"Non dimenticatela, ve ne prego": Akiko Yosano tra ribellione e 11 figli

Figura importante della letteratura giapponese del Novecento, Akiko Yosano con le sue opere ha presentato una visione progressista del ruolo delle donne nella società

Scrittrice, saggista, traduttrice e soprattutto poetessa, Akiko Yosano passò tutta la sua vita a difendere i diritti delle donne e lottare per una società in cui le donne potessero essere finanziariamente indipendenti. Contraria alle idee nazionaliste e convinta pacifista, oggi viene ricordata (non abbastanza) soprattutto per le oltre 50.000 poesie tanka, un componimento dalla struttura fissa di cinque versi, paragonabile al ben più noto haiku.

Per punire
gli uomini dei loro peccati infiniti
Dio mi ha dato
questa pelle chiara
questi lunghi capelli neri.

Non dubitare dei sogni. Ediz. a colori

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I versi della scrittrice e poetessa giapponese Akiko Yosano si vestono con i colori delle illustrazione di Sonia Maria Luce Possentini.
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La storia di Akiko Yosano

Akiko Yosano nacque il 7 dicembre 1878 a Sakai, in Giappone, da una famiglia benestante che produceva dolci e lei stessa si adoperò fin da bambina per aiutare l’attività. Parallelamente sviluppò un grande amore per la letteratura, passione che condivideva con il padre.

Diversamente dai fratelli, che poterono continuare gli studi in quanto maschi, Akiko non poté fare altro che lavorare e incanalare tutti i suoi sentimenti e lo spirito di ribellione nella poesia. Fu così che iniziò a scrivere i tanka, incentrati principalmente sulle sue esperienze di donna, che fece leggere al direttore della rivista poetica Myōjō, Tekkan Yosano: l’amicizia tra i due si trasformò presto in amore, nonostante l’uomo fosse già sposato.

Amore o sangue?
tutta la primavera
è in questa peonia che mi ossessiona,
scende la notte, sono sola,
sola senza una poesia.

Dopo il divorzio di Tekkan, nel 1901 si sposarono e decisero di vivere a Tokyo, ma non stava iniziando un nuovo capitolo felice per la poetessa. Nonostante il successo della sua prima raccolta lirica, Midaregami (Capelli sparsi), la sua vita personale iniziò presto a precipitare. Tradita più volte dal marito, divenne madre per tredici volte, ma solo undici dei suoi figli arrivarono all’età adulta.

Sebbene così fragile
e così breve l’amore,
ha sangue troppo giovane
questa ragazza, per bruciare
poesie di primavera.

La sua complessa condizione non spense il fervore creativo, anzi, la spinse a scrivere ancora di più, trattando anche argomenti politici e sociali. La possibilità di viaggiare in Europa, in particolar modo in Francia, la fece entrare in contatto con nuove idee legate ai diritti delle donne: e in Giappone c’era ancora molto da fare per arrivare all’uguaglianza.

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Femminismo

“Qualsiasi settore della vita delle donne giapponesi esaminiate, scoprirete certamente un gran numero di difetti, che qui non si possono passare sotto silenzio”. Inizia così il saggio Agli uomini intelligenti, tradotto in italiano dalla ricercatrice Irene Starace e apparso su International Journal of Afro-Asiatic Studies. La produzione saggistica di Akiko Yosano, purtroppo tradotta solo in minima parte, abbraccia un ampio ventaglio di questioni sociali, politiche e filosofiche, partendo proprio dal femminismo.

Agli uomini intelligenti, presentato originariamente nel 1919, si fonda su un concetto di femminismo umanistico, basato sulla necessità delle donne di crescere individualmente e ottenere il giusto rispetto per il proprio modo di essere. La possibilità di crescere come persona era infatti limitata per le donne del suo tempo, discriminate dalla società, plasmata fino a Ottocento inoltrato sul concetto di danson johi (“rispetto per gli uomini, disprezzo per le donne”) e kazoku seido (“sistema della famiglia”).

A differenza degli uomini, che hanno il privilegio di ricevere una formazione per qualsiasi lavoro, le donne, non avendo un diploma di studi che superi un certo livello e un certo campo, con l’eccezione delle insegnanti, non possono uscire da lavori di basso livello. Inoltre, anche in quest’ambito, per quanto grandi siano le loro capacità, sono eternamente in una posizione inferiore a quella degli uomini e devono sottostare a un trattamento peggiore.

Il suo appello accorato mirava a una condivisione di responsabilità degli uomini, per liberare le donne giapponesi da un giogo millenario.

Noi non abbiamo libertà, uguaglianza, né amore, nemmeno nell’infanzia. Inoltre, non abbiamo neanche conoscenze, né lavoro, né diritto alla partecipazione politica. Come potrebbero gli uomini e le donne giapponesi dividere le responsabilità collaborando alla vita nel mondo del dopoguerra, in cui viene perorata la solidarietà sociale dell’intera umanità, lasciando le donne in una situazione di stallo così innaturale?

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L’incontro con la morte

Durante la pandemia di influenza spagnola che flagellò il mondo dal 1918 al 1920, Akiko Yosano continuò a scrivere. Come ricorda un bell’articolo su nippon.com, a livello globale vi furono tre ondate e la scrittrice si ammalò durante la prima, nel novembre 1918, insieme ad altri dieci membri della sua famiglia. La velocità con cui dallo stato febbrile si passava alla polmonite e anche alla morte improvvisa prese tutti alla sprovvista: la drammaticità della situazione la fece riflettere su qualcosa che ancora oggi ci sembra attuale.

Perché il governo non ha ordinato preventivamente la chiusura temporanea di luoghi in cui molte persone si riuniscono a distanza ravvicinata, come grandi magazzini, scuole, luoghi di intrattenimento, grandi fabbriche, grandi mostre e così via?

Fu in questo frangente che, il 25 gennaio 1920, Akiko pubblicò il saggio Shi no kyōfu (“La paura della morte”), che prendeva in considerazione gli aspetti psicologici della pandemia. “Vedendo le devastazioni provocate dalla furiosa epidemia, come le persone perfettamente sane possono ammalarsi e morire in cinque o sette giorni, i pensieri si volgono alla mutevolezza della vita e alla morte stessa”, scriveva, dando voce ai pensieri che da mesi la stavano scuotendo.

Adesso siamo circondati dalla morte. Solo a Tokyo e Yokohama muoiono quattrocento persone ogni giorno. Potrebbe essere il nostro turno domani, ma fino alla fine, tenendo alta la bandiera della vita, voglio difendermi saggiamente da questa morte innaturale.

Superato il dramma, nel 1921 Akiko Yosano fondò una scuola femminile, di cui divenne preside e insegnante, mettendo tutte le sue energie nell’educazione delle fanciulle. Proseguì anche la sua carriera letteraria, a cui accostò quella di traduttrice dal giapponese classico al giapponese moderno di alcuni capolavori come Genji Monogatari (La storia di Genji).

Nel 1940 fu colpita da un ictus e non riuscì più a lavorare: morì d’infarto due anni dopo, nel 1942, a soli 63 anni. Nonostante fosse una figura pubblica piuttosto nota, la sua morte passò inosservata a causa anche del clima bellico: le parole di uno dei suoi tanka risuonano oggi come un epitaffio.

Dagli occhi fredde
cadono le lagrime,
eppure le sue parole
si sforzano di parere gaie:
non dimenticatela, ve ne prego.

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