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Barbara Comyns: se essere donna è essere un'Alice nel paese degli orrori

I libri e la vita di Barbara Comyns, straordinaria scrittrice gotica che oggi finalmente viene riscoperta grazie alla pubblicazione di alcuni romanzi troppo a lungo dimenticati
Questo contenuto fa parte della rubrica “Storie di Donne”

Quasi due secoli fa, un giornale descrisse Ann Radcliffe, prima scrittrice gotica della storia, come un “dolce uccellino che canta una melodia solitaria, avvolto dal buio e senza essere ascoltato”. Curiosamente, la stessa descrizione potrebbe essere utilizzata per Barbara Comyns, autrice inglese vissuta nel Novecento e rimasta per decenni ammantata da una fitta coltre di oblio.

Inglese, autrice di piccoli capolavori gotici, è stata recentemente riscoperta grazie alla pregevole opera di Safarà, casa editrice nata proprio per valorizzare libri “imprevedibili” e difficili da catalogare. Ed è sicuramente imprevedibile La ragazza che levita, ripubblicato da poco dopo decenni di buio.

Scritto nel 1959, quando Barbara Comyns aveva cinquant’anni, fu accolto subito con entusiasmo, letto da molti, lodato persino dal grande Graham Greene, portato a teatro e poi in televisione dalla BBC.

Come racconta The Spectator, qualcosa poi andò storto e il romanzo finì nel dimenticatoio per oltre vent’anni, forse perché il realismo magico dell’autrice non era considerato abbastanza contemporaneo rispetto all’ondata di fantasy apparsa alla fine del secolo scorso. A contribuire alla sua riscoperta è stata anche il risorgere di una nuova idea di femminismo, che ha scoperto in La ragazza che levita un terreno ancora da esplorare.

Alice, il personaggio principale del romanzo, proprio come la protagonista di Lewis Carroll si trova (suo malgrado) costretta a cercare rifugio in un mondo parallelo. Quello in cui vive, specchio della società eduardiana di inizio Novecento, è dominato dalla figura del padre, un veterinario che esercita il suo potere patriarcale sulle moglie malata e sulla timida figlia, senza risparmiare il suo furore brutale agli animali che popolano la sua casa.

Dopo la morte della madre, Alice indugia sempre di più nell’altro mondo, quello onirico, che si dimostra però ingannevole e popolato da figure archetipiche, che rappresentano il bene, inteso nella sua umana fallacia, e il male. Non è un paese delle meraviglie, ma un mondo maledetto, in cui lei cerca di aggrapparsi alla speranza di una candida e splendente normalità, quella che suo padre non ha mai voluto concederle.

Fu organizzata ogni cosa ed era previsto che lasciassi casa in meno di una settimana. Mio padre divenne quasi gradevole nei miei confronti ora che me ne stavo andando: era un tale sollievo per lui. Credo che gli ricordassi mia madre e che non potesse sopportare di essere responsabile di una persona che non gli piaceva e che disprezzava. Pensavo spesso di essere spregevole e volgare, perché altrimenti non avrebbe provato questi sentimenti nei miei confronti. Altre volte la sua fierezza sembrava prorompere dentro di me e allora desideravo con tutta me stessa urlargli contro: «Siete voi a essere spregevole! Sarei felice lontana da qui. Io vi odio!». Ma ovviamente non osavo. Certo era una cosa terribile imprecare contro il proprio padre, e tuttavia non era peggio di un padre che imprecava contro la propria figlia.

Come la sua Alice, persa nell’orrore di una favola nera che non è poi così diversa dalla realtà, Barbara Comyns aveva vissuto sulla sua pelle le costrizioni di una società fondata sul patriarcato.

Nata nel 1907 a Warwickshire, crebbe in una famiglia numerosa, con genitori che faticavano a trovare il denaro per vivere e che non prestavano grande attenzione ai loro figli. Come ricorda Lithub, lei stessa aveva descritto il padre definendolo un “uomo violento e impaziente”, mentre la madre era praticamente “un’invalida”. Iniziò a illustrare e scrivere storie all’età di dieci anni, dimostrando grande curiosità e creatività, ma fu costretta a lasciare la scuola durante l’adolescenza per mancanza di fondi.

Giovanissima, se ne andò di casa, si sposò e divenne madre, ma le cose non funzionarono. Per mantenere i due figli iniziò ad affittare case, rivendere auto e persino a posare come modella, conquistando la sua indipendenza. Verso i quarant’anni, quando la sua situazione si era ormai stabilizzata, tornò finalmente a dedicarsi alla scrittura. Solo dopo aver sposato Richard Strettell Comyns Carr, con cui più avanti si trasferì in Spagna, iniziò a pubblicare le sue opere, undici in totale.

Nel suo primo romanzo Sisters by a River, tornò sui ricordi della sua infanzia, quando insieme ai fratelli passava gran parte del suo tempo sulle barche del fiume.Alla fine degli anni Cinquanta i critici e i lettori si accorsero del suo talento, apprezzando la singolare combinazione di meraviglioso e grottesco.

Barbara Comyns morì nel 1992 nel piccolo villaggio inglese in cui era andata a vivere dopo vent’anni passati nella penisola iberica. La scrittrice Jane Gardam, che più volte aveva avuto il piacere di incontrarla e parlarle, la descrisse bella come Vivien Leigh e intelligente, oltre che piacevole. Nei suoi occhi c’era la stessa luce delle protagoniste dei suoi libri, tutte giovani donne impegnate a trovare quel piccolo e placido tesoro nascosto all’interno della complicata e brutale natura umana.

1. Barbara Comyns, "La ragazza che levita"

In un cupo sobborgo londinese degli inizi del Novecento, un veterinario vive con la moglie costretta a letto e la timida figlia Alice. L’uomo esercita il suo domino sulla famiglia con brutalità e disprezzo, prigioniero di una strana e malvagia furia, lavora incessantemente nella clinica domestica, non risparmiando sofferenze e crudeltà anche agli animali che popolano la sua casa.

Morte la madre, Alice comincerà sempre più a ritirarsi nel mondo dei sogni, scoprendo di possedere uno straordinario potere segreto. In La ragazza che levita, Barbara Comyns ribalta il personaggio di Lewis Carroll e crea una “contro-Alice”, non più nel paese delle meraviglie, ma nel mondo delle brutture e degli errori umani.

2. Barbara Comyns, "Chi è partito e chi è rimasto"

In Chi è partito e chi è rimasto, un piccolo villaggio inglese di fine Ottocento adagiato sulle sponde di un placido fiume viene improvvisamente colpito da una serie di calamità che sembrano il frutto di una violenta maledizione. A inaugurare la serie di terribili eventi è il fiume, che al principio dell’estate decide di straripare trascinando con sé gli abitanti in una ballata surreale e imprevedibile, contro la quale l’eccentrica famiglia Willoweed dispiegherà l’arsenale delle sue bizzarre forze, mentre il giornale del villaggio si chiede: “Chi sarà il prossimo a essere colpito dalla fatale follia?”.

3. Barbara Comyns, "I miei anni a rincorrere il vento"

In I miei anni a rincorrere il vento, Barbara Comyns racconta la storia di Sophia, ventuno anni, un avventato matrimonio da far funzionare e un bambino in arrivo. Le ambizioni artistiche del neo-papà poco aiutano il bilancio domestico della giovane famiglia, che si barcamena in una Londra anni Trenta in piena recessione.

Pericolosamente vicina alla soglia della povertà, e con un neonato da accudire, Sophia deve escogitare qualcosa per trarsi d’impaccio. Incantevole e spiazzante, candida e appassionata, la protagonista di questo “perenne tè con il cappellaio matto” ricorda da vicino la figura dell’autrice, che sposò giovanissima un pittore spiantato per poi divorziare quattro anni e molte peripezie più tardi.

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