Chi non legge Anna Maria Ortese rinuncia a un'immensa bellezza

Anna Maria Ortese, tra le principali esponenti del realismo magico italiano, fu una scrittrice dotata di un’immaginazione potente, vorticosa e allegorica. Nonostante i numerosi riconoscimenti e premi ricevuti in vita (tra cui lo Strega, nel 1967), sono ancora in molti, però, a non conoscere la sua storia e le sue opere. Ecco un modo per recuperare.

Su Instagram, ogni settimana, c’è un hashtag che entusiasma la maggior parte dei bookblogger e influcencer letterari: si tratta della #domenicadelphi, ossia un collettore dei titoli più amati dai singoli profili e pubblicati, nel corso degli anni, dalla casa editrice Adelphi.

Tra i dorsi colorati e le copertine fantasiose, oltre agli autori di punta del catalogo, non è raro scorgere anche il nome di Anna Maria Ortese. Tra i commenti, però, sono in molti a domandarsi: chi è? Perché è importante? E per quali motivi me la consigli?

Le reazioni non devono stupire. Anna Maria Ortese, infatti, nonostante sia stata la terza donna a vincere il Premio Strega (nel 1967) non gode, e non ha goduto a suo tempo, della fama che avrebbe meritato. Complice la sua (quasi) totale assenza nei programmi scolastici, un generale “ostracismo” operato da parte di alcuni intellettuali dell’epoca e, forse soprattutto, il suo stile immaginifico, allegorico e spesso ostico per chi poco avvezzo alla materia letteraria.

Non conoscerla, quindi, è un vero peccato. Ecco perché è necessario scoprirla (o riscoprirla).

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Chi era Anna Maria Ortese

Anna Maria Ortese
Fonte: Casa delle donne

Anna Maria Ortese nacque a Roma il 13 giugno 1914, dal funzionario di Prefettura Oreste Ortese, natio di Caltanissetta, e Beatrice Vaccà, di origine napoletana ma discendente da una famiglia di scultori lunigiani.

Cresciuta in un contesto povero e numeroso, costituito da altri quattro fratelli e una sorella, Anna Maria si ritrovò costretta, fin da subito, a condurre una vita errante e cosmopolita. A causa dell’avvio della Prima Guerra Mondiale, infatti, il padre dovette unirsi all’esercito italiano e moglie, figli e nonna materna dovettero spostarsi tra la Puglia e la Campania.

In seguito alla conclusione del conflitto, tutti i membri si riunirono a Potenza, dove Anna Maria frequentò le prime classi della scuola elementare, per poi trasferirsi in Libia, a Tripoli, dal 1925 al 1928. Nel medesimo anno, la famiglia Ortese ritornò a Napoli e qui vi si stabilì definitivamente. Come ricordò Anna Maria in un’intervista per il Corriere della sera, riportata dal blog Brezza d’essenza:

[…] doveva essere il ’30, siamo tornati in Italia, a Napoli, e ho visto quel mondo lacero, spaventoso. Un trauma orribile. Ho vissuto la vita di Napoli come l’inferno. A Napoli sono cresciuta, mi iscrissero a una scuola di avviamento al lavoro, San Marcellino, vicino all’Università. Ho fatto 4 o 5 mesi, poi mi sono ribellata e me ne sono andata, perché era impossibile, un antro. La disciplina era ridicola e assurda e io non imparavo niente. A casa ho cercato di imparare un lavoro, il lavoro di scrivere.

Anna Maria Ortese iniziò, dunque, a dedicarsi al “mestiere di scrivere”, interiorizzato e affinato interamente da autodidatta grazie alla passione e alla lettura dei grandi autori del passato: in primis, Victor Hugo e il suo I miserabili, ma anche Giacomo Leopardi, Edgar Allan Poe, Emily Dickinson, Anton Čechov, Aleksandr Puškin e Lev Tolstoj, «comprati sulle bancarelle».

La scrittura divenne, così, «l’unica verità» in cui credere. Soprattutto quando, nel 1933, il fratello marinaio Manuele morì al largo dell’isola di Martinica. È questa tragedia a donarle lo slancio per riversare e sublimare il proprio dolore nella scrittura, come si evince dal primo racconto, Pellerossa, dato alle stampe l’anno successivo alla perdita. Nel 1937 pubblicò, invece, la raccolta di racconti, Angelici dolori, edita da Bompiani con il supporto di Massimo Bontempelli, tra i più grandi estimatori del lavoro di Anna Maria Ortese.

I lutti, però, non finirono qui. Sempre nel 1937, infatti, la scrittrice dovette affrontare la scomparsa di un altro fratello, Antonio, anch’esso marinaio morto lungo le coste dell’Albania, cui seguì, dopo altri spostamenti nel Nord Italia, la dipartita dei due genitori. Il nucleo di Anna Maria Ortese si ridusse, in questo modo, alla sola sorella Maria, con cui trascorse il resto della sua vita (a scapito della sua indipendenza).

Nel 1945, le due sorelle decisero, quindi, di tornare a Napoli, dove Anna Maria Ortese iniziò a collaborare con la rivista Sud, diretta da Pasquale Prunas e arricchita dalla presenza di altri giovani giornalisti partenopei, come Raffaele La Capria, Domenico Rea, Luigi Compagnone e Tommaso Giglio.

La collaborazione, fino a quel momento proficua, si interruppe bruscamente in seguito alla pubblicazione, nel 1953, del primo romanzo di Anna Maria Ortese (tra i più emblematici della sua carriera e vincitore del Premio Viareggio): Il mare non bagna Napoli. In un susseguirsi di racconti e reportage, il volume (pubblicato inizialmente nella collana “I gettoni” di Einaudi) tratteggia il clima napoletano del secondo dopoguerra, con quella crudezza e autenticità senza filtri che divennero, poi, le cifre stilistiche della scrittura di Ortese.

A essere ritratte sono, infatti, le miserie, la disperazione e la povertà della città, osservata nelle sue pieghe più profonde e nei risvolti umani delle sue «piccole persone» – come le definirà in seguito –, senza idealismi e categorie folkloristiche, ma riportati su carta nella loro sfrontata e genuina immediatezza.

L’opera fu accolta con uno sdegno gelido e quasi unanime per la “schiettezza” con cui raccontò il capoluogo, al punto che l’autrice fu costretta a lasciare non solo il suo impiego al giornale, ma anche la stessa Napoli, dirigendosi alla volta di Milano, prima, e Rapallo, in seguito. Un altro abbandono che Anna Maria Ortese non dimenticò mai, ma che, anzi, rievocò sovente anche in alcuni romanzi successivi, come Il porto di Toledo e Il cardillo addolorato.

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Perché leggere Anna Maria Ortese

Le tragedie, gli addii e i cambiamenti repentini che costellarono la vita di Anna Maria Ortese la condussero a plasmare la sua materia letteraria mediante atmosfere di malinconia, tristezze, realismo magico, figure scontornate e visioni metaforiche, surreali e animalesche.

Il mondo che la circondava, con le sue insensatezze e le sue crepe, era insostenibile, greve, luttuoso. Come riporta Bonculture:

Da molto, moltissimo tempo, io detestavo con tutte le mie forze, senza quasi saperlo, la cosiddetta realtà: il meccanismo delle cose che sorgono nel tempo, e dal tempo sono distrutte. Questa realtà era per me incomprensibile e allucinante.

Per reagire a tale deformità, allora, Anna Maria Ortese decise di ricorrere, ancora una volta, al potere della letteratura, rifugio sicuro rispetto a uno scenario – quello della “realtà”, appunto – alienato e distante. Non è strano, quindi, incontrare, nelle opere di Ortese, animali vestiti da donna che si innamorano di esseri umani e manifestano comportamenti antropomorfi (L’Iguana), bambine che vomitano, disgustate, di fronte alla miseria del mondo (Il mare non bagna Napoli) o atmosfere oniriche ed evanescenti, rese vividamente mediante dialoghi serrati e simbolismi.

Un caleidoscopio di stimoli, visivi, culturali ed emotivi, a causa del quale, spesso, Ortese non fu pienamente compresa, anche dai critici e dagli scrittori a lei coevi, costringendola, così, a un successo pressoché esiguo e a una vita di stenti (cui venne in soccorso la Legge Bacchelli, che sosteneva i cittadini illustri in gravi difficoltà).

Fino a una svolta: la scelta di Roberto Calasso, direttore editoriale di Adelphi, di ripubblicare, a partire dal 1986, l’opera completa di Anna Maria Ortese. Rendendo, così, possibile (ri)scoprire la grandezza della «zingara sognante» – come la definì Pietro Citati, e come si legge su Il Libraio – e la sua potenza visionaria e allegorica. Anche tra i dorsi colorati di uno scatto su Instagram.

I motivi per leggere Anna Maria Ortese sono molti. Eccone, dunque, i principali:

1. Fu la terza donna a vincere il Premio Strega

Dopo Elsa Morante nel 1957, con L’isola di Arturo, e Natalia Ginzburg nel 1963, con Lessico famigliare, Anna Maria Ortese fu la terza donna a vincere il Premio Strega, nel 1967, con Poveri e semplici. La narrazione è ambientata nella “Grande Milano”, che, nelle intenzioni di Ortese, è considerata alla stregua di un rovescio di Napoli, e dove la ragione è destinata a trionfare. A dare volto a quest’ultima vi è la protagonista Bettina, che, muovendosi con goffaggine e grazia nell’ambiente di intellettuali, comunisti e artisti in cui si ritrova, si allontanerà dalla ragazza che era, per abbracciare l’adulta che, piano piano, diventerà.

2. Fu una delle maggiori esponenti del realismo magico italiano

Come accennato, Anna Maria Ortese fu, insieme a Massimo Bontempelli, una delle esponenti di spicco della corrente letteraria italiana del realismo magico. Lo dimostrano le sue trame eteree, oniriche, complesse, in cui al contesto realistico fa da contraltare l’apparizione di creature fantastiche, allegoriche e sfumate. Gli scenari delle opere di Ortese, infatti, sono spesso mostruosi, indefiniti, incantati, e portano il lettore – e l’autrice stessa – ad abbracciare il desiderio di fuggire da una realtà allucinata, immergendosi in un contesto ancora più alienante.

3. Fu una donna determinata (ma sola) in un mondo dominato dagli uomini

Nonostante i numerosi premi e riconoscimenti, Anna Maria Ortese, come ricorda Letteratura e noi, fu una donna ignorata e sola, fino alla sua morte (avvenuta nel 1998). Non fu solo una delle poche in una redazione costituita da uomini, ma fu anche particolarmente vicina a Elio Vittorini, noto per gli scontri con Palmiro Togliatti. E non mancò, inoltre, di criticare lo stesso gruppo di intellettuali napoletani che si raccoglieva intorno alla rivista Sud: un mondo cui si sentiva di appartenere, ma dal quale si sentiva ripetutamente, e ingiustamente, respinta.

4. Nutriva un vivo interesse per i più deboli

L’attenzione per le frange più fragili della società emerge chiaramente fin dalla sua prima raccolta, Il mare non bagna Napoli, e, in particolare, in uno dei suoi racconti più emblematici, “Un paio di occhiali”: la storia di una bambina povera, Eugenia, praticamente cieca e bisognosa di un paio di occhiali. I quali, sì, arriveranno – dopo i grandi sacrifici economici da parte della zia -, ma le riveleranno ben presto la deformità e l’aspetto miserabile della vita umana, di fronte alla quale vomiterà nauseata. Una narrazione che sembra rimarcare fedelmente l’esistenza della stessa Anna Maria Ortese, indigente e disturbata dalla realtà di dolore che la circondava.

5. Era molto talentuosa non solo nei romanzi, ma anche nella forma breve

Nella sua lunga carriera letteraria, Anna Maria Ortense alternò con sapienza romanzi e racconti. E, soprattutto per quanto concerne questi ultimi, divenne un vero e proprio punto di riferimento per molti epigoni. Tra questi, anche Jhumpa Lahiri, che ha inserito la scrittrice nella sua recente antologia Racconti italiani, motivando la scelta facendo riferimento all’equilibrio delle sue vicende brevi e alla maestria della sua scrittura compatta, vivida e ritmicamente scandita.

Qui di seguito, invece, una lista dei suoi testi più importanti.

1. Angelici dolori

Angelici dolori e altri racconti

Angelici dolori e altri racconti

Angelici dolori è la prima raccolta di racconti di Anna Maria Ortese. Scritti tra il 1934 e il 1936, spiccano per la loro eccentricità e la fiammante ribellione contro quella che Ortese definisce la "terribile e invadente Civiltà", che ostacola il procedere della libertà e dei sogni. Il volume fu inizialmente edito da Valentino Bompiani e vide il supporto di Massimo Bontempelli.
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2. L'infanta sepolta

L'Infanta sepolta

L'Infanta sepolta

Nella sua seconda raccolta di racconti, L'infanta sepolta, Anna Maria Ortese raduna Madonne adolescenti, vecchietti alati, amici lunari e figure angeliche, in un susseguirsi di narrazioni e vicende che fungono da allegoria del mondo circostante e avanzano in bilico tra sogno e realtà, immaginazione e memoria, fantasticheria e riflessione.
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3. Il porto di Toledo

Il porto di Toledo

Il porto di Toledo

Il terzo romanzo di Anna Maria Ortese, successivo al Premio Strega, fu pubblicato nel 1975, ma, come la maggior parte dei suoi testi, non fu pienamente compreso dai critici e dai letterati dell'epoca. Il porto di Toledo, tuttavia, pur non perdendo la sua natura sconcertante, è un romanzo dalla forte presa allegorica, che, con la sua bellezza misteriosa, addentra il lettore nell'adolescenza di un ragazzo a pochi passi dalla Guerra.
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4. Il cardillo addolorato

Il cardillo addolorato

Il cardillo addolorato

Il penultimo romanzo di Anna Maria Ortese ci conduce nella Napoli della fine del Settecento. Scritto nel 1993, Il cardillo addolorato racconta l'arrivo in città di tre giovani Signori, ossia un principe, uno scultore e un ricco commerciante, in viaggio dal Nord Europa per far visita a un celebre guantaio e alle sue tre, bellissime, figlie. Anche in questo caso, a regnare lungo tutta la narrazione vi sono mistero, metafisica e suggestioni.
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