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L'amicizia più forte dell'amore di Marina Cvetaeva per Sonečka

La scrittrice e poetessa russa celebrò in un libro il suo legame con l’attrice Sof'ja Gollidej, soprannominata Sonečka: la definì il suo "più grande amore femminile"

Nel 1937, mentre andava incontro a un destino sventurato, Marina Cvetaeva ricevette una notizia funesta. Viveva in Francia, costretta all’esilio dopo la Rivoluzione russa, quando le comunicarono la morte di Sof’ja Gollidej, la donna con cui aveva condiviso un periodo molto difficile. Straziata dal dolore, iniziò a scrivere Sonečka, il racconto dell’amicizia amorosa con la giovane e allegra studentessa di teatro, che l’aveva incantata con la sua vitalità. La loro storia fu intensa e straziante, come possono essere solo le storie nate in situazioni estreme.

Fin da subito trattai Sonečka come un oggetto amato, un dono, con quel senso di gioioso possesso che mai, né prima né dopo, ho provato per le persone, e per le cose amate.

Nata a Mosca nel 1892, figlia di un professore d’arte e di una pianista, Marina Cvetaeva era cresciuta in un ambiente privilegiato. Il clima familiare non era però dei più semplici: suo padre provava ancora un trasporto per la sua prima e defunta moglie, da cui aveva avuto due figli, e in casa le liti tra Marina e i fratellastri erano all’ordine del giorno. Inoltre, la madre non approvava la sua inclinazione per la poesia e voleva che diventasse una concertista come lei. Ciò, ovviamente, non avvenne, anche perché la donna morì di tubercolosi quando la figlia aveva solo quattordici anni.

Rimasto nuovamente vedovo, il padre di Marina decise di spostarsi in Italia, a Nervi, mentre la figlia fu mandata a studiare prima in Svizzera e poi in Francia, a Parigi. Fu proprio nella Ville Lumière, brulicante più che mai di fervore artistico, che l’ancor giovanissima futura poetessa iniziò a leggere le opere di alcune figure chiave del simbolismo poetico russo, Andrey Bely e Aleksandr Blok. Nel 1910 pubblicò autonomamente la sua prima raccolta, che contribuì a farla conoscere nell’ambiente.

Tornata in Russia nel 1911, mentre si trovava in una cittadina di villeggiatura sul Mar Nero conobbe il cadetto Sergei Yakovlevich Efron, di un anno più piccolo di lei, e se ne innamorò. Si sposarono nel 1912, forti di un amore travolgente. Ciò non impedì a Marina Cvetaeva di avere altre relazioni, come quella con il poeta Osip Mandelstam e con la poetessa Sofia Parnok, che influì moltissimo sulla sua scrittura. Nonostante il marito sopportasse a fatica la situazione, la coppia ebbe due figlie, Ariadna e Irina, nate rispettivamente nel 1912 e nel 1917.

Qualcosa di più grande dei loro problemi coniugali, però, li travolse: allo scoppio della Rivoluzione Russa, nel 1917, Sergei si unì all’Armata Bianca. Rimasta sola a Mosca, mentre il marito combatteva, fu testimone di violenze e visse nella povertà, ma continuò a scrivere. Proprio in quegli anni decise di portare le figlie in orfanotrofio, pensando fosse la scelta migliore, ma la più piccola morì e la maggiore si ammalò gravemente. Fu in questo clima di tragedia e di pessimismo che, nel 1918, Marina conobbe Sof’ja Gollidej, mentre leggeva un testo a teatro.

Davanti a me c’è una ragazza – piccola, una bambina. […] Due trecce nere, due enormi occhi neri, le guance in fiamme. Davanti a me – un vivo incendio. Brucia tutto, brucia – tutta. Bruciano le guance, bruciano gli occhi, nel falò della bocca bruciano senza prender fuoco i denti bianchi, bruciano – la fiamma sembra arricciarle – le due trecce nere, una sulla schiena, l’altra sul petto, quasi spinta dalle fiamme. E da questo incendio, uno sguardo così estatico, così disperato, così – ho paura! così – vi amo!

Sonečka, come lei amava chiamarla, era minuta come un elfo, volubile e capricciosa. Gli altri attori faticavano a lavorare con lei perché era scostante e incapace di lavorare in gruppo, ma Marina si innamorò della sua inclinazione al gioco e della sua vivacità. Così diverse, ma così vicine, le due donne si amarono follemente fino a quando Sof’ja decise di scegliere “il suo destino di donna” accanto a un uomo. Marina, invece, si trasferì prima a Berlino e poi a Parigi come molti altri esuli russi, insieme al marito e alla figlia Ariadna, ed ebbe un altro figlio, Mur.

Come amo amare! Come amo pazzamente amare personalmente io! Fin dal mattino, no, prima del mattino, proprio in quel prima del mattino – dormire ancora e sapere già che di nuovo… Voi quando amate, dimenticate a volte quel che amate? Io – mai. È come un mal di denti – però alla rovescia, un mal di denti alla rovescia, duole soltanto, mentre qui – nemmeno una parola.

Quando Marina venne a sapere della morte dell’amica, nel 1937, scrisse il racconto di getto, mentre la sua vita era già sull’orlo del baratro. Nel 1939 lasciò Parigi con il figlio e tornò nella Russia di Stalin, povera e pericolosa, sperando di ritrovare il marito e la figlia, che in realtà erano stati arrestati. Il marito venne fucilato per tradimento nel 1941, ma lei non venne mai a saperlo. Povera e sola, la poetessa si tolse la vita il 31 agosto del 1941: lasciò un biglietto per il figlio, chiedendogli di perdonarla e di dire a Sergei e ad Ariadna che li aveva amati fino all’ultimo momento.

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