Attenzione: il racconto che segue parla di stupro e victim blaming.
In alcuni passaggi, è presente un linguaggio esplicito.

Nina fa l’amore con tutti

Nina fa l’amore con tutti. Anche con i maschi che le altre ragazze non bacerebbero neppure da ubriache.
Le basta chiudere gli occhi: pensare che le mani che le cercano i seni siano di Luca, suo il fiato che sa di birra e tabacco, suoi i fianchi spigolosi che spingono dentro. Non sempre ci riesce. Nina con Luca l’amore non l’ha mai fatto, ma non è questo il punto.
Il punto è che ci sono volte in cui chiude gli occhi fortissimo, fino a vederci dentro minuscole scintille luminose turbinare in cerchi concentrici ma niente, non funziona.

In questi casi, Nina sa come chiudere la partita senza tirarla troppo per le lunghe: arrivata a quel punto, non può mica tirarsi indietro. Se l’altro se ne accorge, Nina dà la colpa al vino e a certe gocce che sarebbe meglio non mischiare: «No, ovvio, non dipende da lui; no, certo che era eccitata, tanto, tantissimo, forse troppo.»
Nina fa l’amore con tutti, ma non è sempre stato così.

Inverno 1996

Il primo è Adriano. A lui, e solo a lui, Nina si concede a quasi quindici anni, e fino alla fine del liceo. La verginità la saluta senza rimpianti sul sedile di una Uno grigia, come non se ne vedono più. A differenza dei racconti delle ragazze più grandi, è bello e non fa male.
Ha aspettato due anni, Nina, per essere sicura, e lo è davvero. Al punto che, giura, farà l’amore per sempre con lui.
Pazzesco: c’è gente che non trova l’anima gemella in una vita intera! Lei, Nina, l’ha trovata all’inizio della seconda media in un paesino di merda della Bassa bresciana dove è più facile incontrare nebbia e maiali che anime.
È una domenica di quasi inverno: il juke box suona What’s Up e Adriano se ne sta riverso sul tavolo da biliardo dell’oratorio con addosso il bomber della Folgore. Quando Nina fa il suo ingresso, lui le appoggia addosso due occhi del colore del cielo e non li toglie più, neppure quando scocca il tiro.
Da lì in poi Nina scopre che l’amore può essere tante cose: l’orgoglio di essere presa per mano davanti agli amici; la voglia umida nelle mutande quando Adri, torso nudo e jeans bianchi di calce come nelle pubblicità, la stringe agli addominali cementati da dodici ore al giorno sulle impalcature. Nonché, non di rado, una questione di corna; e di pianti e bugie, di vita che sembra finire e continua, anche senza di lui, che poi torna e scompare e torna di nuovo, ma con un’altra; e infine ancora e sempre da Nina.
Lei lo accoglie ogni volta, con il broncio fuori e la gioia nel cuore. E ogni volta concede all’amore qualcosa di più.

Intermezzo.
Estate 2000

«Benvenuti nel Terzo millennio, gente!
Il futuro inizia adesso! Non fatelo aspettare.»

Gli anni sono attimi e i Novanta, che sembravano eterni, già non sono più: è la prima estate dei Duemila.
Diventare adulti è un biglietto omaggio per la Baia Imperiale allungato da una PR biondissima sul lungomare di Rivazzurra. Nina lo prende e scende in pista: 

Vamos a bailar esta vida nueva!
Vamos a bailar, nai nai na!

O forse il futuro inizia quando l’estate finisce, in una città del Veneto sconosciuta, ancora per poco. Pare un paesotto assediato da studenti, ma se dal paese ci vieni davvero è pur sempre un luogo in cui nessuno ti conosce: dove il prima non conta e puoi inventarti ciò sarai.

Autunno 2000

Luca non assomiglia a Francesco, lo studente popolare di Ingegneria che le presenta una coinquilina e diventa, da subito, il ragazzo ufficiale della nuova vita. Il paragone all’inizio non si pone: sono passate un paio di settimane da quando è arrivata a Padova e ne serviranno poche, ma qualcuna in più, prima che Luca subaffitti la camera di una matricola di Psicologia dai ripensamenti precoci.
Luca non assomiglia ad Adriano, e neppure al ragazzo della spiaggia, che pareva Robbie dei Take That nel poster di Cioè strappato dalla parete della cameretta qualche anno fa. Luca non assomiglia neppure a quelli che verranno dopo di lui.
Con Roberto ha in comune giusto i cd di De André, Battiato e Leonard Cohen. Meno di zero con Tiziano, cui non sembra vero trovarsi Nina inginocchiata sotto la pancia tesa che pare di donna pronta a sgravare. Gli occhi di Luca non rassomigliano a quelli di Tommy del corso di Filologia Romanza, che pure sono buoni e le sorridono grati mentre lei gli lecca il corpo storpio. Né hanno qualcosa da spartire con quelli di Tommaso, che Nina neppure ricorda; il pezzo di carne strozzato in un preservativo blu all’aroma fragola sì, invece: farsi strisciare dentro quella lumaca pulsante col suo cellophane color puffo, è il modo più rapido per togliersela dalla vista.
Luca non ha gli occhi di Andrea, Giacomo, Luciano, Simone, Phil, Max; né quelli da bambino timido dell’uomo che, vent’anni dopo, condividerà con lui solo le due sillabe del nome. Luca non ha gli occhi di nessuno che ha incontrato o incontrerà: tanti da dimenticare di qualcuno persino il nome, e non sentirne la mancanza.
Senza sottovalutare il culo su cui finisce la criniera gialla di mèches, gli occhi di Luca colgono cose di Nina che a lei stessa sfuggono.
«Bella!», le dice.
Così: bella! e basta; con il sorriso di chi sa di cosa sta parlando.

«Sono un bluff!», ride Nina, e per non rischiare di lasciarsi sfuggire ciò che è meglio tacere, gli tuffa il naso nei riccioli dove sono rimasti intrappolati arabeschi di fumo e marijuana.
«Dimmi di restare e io resto.» Dice lui; ed è serio.
Nina a fare l’amore con Luca non ce la fa. Le piace allacciare a lungo la lingua alla sua, e la commuovono le mani piccole che le contengono i seni. Si sente a casa quando si leggono Céline, l’anima e Szymborska fino ad addormentarsi nella stanza angusta dello studentato, quando Francesco non c’è e gli altri non se ne accorgono, o fanno finta. Il suo corpo con Lu sente cose che fa finta di sentire con l’altro, a cui lo concede quasi ogni giorno. Soprattutto, non ne sente altre, senza bisogno delle gocce che sanno di chiodi di garofano e le anestetizzano pensieri, muscoli, emozioni. Pure, farci l’amore non c’è verso; e lui rifiuta di forzare le sue difese.
La sera in cui Luca parte per Siviglia, Nina lascia Francesco e chiede a Borian dell’aula studio di scopare con lei. Il giorno dopo tocca a Matteo, che ha un pene tozzo e largo come certe lattine di tonno in offerta al Despar di via Monte Cengio. 
Seguono altri, di cui davvero non vale la pena tenere traccia.

Vent’anni dopo.
Estate 2020

Mentre la prende da dietro, Nina guarda il lago ancora affollato di vele bianche, cangiante per il tramonto.
Se c’è una cosa che Nina ha imparato è che quando un uomo decide di togliersi le voglie senza attendere il permesso, opporsi non serve. Non è stata l’unica lezione appresa da Nina nell’estate fiduciosa che aveva aperto il Terzo millennio, ma la più significativa sì; e a distanza di quasi due decenni le torna utile.
Così, quando lui la rovescia di peso sul parapetto del punto panoramico di Pieve di Tremosine, Nina sorride senza allegria, e sibila qualcosa che lui non ascolta. Poi, svincolata la testa dalla mano che la preme verso la forra, spinge lo sguardo fino alla sponda veronese e ancora più su, lungo il pendio occidentale del Monte Baldo e oltre; anche se oltre non si vede più niente.
Una barchetta rossa si stacca dal porto di Limone, guadagna il largo veloce e pare andarsi a prendere qualcosa che le altre, nella fretta di rientrare, non hanno visto. Nina si concentra sul respiro: spingere ossigeno in ogni fibra del corpo è essenziale per limitarne la carneficina.
Dopo aver frullato mattina e pomeriggio al ritmo dell’Ora, gli ultimi aquiloni di kitesurf fanno rientro alla spiaggia di Campione del Garda sgonfi di vento.
Torneranno l’indomani, a spiegare le ali variopinte al soffiare nerboruto del Pelèr, prossimo ad alzarsi dall’arco trentino durante la notte sfrenata dei vacanzieri. Ma adesso no, è ora di rincasare. Non per la barchetta rossa che, incurante dell’atleticità full optional delle altre imbarcazioni, se la ride e fila via. Una brezza che non sfiora Nina increspa la superficie del lago e gli ultimi raggi di sole inquadrano il castello di Malcesine, assonnato sul suo sperone di roccia.
Un dolore affilato sale, dall’ano a tagliarle la carne fin dentro allo stomaco, e poi su per la schiena: pulsa in testa, annebbia la vista. Il corpo si contrae, senza riuscire a sottrarsi alla fitta di un nuovo fendente spinto in profondità. Le sneakers dell’uomo arpionano a turno il legno del parapetto per conficcarle dentro tutto quello che può. Hanno lo stesso candore delle vele, pensa Nina; e stavolta ride, da fare paura.
La forra scavata nei millenni dal Brasa ormai è un vuoto accogliente da qualche parte là sotto. Le sagome dei canyon e della serpentina percorsa in velocità si intravedono appena.
«Sembra di essere in America!» ha gridato lui meno di un’ora fa al vento tagliato dalla scocca della sua Mini Cabrio, bianca anche lei. Nina pensa a un film in cui lei è Thelma senza Louise, che infatti non c’è a salvarla, né a morire insieme.
Sul lago un’ombra viola scolora lenta in un blu prossimo al plumbeo: a illuminare la rotta della barchetta resta un unico scampolo di luce.
Quando Luca, che non è quel Luca, la gira verso di sé per farsi largo anche nel ventre, Nina prova a rintracciare il sorriso bambino diluito nel ghigno che pure non riesce a privare quel volto di una bellezza innocente.

Che avrebbero fatto sesso a Nina era chiaro, ed è quello per cui si è depilata: a differenza di tanti è bello, nonostante il cliché di capelli biondi e occhi azzurri. Ma non qui, non così. Ma Nina stavolta non dice nulla, neppure che fa male: sta zitta, lascia fare: rovescia indietro la testa in cerca della barchetta che non si vede più.
Un calore fondente le si spande dentro e le cola lungo le cosce: bisognerà accertarsi che non ci siano conseguenze.
Accade in quel momento: Nina esce da Nina, finalmente, come nell’estate in cui la vita stava per iniziare.

Estate 2000

Le parole del dj sono una promessa da cogliere a volo:

«È l’estate del nuovo millennio: l’estate dei sogni e delle possibilità.
Esprimete un desiderio, perché stanotte tutto è possibile.
Fatto? E allora tutti in pista: il futuro inizia adesso!
Non fatelo aspettare.»

Vamos a bailar esta vida nueva!
Vamos a bailar, nai nai na!

Adriano dice che la sua gelosia è direttamente proporzionale all’amore che prova per lei e pretende rassicurazioni che Nina non ha più voglia di dare. E poi c’è stata la maturità… Scampati apocalisse e millenium bug, il mondo aspetta eccitato il futuro tecnologico e globale. Nina, che pure è stanca di aspettare, conta i giorni che la separano da una città universitaria che sente già sua, senza il guinzaglio dei genitori e senza Adriano, che prova a stringere il suo e le propone in ginocchio l’avvenire. Lui sogna bambini e una moglie a casa a ingrassare; lei la libertà, che sa di piadina e solari Bilboa, e ha i ritmi frenetici della prima vacanza al mare con le amiche e gli umori di inedite voglie.
L’amore non sarà per sempre né solo Adriano: ora Nina lo sa. Le tv di tutto il mondo trasmettono da giorni notizie controverse sulla sorte di centosette ragazzi: stavano giocando a fare la guerra nel ventre di un sottomarino in un mare lontano, quando la guerra li ha trovati. O forse non è stato un missile nemico e qualcosa è andato storto. I più fortunati hanno brillato nel buio del fondale senza accorgersene, c’è da sperare.
Nina ha quasi 19 anni, la stessa età di alcuni militari del Kursk; e già da un anno dice di averli.
Tra l’annuncio di un bambino smarrito, con descrizione del costumino, e la pubblicità della Baia Imperiale, la radio del bagno Piero gracchia tutto il giorno la hit di Paola e Chiara.
Di notte la spiaggia è un cimitero silenzioso su cui si stagliano le sagome di lettini e ombrelloni chiusi al tramonto, con qualche eccezione da cui proviene un vociare sommesso o schiocchi di risa ubriache.
Nina ha voglia di labbra e mani nuove; del sesso di quel ragazzo conosciuto la mattina anche, ma non ora: così lo bacia a fondo ma gli sposta la mano, che pure insiste. E insiste quando dice No e poi ancora, mentre lo ripete più volte, confusa, ridendo sempre meno. No è un monosillabo, che è disagio e vergogna all’inizio; poi rabbia, infine paura. No. Il sangue in bocca è un metallo caldo che la coglie di sorpresa prima che possa gridare.
Il dolore le sguscia e si agita dentro. Nina non riesce a localizzarlo: si sposta, dalle pelvi alle interiora e poi giù, attraverso i muscoli dei polpacci, fino ai tendini dei calcagni. Una contrazione acuta risale in direzione opposta la schiena e le perfora la nuca in sincrono con i fianchi del maschio che non ha bisogno di permesso per entrare, né per uscire e tutto il resto.
E se a lui non serve il permesso, a lei a nulla vale negarlo; finché Nina non sente più niente, e smette di lottare.

Accade nel momento esatto della resa: Nina esce da Nina e se ne va lontano. Là, in fondo a quelle acque gelide di cui le potenze mondiali si bisticciano onere, onori, pertinenze. Si rannicchia per un po’ nel ventre del Kursk, e quasi si sente al sicuro. Sul viso di quei coetanei arditi non c’è traccia dei sorrisi sbruffoni imbastiti per le foto che passano da giorni nei tg. Nina pensa ai topi che nonno annegava nella roggia dietro casa: turbinavano veloci, addentavano rabbiosi le maglie della trappola fino a strapparsi i denti, e poi puff! Qualcosa esplodeva dentro e riconsegnava alle bestie un corpo stravolto ma disteso, senza più resistenze.
Ma Nina è viva. Viva, da sentire dolore: muoiano loro, lei no! Nina torna dagli abissi e osserva quel che accade sul lettino del bagno Piero  da una prospettiva aerea: tra poche ore lì altra carne sarà unta e distesa. Da quell’altezza la libertà fa quello che deve: dà le vertigini; e Nina sta a guardare il mare fluorescente della notte e il corpo immobile là sotto, che è Nina senza essere lei.
«Cosa ti aspettavi?»
Latra alla sua schiena il ragazzo che domani a un’altra sembrerà Robbie dei Take That. «Dillo che ti piace, che è quello che volevi.» Domani a un’altra, ma oggi tocca a lei, che infatti si chiede: «Cosa ti aspettavi?».
Lo avrebbe chiesto, sicuro, sua madre, che le dice sempre di non fare la stupida con i ragazzi. L’avrebbe pensato, tacendolo, l’amica cui ha preso in prestito il top che le lascia nuda la schiena nerboruta, per piacere a quel maschio che ora la lecca e la morde come un cane in calore.
L’avrebbero sussurrato gli uni agli orecchi degli altri quelli che, insieme, fanno la gente che…
«Chissà cosa dice!
– Mamma, non me ne frega un cazzo di quello che dice la gente!»

E invece a Nina frega, eccome!
È stata lei a sorridere al suo sguardo. Lei a mettere una gonna corta. Lei a ridere troppo alle sue parole. Lei a lasciar cadere silenzi e sottintesi. Sempre lei a seguirlo sulla spiaggia dove gli amori estivi si scambiano promesse per sempre, e scadenza a settembre.
E allora zitta, Nina! Non è successo nulla. È solo diverso da come lo hai immaginato.
Cosa ti aspettavi? Chiede Nina a Nina là sotto, e aspetta, ma non la risposta. Aspetta, distratta, che tutto finisca: il fiato dei marinai nel Kursk, il maschio che le rantola addosso gli ultimi colpi della sua onnipotenza, la vita che è stata e quella che deve arrivare.
Aspetta, e infatti finisce. E Nina torna in Nina.
Le telecamere a infrarossi non registrano più alcun calore nell’utero profondo di plancton e lamiere.

 

Questo racconto fa parte della campagna di scrittura #Unite, cui hanno aderito scrittrici e giornaliste italiane per denunciare la violenza di genere e nominarla.
#rompiamoilsilenzio

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