fondò con Karl Liebknecht il Gruppo Internazionale, diventato poi Lega Spartachista e infine Partito Comunista di Germania. Un anno dopo fu arrestata durante uno sciopero e condannata a due anni di carcere. Ciò non le impedì di scrivere lettere e articoli, senza risparmiare critiche a Lenin e Trotzky.

Una volta uscita, nel 1918, si fiondò nuovamente anima e corpo nella vita politica, partecipando attivamente alla Rivoluzione tedesca del novembre dello stesso anno. Il tentativo fallì e il 15 gennaio 1919 Rosa Luxemburg fu rapita insieme a Liebknecht dai soldati dei Freikorps, i gruppi paramilitari del governo, uccisa e gettata in un canale. Il suo corpo venne ritrovato nel maggio successivo e tumulato nel principale cimitero berlinese, ma la tomba venne poi distrutta nel 1935 dai nazisti. Prima di morire, mentre si trovava ancora in carcere, scrisse una struggente lettera all’amica Sonja Liebknecht.

Oh, Sonjuščka, qui ho provato un forte dolore. Nel cortile dove passeggio arrivano spesso dei carri dell’esercito stracarichi di sacchi o vecchie casacche e camicie militari, spesso con macchie di sangue. Recentemente è arrivato uno di questi carri, tirato da bufali invece che da cavalli. […] Provengono dalla Romania. I soldati raccontarono che fu molto faticoso catturare questi animali selvaggi e ancor più difficile, essendo abituati alla libertà, usarli come animali da tiro. Furono orribilmente percossi finché non capirono che avevano perso la guerra. […] Come erano lontani, irraggiungibili, perduti i bei pascoli liberi e rigogliosi della Romania! Com’era diverso lì lo splendore del sole, il soffio del vento, com’erano diverse le belle voci degli uccelli che lì si udivano, o il melodico muggito dei buoi! E qui: questa città straniera, orribile, la stalla umida, il fieno ammuffito, nauseante, misto di paglia fradicia, gli uomini estranei, terribili e le percosse, il sangue che colava dalla ferita fresca.

Nella descrizione di un bufalo che sanguina per le percosse subite dai soldati tedeschi, emerge un senso di profonda empatia non solo verso gli animali, ma per gli altri prigionieri e i popoli vessati.

Oh, mio povero bufalo, mio povero, amato fratello, noi due stiamo qui impotenti e muti e siamo uniti solo nel dolore, nell’impotenza, nella nostalgia. […] Intanto i detenuti si muovevano affaccendati attorno al carro, scaricavano i pesanti sacchi e li trascinavano nella casa; il soldato, invece, con le due mani nelle tasche passeggiava a grandi passi per il cortile, rideva e fischiettava una canzonetta. E così mi passò dinanzi tutta la magnifica guerra.

1. Rosa Luxemburg, "Dappertutto è la felicità"

Nelle lettere ai compagni e alle amiche di Dappertutto è la felicità, Rosa Luxemburg dà voce a una libertà indomita e felice, un’arte della gioia curiosa e stupita, e ci consegna il ritratto di una donna che ha scelto la verità battendosi con geniale passione perché assomigliasse alla bellezza.

2. Rosa Luxemburg, "Lettere di lotta e disperato amore"

Lettere di lotta e disperato amore è un epistolario cruciale per penetrare nella dimensione umana più profonda di una delle più importanti protagoniste del primo Novecento.

3. Rosa Luxemburg, "L'accumulazione del capitale"

Il capitalismo internazionale non può non generare, prima o poi, “un periodo di catastrofi”. Si comprende quanto sia più che mai attuale quest’affermazione che costituisce la tesi di fondo de L’accumulazione del capitale, il principale testo di teoria economica di Rosa Luxemburg, pubblicato a Berlino nel 1913.

4. Rosa Luxemburg, "Socialismo, democrazia, rivoluzione"

Il saggio Socialismo, democrazia, rivoluzione offre una testimonianza della sua originalità e acutezza teorica, da quando giovanissima si impose con i suoi appassionati interventi critici nell’ambito del dibattito sul “revisionismo” di Bernstein, agli scritti battaglieri – a volte convergenti, a volte in contrasto ora con Kautsky, ora con Lenin – sulla questione nazionale, sul ruolo del soggetto rivoluzionario, contro la guerra acutamente predetta come inevitabile tendenza del capitalismo.

5. Sergio Dalmasso, "Una donna chiamata rivoluzione"

Malgrado le sue opere siano tra i classici fondamentali del marxismo e la sua vita un esempio di coerenza e coraggio impossibile da mettere in discussione, i libri di Rosa Luxemburg restano misconosciuti e la sua eredità a dir poco problematica. Ma chi era Rosa Luxemburg? Quali furono i luoghi in cui avvenne la sua formazione giovanile, quali le temperie culturali che agitarono il suo tempo, chi i suoi inseparabili compagni di strada e chi, al contrario, i suoi principali avversari politici? Nella biografia Una donna chiamata rivoluzione, Sergio Dalmasso ricostruisce con la mente e con il cuore la storia di Rosa Luxemburg, la sua inesauribile battaglia contro il riformismo e la sua inesorabile opposizione al processo di burocratizzazione a cui nessuno struttura può dirsi immune.

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