Da "squilibrata" a "squilibrata": parlando di malattia mentale con Juliet Escoria

Normalizzare il discorso sulla malattia mentale è necessario, ma non significa rendere la malattia mentale glamour o rassicurante. Non significa neppure stemperare l'aspetto patologico di una condizione o rintracciare in ogni narrazione certezze e alibi che rendano la malattia mentale più accettabile o comprensibile. Eppure continuiamo a raccontarci e a sentirci raccontare la malattia mentale così. Qui ne abbiamo parlato con Juliet Escoria, che la malattia mentale la conosce bene e ne ha scritto in un libro potente.

“La squilibrata” è il primo libro di Juliet Escoria pubblicato in Italia, da Pidgin Edizioni, nonché il romanzo d’esordio di una voce della letteratura indipendente americana che, sul New York Times, è stata accostata a Sylvia Plath e Ottessa Moshfegh.

Juliet The Maniac – questo è il titolo originale – è il racconto di un’adolescenza e, al tempo stesso, dell’esordio e dello sviluppo della malattia mentale della protagonista; nonché, s’intende, dell’autrice che firma un testo fortemente autobiografico, coraggioso per crudezza e assenza di orpelli, e con la quale abbiamo intrattenuto un lungo scambio mail, di cui riportiamo di seguito la traduzione, dopo la premessa che segue.

La squilibrata

La squilibrata

Il romanzo è incentrato sulla vicenda di Juliet, studentessa modello adolescente, che scopre di soffrire di un disturbo bipolare e si lascia così risucchiare da una spirale di droga e autolesionismo in cerca di sollievo, e risulta esaltante e coinvolgente, affrontando da un lato lo spirito libero adolescenziale e dall'altro alla crudezza dell'autolesionismo e della malattia mentale.
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Con “La squilibrata”, Escoria offre un viaggio nella (sua) psicosi che tocca abissi profondi e indicibili (ma lei li scrive!); e apre sì alla speranza, ma con onestà inedita rispetto alle rappresentazioni della malattia mentale cui ci hanno abituato negli ultimi anni libri, serie tv, film e social. Se da una parte la recente produzione artistica e di contenuti autobiografici ha infatti avuto il merito di rompere lo stigma sul tema, dall’altra ha spesso mistificato il racconto della malattia mentale, riscattandolo dalla vergogna solo a patto di piegarlo all’inganno di un happy end e/o di personaggi deliziosamente eccentrici e visti attraverso filtri glamour (pensiamo solo a una pur bravissima Anne Hathaway nei panni di una donna bipolare in un episodio della serie Modern Love).

Escoria non lo fa e, chiunque abbia suo malgrado dimestichezza con la vasta gamma delle patologie e dei disturbi mentali, non può che essergliene profondamente grata o grato.

Normalizzare il discorso sulla malattia mentale è necessario, affinché nessuno debba più rinunciare a curarsi o nascondersi per custodire un segreto considerato vergognoso; ma non significa rendere la malattia mentale glamour o rassicurante.
Non significa neppure stemperare l’aspetto patologico di una condizione o rintracciare in ogni narrazione certezze e alibi (causa scatenante, cura, evoluzione della malattia…) che rendano la malattia mentale più accettabile o comprensibile, e che spesso non ci sono.

Eppure continuiamo a raccontarci e a sentirci raccontare la malattia mentale così, secondo un processo di storytelling edulcorato che toglie (non dà) dignità e possibilità di riconoscimento a chi ha davvero problemi di malattia mentale.

Ne abbiamo parlato con Escoria, che con “La squilibrata”a ha scritto un libro potente:
spezzato, in ritagli di giornale, appunti, elenchi di farmaci, lettere dal futuro di Juliet da adulta, come frammentati sono i ricordi, le narrazioni che facciamo di noi stessi;
intermittente, per stili e salti temporali, come intermittente è la mente di chi è affetto da psicosi.

Sulla necessità di “dare voce”: nota al titolo dell’intervista

“Squilibrata”, letteralmente, significa “priva di equilibrio, non in equilibrio”.
Senza entrare in termini medici e diagnosi, come Escoria anche chi ha condotto l’intervista e firma questo articolo ha una storia di malattia mentale.

Perché chiarirlo? Innanzitutto perché sia cristallino che il titolo di questa intervista non vuole limitarsi a essere un gioco di parole: semmai un modo di sottolineare – seppur con ironia – come sia necessario, anche quando si parla di malattia mentale, dare voce ai protagonisti e mettersi in ascolto di chi è “competente”, o per qualifica (es. medici) o per esperienza.
La necessità di cedere il microfono è un tema caldissimo: se ne parla molto relativamente alle persone con disabilità, ai survivors, ai movimenti Black Lives Matter o MeToo, etc.
Sforziamoci di farlo anche con le persone affette da patologie, fisiche o mentali che siano, stanche di non essere rappresentate o raccontate (anche se in buona fede) da chi non conosce la condizione di cui parla.

Intervista a Juliet Escoria*

* La conversazione originale si è svolta in inglese. Riportiamo di seguito la traduzione.

Il tuo è un romanzo autobiografico, una cruda autofiction in cui racconti un’adolescenza fatta di eccessi, droghe e il manifestarsi violento della malattia mentale. Mi incuriosisce la tua lingua: molto ruvida.
Non cerchi simpatia, né di giustificare il tuo passato di adolescente tossicodipendente o il tuo essere una donna affetta da malattia mentale arrivata a pesanti episodi di autolesionismo e concreti tentativi di suicidio.

Penso che in parte sia una questione stilistica: preferisco un linguaggio semplice in generale, indipendentemente dall’argomento. Ma questo era un libro particolarmente importante per me, come puoi immaginare.
Il linguaggio non poteva che essere schietto e diretto per trasmettere onestamente l’esperienza emotiva di Juliet.
Quando una persona sta attraversando qualcosa di difficile, come una crisi di salute mentale, non lo narra attraverso una patina velata, la sta proprio sperimentando. Mi è sembrato essenziale che la lingua non fosse troppo mascherata.

Anche la scelta di fare capitoli secchi, frammentati, a volte di una sola pagina …. Sembra la rappresentazione su carta di un ragionamento spezzato, di una mente spezzata da crisi violente e improvvise. 

La frammentazione è stata istintiva. Ho avuto l’idea che il libro dovesse sembrare un album. Sono rimasta fedele a questa decisione istintiva perché sembrava in linea con la storia – malattia mentale e dipendenza sono sensazioni frammentate -, la memoria e la narrazione in generale. Non ricordiamo le cose, né le raccontiamo a voce rispettando un arco piacevole e ordinato. Credo sia uno dei punti alla base di questo libro: le storie che ci raccontiamo su noi stessi.

Perché scrivi? In generale, intendo: hai scelto questo lavoro per fare autoanalisi, è stata una coincidenza, è una necessità?

Ho sentito il bisogno di creare cose da quando ero bambina. Quando ero più giovane, facevo anche arte visiva e scattavo fotografie, ma quando sono cresciuta, è diventato chiaro che ero molto più brava nello scrivere. Lo trovo anche personalmente più soddisfacente.
Mi sentivo frustrata ogni volta che non riuscivo a realizzare un dipinto o qualunque cosa si materializzasse nella mia testa. Con la scrittura, puoi armeggiare e modificare all’infinito, e mi piace il processo di armeggiare e modificare.

Ad un certo punto, la scrittura è diventata qualcosa di essenziale per me. Non scrivo tutti i giorni e quando vado incontro a periodi di siccità e assenza di scrittura, non mi sento soddisfatta di me e della vita in generale.
Penso sia una terapia, sì, ma ha più a che fare con le preoccupazioni esistenziali che con qualsiasi altra cosa. Scrivere mi offre un obiettivo e uno scopo chiari, che rendono la vita più significativa. E si adatta perfettamente al mio tipo di personalità, che è ossessiva: è un modo per interagire con i tratti della mia personalità che creano dipendenza in un modo per lo più salutare.

Ho letto molti libri sulla malattia mentale, ma sembra che tutti vogliano addolcirla e circoscriverla. In questi libri c’è sempre un trauma o una giustificazione per la malattia mentale (evento scatenante). Poi la storia procede fino a giungere a una “soluzione” il più rassicurante possibile, una sorta di “lieto fine”. Come a dire: non preoccuparti, alla fine vivranno tutti felici e contenti. La realtà è spesso diversa. Lo sappiamo.
A volte la malattia mentale esiste e basta, non ha bisogno di trigger.
Spesso non può essere curata del tutto (ma solo tenuta sotto controllo).
Mettiamoci pure il fatto che spesso sopravvivere o “finire male” dipende anche dalla fortuna, dall’incontro con i medici e le persone giuste, da quanto sei preparata e consapevole di ciò che sta accadendo…

Grazie per questa domanda! Speravo che tutto ciò che hai detto emergesse dal libro: la malattia mentale non è carina o stravagante, non esiste una singola soluzione o un lieto fine e spesso non c’è un evento scatenante. Questi erano tutti punti che volevo trasmettere nel libro e sono elementi che trovo frustranti in altre raffigurazioni di malattie mentali.

Ho un altro dubbio! Secondo te, salvarsi o sopravvivere alla malattia mentale è anche una questione culturale e di classe sociale cui si appartiene (intendo quindi anche di disponibilità economica)?

Sì, lo penso decisamente. Questa era un’altra cosa che volevo trasmettere, anche se a un livello più sottile. Juliet il personaggio, e io come persona, abbiamo avuto un esito positivo nel complesso. Questo risultato positivo ha molto a che fare con il mio background. I miei genitori della vita reale, come quelli del libro, sono imperfetti ma amorevoli e hanno fatto del loro meglio per garantirmi aiuto.

Almeno negli Stati Uniti, l'”aiuto” costa denaro e tempo. I miei genitori non erano ricchi, ma avevano due buone professioni e quindi reddito disponibile e risparmi. Hanno pagato il mio “college terapeutico” con i soldi risparmiati per la mia istruzione universitaria. Molte famiglie non hanno questi fondi.
I miei genitori hanno anche avuto il tempo di fare ricerche sulla mia malattia mentale e cercare di trovare un aiuto adeguato. All’epoca non lo sapevo, ma mio padre si prese un paio di giorni di ferie mentre ero in ospedale per volare in diverse strutture a lungo termine e trovarne una che sembrasse adatta a me. Molti genitori non hanno i soldi o un lavoro tale da consentire loro di farlo.

Detto questo, anche se volevo che questo aspetto economico fosse presente nel libro, non volevo insistere troppo su di esso. Quando ero adolescente, ero troppo concentrata su me stessa (e probabilmente troppo privilegiata) per essere consapevole di come la classe economica avesse un ruolo importante nell’accesso all’assistenza sanitaria mentale. Mi sarebbe sembrato disonesto dare a Juliet questa consapevolezza che io non avevo.

Però è incredibilmente deprimente pensare sarebbe la mia vita se i miei genitori avessero avuto meno soldi e tempo! Potrei essere morta!
È incredibilmente deprimente pensare a tutte le persone là fuori che non ricevono l’aiuto di cui hanno bisogno perché non hanno risorse finanziarie, tempo e accesso a cure mentali di qualità. La terapia e le strutture a lungo termine non dovrebbero essere messe a disposizione solo delle persone benestanti che vivono nelle grandi città, ma così funziona negli Stati Uniti. Ora vivo nel West Virginia e l’area non ha abbastanza professionisti della salute mentale per servire la sua popolazione, quindi il problema va oltre i limiti di denaro e tempo. Ha anche a che fare con dove vivi.

Perché, secondo te, anche il cinema, le serie TV spesso presentano narrazioni addolcite di malattie mentali? Con personaggi deliziosamente eccentrici o drammi alle spalle che “giustificano” il malfunzionamento…  Penso all’episodio di Modern Love con Anna Hataway che interpreta una persona bipolare, per esempio, e a quel finale così “andrà tutto bene”!

Non ho visto Modern Love, ma so esattamente di cosa stai parlando. Il film “Silver Linings Playbook”*, ad esempio, mi ha fatta davvero arrabbiare. Mi sentivo come se avessero equiparato la malattia mentale al modello Manic Pixie Dream Girl / Boy: non è così. La malattia mentale non è carina o dolce. Sì, a volte può sembrare divertente e alcune persone con malattie mentali sono affascinanti e intelligenti, è vero, ma la malattia stessa è debilitante e spaventosa. Probabilmente è più facile farla sembrare carina e le persone spesso scelgono la via d’uscita più pigra.

* il titolo italiano è Il lato positivo: il film narra di un uomo (Bradley Cooper) travolto dal disturbo bipolare dopo aver scoperto la moglie con un altro e del suo incontro con una ragazza molto problematica (Jennifer Lawrence). I due si aiuteranno reciprocamente a mettere insieme i rispettivi pezzi; ndr.

Quanto è importante per te portare la tua esperienza agli adolescenti?

Moltissimo. Volevo scrivere il libro che avrei voluto leggere da adolescente. Una delle più grandi ricompense della scrittura di questo libro è stata ricevere messaggi da adolescenti che hanno letto il libro e si sono relazionati ad esso. 

Credi che sia possibile combattere davvero lo stigma della malattia mentale? Voglio dire, pensi che sia concepibile raggiungere un punto in cui chi soffre di malattie mentali non debba continuamente nascondersi non solo ai genitori e agli amici (cosa che spesso chi è malato tende a fare), ma anche ad amanti, datori di lavoro, estranei?

Non ne sono sicura. Siamo migliorati molto in questo, lo so. C’è un enorme divario tra il trattamento che ho ricevuto negli anni ’90 e il trattamento ricevuto dai miei antenati.
La malattia mentale è generazionale nella mia famiglia e ogni generazione ha ricevuto un trattamento notevolmente migliore. Mi sento sollevato dal fatto che ora le cose vadano molto meglio per gli adolescenti. 
Ma, ovviamente, abbiamo ancora molta strada da fare.

Io stessa cerco di essere aperta riguardo alle mie esperienze, perché penso che questa sia una cosa che posso fare personalmente per combattere lo stigma, ma ancora non so bene dove sia la linea. Insegno all’università e di tanto in tanto dico agli studenti in conversazioni individuali che “sono sobria” o che ho il disturbo bipolare, ma sono sempre esitante al riguardo e poi mi chiedo se ho commesso un errore aprendomi a loro.

Negli Stati Uniti, quando ottieni un nuovo lavoro, devi compilare un modulo che ti chiede se hai una disabilità. Devi selezionare una casella tra Sì, No o “Non desidero rispondere”. Questo modulo ha lo scopo di fermare la discriminazione, ma ciò non significa che non ci siano scappatoie. Ho dovuto pensare a lungo per decidere quale casella barrare. Ho finito per rifiutarmi di rispondere e mi sono sentito un po’ in colpa per questo, perché ero così riluttante a dire la verità, per paura delle ripercussioni.

Anche nelle piccole interazioni personali, non so mai cosa sia la condivisione eccessiva. Non so se sia strano parlare alla gente degli effetti collaterali dei miei farmaci o dei motivi per cui ho problemi con la memoria a breve termine o perché non voglio un bicchiere di champagne a una festa. Sono molto più riservata ora di quanto non lo sia stata in passato. Adesso la penso “Questa persona merita di conoscere tutta la verità?”. Quando ero più giovane, condividevo molto, penso come misura protettiva, ironia della sorte. È difficile sapere cosa sia più giusto.

Scrivere di psicofarmaci non è facile. Tu lo fai in modo chirurgico. Non li glorifichi, anzi: parli anche di effetti collaterali e rischi di cattive assunzioni. Ma non li demonizzi. In genere si parla di psicofarmaci demonizzandoli. Accade spesso che a una persona con una malattia mentale venga detto: “Perché prendi quella merda? Prova lo yoga, l’agopuntura … è tutto nella tua testa! Non hai bisogno di quella roba lì. Ti ucciderà”. Anche molti medici lo dicono. A una persona che soffre di diabete nessuno direbbe mai di non prendere l’insulina.

Ho molta rabbia nei confronti dell’industria psicofarmaceutica, perché mi sento una cavia. Ho avuto effetti collaterali orribili, debilitanti e pericolosi per la vita da questi farmaci. I medici e l’industria in generale non sono così trasparenti o vigili su questi effetti collaterali come penso dovrebbero essere. D’altra parte, questi farmaci mi hanno letteralmente salvato la vita. Sono in grado di funzionare nella società e avere relazioni felici e sane grazie all’industria farmaceutica. Quindi tutta la verità è che gli psicofarmaci sono malvagi e sono anche miracoli salvavita. Sono contenta che tu l’abbia colto nel mio libro – che la verità è entrambe le cose.

Yoga e agopuntura, ecc. Sono buoni e hanno sicuramente il loro ruolo. Se una persona può stare meglio con metodi “naturali”, ben venga. Ma c’è un’enorme fetta della popolazione che ha bisogno di farmaci per funzionare, e dire a queste persone che lo yoga risolverà tutto è ridicolo. L’esercizio fisico, il sonno, una dieta sana, ecc. Sono tutte cose incredibilmente importanti per stare bene, ma per me lo è anche l’assunzione di 200 mg “nome principio attivo farmaco” e 50 mg di “nome principio attivo farmaco” ogni notte.

Questo è attualmente il tuo unico libro tradotto in italiano, ma hai anche pubblicato una raccolta di racconti e una raccolta di poesie. Posso chiederti qual è il tuo prossimo progetto? Ci stai già lavorando?

Sto finendo una raccolta di storie che è stato divertente scrivere. Il romanzo è stato davvero difficile da molti punti di vista, ed è stato bello lavorare su storie, che sono più piccole e quindi meno cose possono andare storte. E poi mi sento meno attaccata a ogni storia. Ho sentito/sento un malsano livello di attaccamento a questo romanzo. 

Poi… Inizialmente volevo scrivere un romanzo su un grave episodio maniacale che ho avuto nel 2013, da adulta sobria che si prendeva cura di se stessa e faceva tutto ciò che dovresti fare, ma sono stato distratta e improvvisamente sento un’intensa esortazione a scrivere un libro di saggistica su due omicidi avvenuti sulla spiaggia di fronte alla mia casa d’infanzia. Scrivere è una cosa volubile per me, e forse dirti questo lo “porterà sfortuna” e cambierà idea: quindi non so se questo sarà effettivamente il mio prossimo libro o no, ma in questo momento mi sento davvero entusiasta. Voglio finire rapidamente la raccolta di storie in modo da poter scrivere degli omicidi.

Un’ultima cosa, ma questa non è una domanda: grazie!
Il tuo è un libro importante per chi soffre di malattie mentali.

Grazie! Lo apprezzo molto. È strano e fico sapere che le persone lo leggono in Italia.

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