Nel 1917, l’anno più drammatico della Prima guerra mondiale, tante famiglie restavano appese alle poche notizie filtrate da radio e giornali. Tra di loro c’era anche quella di Fausta Cialente, che molti anni dopo raccontò quei giorni (e quegli anni) nel romanzo Le quattro ragazze Wieselberger, vincitore del Premio Strega nel 1976, che si ispirava proprio alla sua infanzia e gioventù.

Non aveva ancora vent’anni, ma il tumulto di quel drammatico periodo stava già plasmando la sua coscienza politica e sociale. Dalla descrizione del padre, che tratteggiò ispirandosi ai suoi ricordi personali, emergeva chiaramente il senso di insofferenza che l’avrebbe presto spinta all’indipendenza.

Il solo effetto che da noi si poteva cogliere era che gli scioperi nelle fabbriche si facevano più frequenti e più aggressivi, la parola “rivoluzione” circolava da un pezzo – e mio padre corrugava la fronte. Non gli piaceva, quella parola, è chiaro; e nemmeno che le donne, costrette a sostituire gli uomini e a farsi operaie, si agitassero tanto e andassero per le strade urlando a contestare la guerra, a chiedere pane e pace. A me sembrava giusto, invece, una finestra s’era, per esse, fortunatamente spalancata sul mondo e sulla realtà, ma a lui le donne piacevano a casa, era indubbio; ancora meglio nel letto degli uomini, le “male arti” a loro esclusivo servizio, anche se camuffate nel matrimonio.

Una donna immensa chiamata Matilde Serao

Come ricorda un articolo di qualche tempo fa, apparso sull’Unità, il ricordo di Fausta Cialente oggi si è ingiustamente affievolito, nonostante sia stata una delle scrittrici più importanti del Novecento. Forse perché era una figura atipica e troppo moderna, persino nella sua biografia. Lei stessa, in un’introduzione a una sua raccolta di racconti, aveva detto “d’italiano credo di avere solo la lingua nella quale mi esprimo, e anche questa per puro caso“.

Si sentiva “straniera dappertutto”: figlia di una nobildonna triestina, Elsa Wieselberger, e di un ufficiale di fanteria aquilano, nacque in Sardegna nel 1898 ma passò tutta la sua infanzia da un luogo all’altro, seguendo gli spostamenti del padre. Prima dei vent’anni visse tra Jesi, Senigallia, Ancona, Roma, Firenze, Genova, Milano, ma si formò culturalmente soprattutto a Trieste, la città della madre.

Legatissima al fratello Renato, diventato poi un celebre attore, trovò nel matrimonio l’unica via di fuga possibile dall’ambiente familiare e da un padre difficile da capire e accettare. Si sposò così, nel 1921, con un compositore molto più grande di lei, Enrico Terni, con cui si trasferì ad Alessandria d’Egitto e da cui ebbe l’unica figlia, Lionella.

Mentre l’Italia si sgretolava sotto l’ideologia fascista, Fausta Cialente osservava da lontano provando sgomento, trovando rifugio solo nella ricca biblioteca del marito. Lei stessa fu una delle vittime del clima asfissiante e dittatoriale italiano, in seguito alla pubblicazione del suo coraggioso romanzo d’esordio, Natalia. La sua decisione di parlare di una storia d’amore tra donne venne lodata dalla critica, ma osteggiata dai poteri forti: fu così che la censura fascista decise di mettersi di traverso.

Quando l’editore mi rimandò al Cairo il libro con i tagli della censura, tutti segnati in bell’inchiostro rosso, mi accorsi che con uguale attenzione erano state soppresse le pagine critiche verso la guerra e la sua utilità.

Il libro venne ripubblicato in Italia solo dopo la guerra, mentre ottenne subito un grande successo in Francia. Pur proseguendo la sua attività letteraria, con grande apprezzamento dei critici, durante la Seconda guerra mondiale decise di dare il suo contributo alla Resistenza dall’Egitto. Iniziò a collaborare con Radio Cairo, conducendo un programma di propaganda antifascista, realizzò materiale per i volantini della Raf e diresse un giornale.

Si allontanò per anni dalla letteratura e dalla sua stessa vita privata, legandosi brevemente a un capitano dell’esercito britannico e partendo persino in missione in Palestina. Alla fine del conflitto lasciò il marito e tornò a vivere in Italia, tra Roma e Varese. Ricominciò a dedicarsi alla scrittura solo negli anni Sessanta e Settanta, il suo periodo più produttivo e felice, che culminò nella pubblicazione de Le quattro ragazze Wieselberger.

Credo che non avrei potuto concludere la mia fatica di tanti anni e il mio impegno molto più civile che letterario senza raccontare come da tutto questo io sono venuta e come tutto quanto mi abbia precocemente turbata e maturata.

Dopo il successo, si eclissò per molti anni, dedicandosi soprattutto alla traduzione. Morì nel 1994 in Inghilterra, dove viveva da alcuni anni per stare vicino alla figlia.

1. Fausta Cialente, "Cortile a Cleopatra"

Apparso per la prima volta nel 1936 e poi ripubblicato nel 1953, Cortile a Cleopatra fece conoscere l’autrice al grande pubblico. Ambientato nella cosmopolita e levantina Alessandria d’Egitto prima di Nasser, racconta la decadenza di un ambiente esotico, in cui i personaggi sembrano vivere al contempo in una polveriera e in un acquario, ma sempre e comunque ai margini della storia.

2. Fausta Cialente, "Natalia"

Natalia è un romanzo antico eppure ancora attuale: la protagonista è una donna che appartiene a ogni tempo, mostrando i segni del conflitto fra ciò che desidera e il ruolo che la società le impone. Una vita che impone delle scelte, spesso obbligate, come lo sono quelle di una donna, specie negli anni Venti. Un marito, dei figli. Un matrimonio a cui Natalia si vota per scontare un peccato ritenuto ignobile: l’amore proibito per la più adulta e affascinante Silvia. La scrittura intensa di Fausta Cialente conquistò la critica, ma il regime chiese all’autrice di apportare alcuni cambiamenti: quell’amore saffico era troppo sconveniente e il termine “disfatta” riferito alla battaglia di Caporetto non era accettabile. Lei si rifiutò, e il libro si inabissò nell’oblio per decenni.

3. Fausta Cialente, "Le quattro ragazze di Wieselberger"

In una incantevole Trieste fine Ottocento, vivificata dall’aria mitteleuropea e dalla bora dell’irredentismo, si muovono, aggraziate, e come consapevoli di un loro tragico destino, le protagoniste del romanzo Le quattro sorelle Wieselberger. Appartengono a una famiglia della buona società: la madre è una tranquilla signora, che si divide tra la casa di città, odorosa di cera e di pulito, e la grande casa di campagna, con giardino, orto e vigna; il padre è uno stimato musicista. Narrando la loro storia, Fausta Cialente racconta mezzo secolo di storia. Il romanzo vinse il Premio Strega nel 1976.

4. Maria Serena Palieri, "Radio Cairo"

Radio Cairo  racconta un’avventura poco nota, ma straordinaria: quella vissuta al Cairo, negli anni della seconda guerra mondiale, da Fausta Cialente. Voce importante dell’antifascismo nel paese africano, dopo l’entrata in guerra dell’Italia, intenzionata a svolgere un ruolo più attivo, decide di collaborare con la contropropaganda britannica che ha sede al Cairo. Lascia quindi la famiglia ad Alessandria e si trasferisce nella metropoli cairota, dove intraprende quella che si rivelerà un’esperienza totalizzante, tanto da farle dimenticare per alcuni anni di essere una scrittrice. Dal ’41 al ’47 Fausta scrive, coordina e conduce una trasmissione quotidiana su Radio Cairo, produce materiale per i volantini della Raf, dirige un giornale, vive una tormentata relazione con un capitano dell’esercito britannico, è inviata in missione in Palestina. Riannodando gli anni egiziani a quelli dell’infanzia e della maturità, il libro racconta le tappe di un’intera esistenza: gli amori, la figlia, l’affetto per il fratello Renato (uno dei più grandi attori dell’epoca) e il dolore per la sua improvvisa perdita, le prime prove narrative, il successo, il giornalismo, i viaggi. Prende forma, in queste pagine, il destino di una nomade, lo spirito irrequieto e irriverente di una grande scrittrice.

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