Per quanto sicuramente poche, anche l’Italia ha avuto le sue serial killer; donne diventate assassine per follia, per sete di denaro, oppure per cercare di riedificare una vita segnata dalle ingiustizie e dai soprusi.

Quest’ultimo, forse, è il caso di Milena Quaglini, il cui nome verrà probabilmente ricordato da chi, fra lettori e lettrici, oscilla tra i 40 e i 50 anni. La donna uccise tre persone, tutti uomini, tra il novembre del 1995 e l’ottobre del 1999, di cui uno, Mario Fogli, era il marito violento.

Il suo è stato uno dei casi che, all’epoca, ha fatto più scalpore nel nostro Paese: in un periodo in cui ancora non si parlava di femminicidio e il tema della violenza sulle donne era tutto sommato sommerso, la storia di una donna che aveva ucciso tre uomini violenti, che volevano stuprarla – o c’erano riusciti – o abusare di lei, scosse e divise l’opinione pubblica, che si trovò a fare i conti con un tipo di movente “nuovo”: quello della ribellione femminile.

Milena Quaglini: la Vedova nera del Pavese

Dopo il diploma in ragioneria Milena Quaglini fugge di casa, a 19 anni, per scappare dal padre violento, una figura che rimarrà incombente per tutta la sua vita. Durante uno dei suoi lavori saltuari, conosce un uomo, che diventerà il suo primo marito, e da cui avrà il figlio Dario. L’uomo però si ammalerà di diabete pochi anni dopo il matrimonio, e la lascerà inaspettatamente vedova, ancora molto giovane.

Questa è stata la prima chiave di volta della sua vita: con la morte dell’uomo che amava Quaglini sprofonda nella depressione e inizia a bere. Cambia città e conosce Mario Fogli, che diventa il suo secondo marito, da cui ha due figlie. Durante un momento di crisi familiare, però, va via di casa e si trasferisce a Este, dove racimola soldi lavorando in una palestra e come badante per l’anziano Giusto Dalla Pozza, che le presta 4 milioni di lire per poi tentare di ricattarla. L’uomo un giorno cerca di violentarla, e Milena Quaglini, opponendo resistenza, lo colpisce con una lampada in testa, lasciandolo agonizzante. Dalla Pozza morirà dieci giorni dopo. Quaglini non viene incolpata di questo omicidio, archiviato come caduta accidentale, fino alla sua confessione, motivo per cui viene condannata a 20 mesi per eccesso di legittima difesa.

La donna fa ritorno in Lombardia, dove torna a vivere con Mario Fogli, con cui ben presto ricominciano le liti e gli episodi di violenza. Dopo aver tentato il suicidio, il 2 agosto 1998, in forte stato di ubriachezza, Milena Quaglini uccide il marito strangolandolo con la corda di una tapparella, e poi si costituisce ai carabinieri chiamandoli. Per questo omicidio viene condannata a 6 anni e 8 mesi, da scontare ai domiciliari grazie alla riduzione della pena per semi-infermità mentale.

Grazie a un annuncio conosce Angelo Porrello, uscito dal carcere per violenza sessuale ai danni delle sue tre figlie. Il 5 ottobre 1999 Milena Quaglini lo uccide nella sua casa di Bascapè, dopo essere stata violentata da lui per due volte. Arrestata, viene ricondotta in carcere, a Vigevano, dove morirà il 17 ottobre 2001, dopo essersi impiccata con un lenzuolo la sera precedente nella sua cella.

Il libro di Elisa Giobbi

A riportare a galla l’intensa storia di Milena Quaglini è oggi la scrittrice Elisa Giobbi, che nel suo libro Milena Q. – Assassini di uomini violenti (Mar dei Sargassi Editore), riporta documenti originali di perizie, testimonianze, scambi epistolari tra Quaglini e l’avvocatessa Licia Sardo, ricostruendo con precisione chirurgica e un ritmo serrato, a metà tra il resoconto di cronaca e il romanzo, la vicenda, senza tralasciare il lato più umano della protagonista, quello amante dei figli e della pittura, passione che la accompagnerà fino alla fine, anche nei giorni di carcere.

Milena Q. assassina di uomini violenti

Milena Q. assassina di uomini violenti

L'autrice Elisa Giobbi ripercorre uno dei casi di cronaca più seguiti del nostro Paese: quello di Milena Quaglini, la serial killer di uomini violenti che decise di vendicarsi di chi le aveva fatto del male.
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Per approfondire i temi del suo libro, e fornire un quadro completo e dettagliato della vicenda di Milena Quaglini, abbiamo intervistato l’autrice.

La cosa importante da cui partire è che c’è prima di tutto un messaggio chiaro che emerge dal libro: la violenza non è mai la risposta alla violenza. Non c’è dunque mai una volontà di assoluzione di Milena Quaglini.

Esatto, non c’è mai da parte mia una volontà di assoluzione; tanto meno di condanna, aggiungo. Del resto non sono un prete, ma un’autrice: ho semplicemente voluto raccontare questa storia prestando la mia voce a Quaglini perché ho giudicato che fosse importante sapere, capire, prima che assolvere o condannare. Non siamo giudici fuori tempo massimo. E ognuno leggendo il libro si farà la propria idea“.

Se volessimo, senza ovviamente improvvisarci profiler, provare a spiegare che tipo di serial killer è Milena Quaglini cosa potremmo dire? Non la si può paragonare, ad esempio, a Leonarda Cianciulli, la saponificatrice di Correggio, perché è come se in lei, anziché la follia, emergesse una razionalità molto marcata, quella di elevarsi a giustiziera di ogni donna abusata.

Leonarda Cianciulli, la saponificatrice di Correggio: una storia dell'orrore italiana

Milena Quaglini è un tipo di serial killer che sfugge a qualsiasi catalogazione: anche in questo è unica, sfuggente, ribelle. Si tratta di una serial killer per vendetta, caso più unico che raro. Di certo non è paragonabile alla saponificatrice anche perché a donne e bambini Milena non ha mai torto un capello“.

Nonostante tutto, in Milena Quaglini si ravvisano molti dei pattern comportamentali delle donne vittime di relazioni tossiche, come l’incapacità di distaccarsi dagli uomini violenti. Come lo spiega?

“Non saprei spiegarlo dal punto di vista scientifico, non sono una psicologa nè una psichiatra, ma lo confermo: c’era in Milena un bisogno malato di ‘maschi tossici‘ come Mario Fogli e Angelo Porrello che la portava ad esserne attratta ma anche ad odiarli profondamente. Forse anche in questo caso la figura paterna non smetteva di farsi sentire: in fondo in quel brodo era cresciuta e alcuni aspetti, pur detestandoli, li aveva fatti suoi”.

In un documento originale riportato nel libro il professore di psicopatologia forense e criminologia dell’Università di Milano che si occupa della perizia psichica spiega che Quaglini afferma di aver commesso crimini “non per colpa sua”: sembra emergere una sorta di dissociazione cognitiva in lei, ma quanto sincere possiamo considerare queste affermazioni?

Credo che ci fosse molta dissociazione cognitiva in Quaglini: per affermarlo bastano le numerose testimonianze di chi l’ha conosciuta e la ricorda come una signora gentile e mite e la particolarità di passare all’improvviso dalla prima alla terza persona quando prendeva a raccontare i particolari dei delitti commessi, quasi che ad uccidere non fosse stata lei, ma una forza misteriosa che si impossessava di lei e la travalicava“.

C’è anche un altro grande tema nel libro, spiegato anche dalla perizia del professor M.M., la sindrome dell’abbandono e il trauma di un padre violento che, per assurdo, Quaglini ha ricercato in quasi tutti i suoi partner (con l’eccezione del primo marito).

Anche questo è vero. Purtroppo Milena non si è mai liberata dell’ombra nefasta del padre: lui è stato il primo uomo che le ha reso la vita difficile, come se le avesse marchiato a fuoco un destino di infelicità a partire dall’infanzia“.

L’autrice e la copertina del libro (Fonte: Elisa Giobbi – Mar dei Sargassi)

A un certo punto Milena Quaglini pone un dubbio: che chiunque, fra i “normali” possa trasformarsi in assassino/a. È, del resto, lo schema che spesso sentiamo associato ai casi di femminicidio, con quegli aggettivi come “era un bravo ragazzo”, “un gran lavoratore”, che fanno tanto male peraltro alla tematica perché deviano il discorso dal suo focus centrale, cercando una sorta di corresponsabilità nella vittima.

Nel caso di Milena Quaglini, ovviamente, motivazioni e moventi sono diversi, seppur comunque lungi dal rappresentare un’attenuante ai suoi crimini. Ma quel che incuriosisce è cosa l’abbia spinta davvero a fare quel passo in più, a trasformarsi nel boia dei suoi stessi aguzzini?

“Credo sia stata una miscela esplosiva di vari elementi a rendere Quaglini una specie di scheggia impazzita. Tutti i soprusi e le violenze fisiche e psicologiche subite dai vari uomini che si sono susseguiti nella sua vita e un’esistenza sfortunatissima e avara, che le ha tolto il poco di buono che le aveva dato, hanno agito come benzina sul fuoco di una personalità molto particolare, intelligente ma borderline, capace di tenerezza quanto di efferatezza. C’era qualcosa di ineffabile che le scattava nel momento in cui veniva oltrepassato il segno: in quel momento faceva paura, diveniva capace di tutto“.

In chiusura, però, c’è un’amara considerazione, che possiamo ovviamente intuire anche dal destino della donna: Milena Quaglini dice “Alla fine hanno vinto loro”. Neppure la vendetta, dunque, è la strada giusta per “alleviare” il dolore.

Ovviamente la vendetta non è mai la strada giusta. Quella di Milena Quaglini è stata una vita disperata di cui non ha avuto ragione. C’è da dire però che è stata abbandonata da tutti o quasi, che era una donna sola e incompresa, e infine vorrei dire che una società di stampo patriarcale non può pretendere che tutte le donne, nessuna esclusa, chinino il capo davanti alle ingiustizie. La storia di Milena sta lì a ricordarci che non tutte si fanno fare la festa, che a volte si può incappare in una mezza matta che decide di rispondere alle violenze con gli interessi. E c’è da aver paura“.

Articolo originale pubblicato il 5 Aprile 2022

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