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Quando Natalia Ginzburg disse "l'Italia è il Paese dei peggiori governi"

Ha descritto i vizi (tanti) e le virtù di un paese, lottato per ideali spesso anche diversi dai suoi, ma Natalia Ginzburg aveva una grande paura: che l'Italia fosse sempre pronta a farsi governare da incompetenti e cinici.

L’Italia è un paese pronto a piegarsi ai peggiori governi. È un paese dove tutto funziona male, come si sa. È un paese dove regna il disordine, il cinismo, l’incompetenza, la confusione. E tuttavia, per le strade, si sente circolare l’intelligenza, come un vivido sangue. È un’intelligenza che, evidentemente, non serve a nulla. Essa non è spesa a beneficio di alcuna istituzione che possa migliorare di un poco la condizione umana. Tuttavia, scalda il cuore e lo consola, se pure si tratta d’un ingannevole, e forse insensato, conforto.

Natalia Ginzburg nella sua vita ha davvero conosciuto il dolore, la tragedia, e allo stesso tempo è stata testimone dei mutamenti di un paese che, ricco di cultura e passione, troppe volte ha però dimostrato di saper essere debole di fronte all’inettitudine dei propri governi, o alla loro incompetenza; lei, che durante il periodo fascista non solo è stata costretta al confino per seguire il marito, Leone Ginzburg, esiliato per motivi razziali, ma per le stesse ragioni lo ha visto morire, torturato e ucciso nel carcere di Regina Coeli nel 1944, del suo paese ha analizzato soprattutto l’incapacità di non piegarsi al clientelismo, al servilismo di comodo che nuoce gravemente al funzionamento delle istituzioni, ma nonostante tutto ha sempre conservato quel flebile barlume di speranza per quell’intelligenza che “scalda il cuore e lo consola”.

Quello che è diventato uno degli aforismi più celebri della scrittrice palermitana, nata Levi, è contenuto nella raccolta di racconti e saggi Le piccole virtù, uscita nel 1962; periodo in cui il paese ha da poco vissuto il boom economico del dopoguerra, ma che anticiperà di poco i grandi drammi degli anni di piombo, che Natalia vivrà in prima linea, fino a sottoscrivere, nel 1971, la Lettera aperta a L’Espresso sul caso Pinelli, manifesto in cui molti intellettuali denunciano il coinvolgimento della polizia milanese nella misteriosa morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli.

Natalia veniva da una famiglia antifascista – il padre, Giuseppe, verrà imprigionato con i tre fratelli di lei e processato proprio con l’accusa di antifascismo – e certamente il terribile periodo del Ventennio ha lasciato strascichi e ferite non rimarginabili nella sua anima, che poi porteranno a quella generale sfiducia verso il talento, tutto italiano, ad affidarsi a governi inadeguati.

Il fascismo non aveva l’aria di finire presto – si legge ancora in Lessico famigliare, vincitore del Premio Strega 1963 – Anzi aveva l’aria di non finire mai. Erano stati uccisi, a Bagnole de l’Orne, i fratelli Rosselli. Torino, da anni, era piena di ebrei tedeschi, fuggiti dalla Germania. Anche mio padre ne aveva alcuni, nel suo laboratorio, come assistenti. Erano dei senza patria. Forse, anche noi, saremmo stati dei senza patria, costretti a girare da un paese all’altro, da una questura all’altra, senza più lavoro né radici, né famiglia, né casa.

Tra i suoi lavori più famosi, anche un articolo diventato storico scritto per L’Unità nel 1988, Non togliete quel crocifisso, in cui difendeva l’importanza di mantenere il simbolo religioso nelle nostre scuole, anticipando di fatto quella diatriba che si svilupperà poi vent’anni più tardi, rispetto all’integrazione razziale nei nostri istituti scolastici. All’epoca, invece, quando i conflitti con il mondo islamico sembravano ancora piuttosto lontani, quel pezzo fece scalpore in virtù soprattutto dell’ateismo, sempre professato, della Ginzburg.

Ma il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini, fino allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo ‘prima di Cristo’ e ‘dopo Cristo’. O vogliamo forse ora smettere di dire così?

Natalia Ginzburg è una donna che, nella sua lunga carriera prima di scrittrice, poi di politica, ha sempre saputo lottare, con garbo ed eleganza, talvolta persino per pensieri ideologicamente lontano dai suoi (vedasi appunto l’articolo sul crocifisso); come tutte le donne dotate di grande acume e spirito d’osservazione, ha saputo cogliere i vizi prima ancora delle virtù del suo paese, lanciando un grido d’allarme, in tempi forse non sospetti, sull’importanza di non lasciarsi abbindolare dai falsi miti, per poi ritrovarsi governati da una classe capace di sostituire il cinismo all’intelligenza, il caos alla ragione, quella necessaria, per portare avanti un paese.

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