“Ci esercitiamo già alla morte di domani / quando ancora appassisce in noi l’antica morte”: non c’è pace, nelle poesie di Nelly Sachs, come se la vita fosse un eterno lamento. Le stelle si oscurano e il buio si nutre dei sogni, in un tormento che non sembra finire mai. Eppure lei ce l’aveva fatta, direbbe qualcuno: era tra i salvati, gli ebrei riusciti a scappare in tempo dalla Germania, prima di finire in un lager. Non visse sulla sua pelle l’esperienza del campo di sterminio, ma ne portò i segni sulla pelle per il resto della sua vita.

Se soltanto sapessi
cosa hai guardato sul punto di morire:
un sasso, che aveva già bevuto
molti sguardi estremi, un cieco sasso
meta di altri sguardi ciechi?

Oppure terra,
sufficiente a riempire una scarpa
e già annerita
da tanto addio
e tanta volontà omicida?

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Nata a Berlino il 10 dicembre del 1891, Nelly Sachs era l’unica figlia di Georg William Sachs e Margarete Karger, ingegneri di origine ebraica. Crebbe come tutte le altre bambine, in un ambiente benestante e protetto, sognando di diventare ballerina. Di costituzione fragile, dovette presto rinunciare al suo primo sogno, ma scoprì una passione più forte: quella per la poesia. Scrisse le sue prime liriche a soli 17 anni, esplorando i temi legati alla natura e alla musica.

Dopo la prima raccolta pubblicata nel 1921, grazie all’aiuto dello scrittore Stefan Zweig, si fece conoscere al grande pubblico. Passava gran parte del suo tempo in casa, conducendo una vita riservata, ma le persecuzioni dei nazisti si insinuarono inesorabilmente anche nella sua esistenza apparentemente placida. Dopo la morte del padre, Nelly Sachs e sua madre capirono che in Germania la situazione stava precipitando e decisero di andarsene.

Dopo lunghe procedure burocratiche, nel 1939 le due donne riuscirono a trasferirsi in Svezia, appena in tempo per sfuggire all’ordine di cattura. Pur vivendo nella povertà, madre e figlia riuscirono a tirare avanti in qualche modo. Nelly iniziò a lavorare come lavandaia, ma imparò in fretta lo svedese e poté dedicarsi alle traduzioni verso il tedesco. Maturò così anche il suo linguaggio poetico, che mise il dolore e la morte al centro della sua esperienza umana e di poetessa.

Si metta una lanterna di misericordia
dove sono i pesci
qua e là, dove l’amo
viene inghiottito
o dove si pratica l’asfissia.

Là è matura ormai
per la redenzione
la stella dei tormenti.

Oppure là
dove gli amanti si fanno del male,
gli amanti,
che pure sono sempre vicini alla morte.

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Intorno alla fine degli anni Cinquanta, le poesie di Nelly Sachs iniziarono a essere pubblicate in Germania. Dopo il successo di critica e pubblico, fioccarono premi e inviti: rimasta sola al mondo, non voleva però tornare nel Paese da cui era dovuta scappare. Aveva paura di nuove persecuzioni e temeva per la sua vita e per quella degli amici di religione ebraica. La sua salute mentale iniziò a vacillare, tanto da costringerla a passare tre lunghi anni in un sanatorio di Stoccolma.

Cedette solo nel 1965, perché era la prima donna a ricevere il prestigioso premio Friedenspreis des Deutschen Buchhandels. Un anno dopo, il 10 dicembre del 1966, ricevette insieme a Samuel Joseph Agnon il premio Nobel per la letteratura e poi si ritirò per sempre dalla vita pubblica. Morì di cancro nel 1970, in un ospedale di Stoccolma, proprio nel giorno in cui si celebrava il funerale dell’amico poeta e Paul Celan, con cui aveva intrattenuto un meraviglioso e struggente carteggio letterario.

Ma quante morti dobbiamo morire, finché non viene quella giusta… Io sono fuori, inginocchiata sulla soglia, carica di lacrime e di polvere… Ogni giorno la perfidia entra nella mia casa, ogni giorno, mi creda. Cos’altro dovremo affrontare, noi ebrei?… Spero di superare tutta la sofferenza che ancora mi aspetta, oppure di trovare una quieta morte liberatrice, desidero tanto raggiungere i miei cari defunti… questo mio periodo buio… nella mia disperazione, nel pieno di quel viaggio agli inferi…

1. Nelly Sachs, "Poesie"

Dopo essere giunta in Svezia, sfuggendo alla Shoah, Nelly Sachs si dedicò alla creazione poetica, che possiamo ripercorrere nella raccolta Poesie. Imparò a conoscere i motivi della mistica ebraica, che costituiscono il riferimento costante di tutta la sua poesia, caratterizzata da una chiara leggibilità e da una evidente inclinazione mistica.

2. Nelly Sachs, "Lettere dalla notte"

Le missive raccole in Lettere dalla notte, che Nelly Sachs scrisse nei mesi successivi alla morte della madre, contengono in nuce tutti i temi della sua maturità artistica. Nate nel momento della collisione tra il lutto personale e la tragedia della Shoah, si configurano come una sorta di meditazione lirica sul confine della vita: diario di una metamorfosi che descrive la morte non come una perdita ma come una nuova nascita. Se la mistica ebraica è lo sfondo imprescindibile di questo testo che affronta la morte e lo sterminio in una sfera teologica trascendente, non manca in esso la dura concretezza del reale, il quotidiano presente con tutto il suo carico di dolore e di solitudine.

3. Paul Celan, Nelly Sachs, "Corrispondenza"

“Tra Parigi e Stoccolma passa il meridiano del dolore e della consolazione”, scrisse Nelly Sachs nel 1959, all’inizio di questo cruciale e rarefatto carteggio con il poeta romeno Paul Celan. Qualche anno più tardi Celan intitolerà Il Meridiano il suo discorso per il conferimento del premio Büchner. Lo scambio epistolare raccolto in Corrispondenza è qualcosa di più di un carteggio, è una vera ancora: si affrontano due esseri umani segnati da un analogo destino di sopravvissuti, due “fratelli nello spirito” che si parlano in versi e con ostinazione cercano, fino alla soglia della morte, una dimora nella parola.

4. Nelly Sachs, "Epitaffi scritti sull'aria"

Tra poesie retoricamente elevate e profondamente cupe, spiccano gli Epitaffi scritti sull’aria, brevi ritratti poetici di cari scomparsi, amici e conoscenti, a cui la poetessa dedica immagini di ricordo. Anche se, virtualmente, Sachs innalza alle vittime i marmi sepolcrali negati dai carnefici, dietro ai suoi versi percepiamo persone vive. In una lingua intima e sofferta queste figurazioni cifrate di destini individuali svelano e contemporaneamente celano frammenti di vite scomparse.

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