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Fumiko Enchi: quello che ci dice l'inconscio delle donne possedute

La vita e i libri di Fumiko Enchi, sceneggiatrice e scrittrice giapponese del Novecento: le sue opere sono popolate da figure femminili del passato, a cui ha dato una voce e una forza che non hanno mai potuto esprimere in vita

Ci sono tante chiavi di lettura per avvicinarsi a Namamiko. L’inganno delle sciamane, classico della letteratura giapponese scritto da Fumiko Enchi e proposto in una nuova traduzione dalla casa editrice Safarà.

La prima, la più immediata, è quella dell’innegabile abilità della scrittrice di rendere attuale una storia molto antica. La trama si fonda infatti su un abile escamotage e fa riferimento al ritrovamento di un finto documento storico, così ben realizzato da far credere che risalga al periodo Heian (794-1185).

A livello narrativo, la storia si dipana invece intorno alla messa in scena di una possessione spiritica da parte di due finte sciamane che prestano servizio alla corte dell’Imperatore Ichijō. Si è infatti creduto a lungo che lo spirito di alcune donne potesse staccarsi dal loro corpo per andare a colpire un’altra persona, solitamente donna. Ed è proprio da qui che si passa al livello più profondo, che cela il vero intento del romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1965.

Nel cerchio formato dai paraventi della stanza attigua si intravedeva, simile a un dipinto dell’inferno, la scena del Venerabile Maestro degli esorcismi che, il volto tinto di rosso vermiglio, mentre recitava con voce stentorea le formule di rito, con il rosario fustigava con violenza la donna, fino a poco prima in apparenza una delle dame di corte, ora al culmine dell’abiezione, i capelli scarmigliati, in preda alla follia.

Empusa, lamia, moira, parca, strega, isterica, miko: tanti nomi, nel corso dei secoli, sono stati usati per descrivere quello che non si poteva comprendere delle donne.

Fumiko Enchi si è servita delle storie e delle leggende classiche giapponesi per lasciar parlare quelle figure femminili del passato che non hanno potuto usare la loro voce. Come ricorda la postfazione, scritta dalla ricercatrice Daniela Moro, la scrittrice si era espressa riguardo al fenomeno delle possessioni, spiegandolo come una modalità espressiva delle donne passive, costrette a ricorrere alle pratiche esoteriche per riuscire a trovare voce in una società che le opprimeva, privandola della possibilità di espressione.

Risulta infatti chiaro come tutti i personaggi femminili del libro siano impotenti rispetto a una società fondata sul patriarcato. Nel periodo Heian la società giapponese era di tipo poliginico e l’apparente indipendenza di prime mogli e concubine non garantiva reali diritti alle donne, che di fatto finivano per dipendere dalla famiglia di origine e in particolare dal padre e dai fratelli. Un’insofferenza secolare interpretata in chiave moderna da Fumiko Enchi ben prima della seconda ondata femminista degli anni Sessanta. Del resto, anche il suo Giappone non si era ancora liberato da certi schemi sessisti.

Nata a Tokyo nel 1905, figlia di intellettuali, a causa della sua salute cagionevole Fumiko Enchi crebbe in una prigione dorata. Figlia di intellettuali, studiò con insegnanti privati, dedicandosi alla lettura dei classici fin da bambina. Iniziò presto a scrivere per il teatro, il suo primo amore, ma la guerra e l’aggravarsi delle sue condizioni la spinsero a ripiegare sui romanzi. Inizialmente faticò a farsi pubblicare, ma la novità delle tematiche affrontate ebbe la meglio rispetto alla titubanza degli editori.

Il suo lavoro si focalizzò sul ruolo marginale della donna nella società nipponica, pur condannando chi aveva usato trucchi e manipolazioni per cercare di superare queste limitazioni. Fu una delle prime scrittrici a parlare di vecchiaia femminile, esplorando anche il tema dell’erotismo in età avanzata e della perdita degli organi riproduttivi (lei stessa aveva subito una mastectomia e un’isterectomia). Scrisse un centinaio di libri, ma solo tre ebbero grande successo fuori dal suo Paese. Morì nel 1986 per un attacco cardiaco: poco prima della morte era entrata a far parte della prestigiosa Accademia delle arti giapponesi.

1. Fumiko Enchi, "Namamiko. L'inganno delle sciamane"

Scritto nel 1965, Namamiko. L’inganno delle sciamane è un romanzo storico che mette in scena un’indimenticabile storia d’amore ambientata nella corte Heian, all’epoca dell’imperatore Ichijō: l’opera racconta lo sfortunato amore tra l’imperatore e la sua prima consorte, Teishi, e le rivalità politiche che minacciano di dividerli.

2. Fumiko Enchi, "Onnazaka. Il sentiero nell'ombra"

In Onnazaka. Il sentiero nell’ombra, Fumiko Enchi dipinge una storia ambientata alla fine del periodo Edo. La moglie di un funzionario del governo, Tomo, viene mandata a Tokyo, dove l’attende un compito straziante: tra le molte ragazze offerte dalle loro famiglie, deve scegliere una giovane rispettabile che diventi la nuova concubina del marito. Tomo esternamente è impassibile, ma il suo cuore ha iniziato a incrinarsi; comincia così la ricerca con rigoroso senso del dovere, intraprendendo un sentiero che la porterà, insieme alle altre donne della casa, a immergersi in un’ombra sempre più profonda. Il romanzo è stato vincitore del Noma Literary Prize, il più prestigioso premio letterario giapponese.

3. Fumiko Enchi, "Maschere di donna"

La storia narrata in Maschere di donna si svolge negli anni Cinquanta del Novecento, ma tratta un tema caro alla letteratura classica, quello della forza distruttiva della gelosia e del risentimento femminile. Una storia di amore e di morte nella quale si intrecciano inganni, tradimenti, inspiegabili possessioni, tutta giocata attorno alla protagonista femminile, Mieko, che sotto una maschera di serena compostezza nasconde un rancore profondo e inestinguibile che nasce da una odiosa esperienza matrimoniale.

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