*** Aggiornamento del 15 ottobre 2021 ***

Zadie Smith non ha mai fatto mistero di odiare gli smartphone, come vi raccontavamo nell’articolo originale che segue, e il concetto è stato ribadito nel corso di un’intervista con la rubrica del Corriere 7.

Passerò per luddista, ma sapere che prima o poi, attorno ai 13/14 anni, dovrò dare ai miei figli degli smartphone mi fa imbestialire. Ora resisto, ma non c’è via di uscita, sarebbero emarginati dal sistema scolastico e poi universitario. Odio questi telefoni, penso siano letali per lo sviluppo dei giovani: ti localizzano, sono progettati per creare dipendenza… Come se un’intera società, un governo e un’istituzione privata mi dicessero: ‘A 14 anni tuo figlio deve assumere eroina, tutti sono dipendenti dall’eroina’. Lo trovo vergognoso! Ma non ho scelta ed è lesivo della mia libertà.

Smith ha spiegato il motivo di tanta diffidenza nei confronti dei dispositivi elettronici.

Oggi si fa fatica a esercitare il proprio pensiero individuale, indipendente, l’oggetto che abbiamo in mano è strumento con cui si scrive, si pensa, si lavora, ci si nutre, si ama… E mira a rendere smart la nostra casa, la nostra vita, ma quello che è smart spesso per noi è stupido, perché ci sono algoritmi e automatismi più complessi di noi che ci stimolano e ci punzecchiano in continuazione.

Così si è delusi da quello che si è scritto o fatto. I social creano una narrazione di noi che sembra dotata di senso, ma non è così. Sì, siamo sempre stati influenzati dalla cultura, dai media, dalla famiglia e dalla comunità: hanno un effetto calmante. Uno dei motivi per cui non corro nuda per strada è perché i miei cari e gli amici non approverebbero. Ma questa disapprovazione ha un carattere limitato, nella mia vita. Invece soprattutto per i più giovani oggi l’approvazione o disapprovazione sociale è totale, invasiva, rende schiavi.

Soprendente è invece la domanda che l’ha messa più a disagio fatta dai suoi figli.

Perché Michael Jackson si è schiarito la pelle. Preferirei rispondere a qualsiasi domanda sulla sessualità piuttosto che rispondere a questa: è difficile spiegare l’odio per se stessi, il disgusto verso la propria persona, e bisogna anche parlare di una società che addirittura lo incoraggiava in tal senso.

*** Articolo originale ***

Zadie Smith è un’incredibile conoscitrice della cultura di ieri e di oggi. Chi ha letto la sua raccolta di saggi Cambiare idea  sa di cosa stiamo parlando.

Cambiare idea

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L'autrice di "Denti bianchi" e "Della bellezza", tradotta e amata in tutto il mondo, racconta se stessa, le sue passioni, gli artisti, le persone e i luoghi che l'hanno ispirata.
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La scrittrice britannica di origine giamaicana rappresenta quello che un intellettuale ha il dovere di essere in una società: lungimirante. Lei lo è. Traspare tutto nei suoi cinque romanzi e in ogni cosa che fa o dice, comprese le interviste che rilascia. Il 25 ottobre sarà il suo 44esimo compleanno e noi siamo volute tornare su alcuni aspetti delle risposte a interviste rilasciate negli ultimi tempi, per cercare di comprendere appieno questa figura letteraria affascinante. E amarla sempre di più.

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Uno di questi aspetti riguarda il fatto che nel suo ultimo romanzo Swing Time Zadie Smith abbia utilizzato la n-word. Si tratta di una questione diventata di grande attualità. È sempre e comunque razzismo utilizzarla?

Swing time

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Zadie Smith racconta l’amicizia assoluta e inquieta tra due ragazzi adolescenti, il mondo dei sobborghi multiculturali, l’attrazione perturbante per coloro che sono animati da un talento e nascondono un segreto.
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È come dice Quentin Tarantino, «n*gro è solo una parola»? Oppure fa bene chi impedisce la visione di un film come “Via col vento” per il modo in cui vengono dipinti gli afroamericani? Sarebbe giusto cancellare il termine anche in opere creative, dai libri ai film, passando per le canzoni (una su tutte quella che fa «siamo i Watussi, gli altissimi n*gri»)? Smith dà un’idea relativa a quello che pensa, ma che può costituire un ottimo spunto per tutte noi.

Non sono interessata a come viene definita una persona, ma a come viene trattata in ambito sanitario, istruttivo, abitativo. Una buona risposta è nell’album di Kendrick Lamar, To Pimp a Butterfly: ci ricorda che l’origine della parola è negus, parola regale, da re, poi in America è stata manipolata e storpiata: la intendo nel senso originario, quando la uso.

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Zadie Smith, in quella stessa intervista rilasciata peraltro al Corriere della Sera, racconta anche di un’altro dettaglio importante per capire il suo pensiero: non ha uno smartphone. Le sue ragioni sono tutte di natura didattica. La scrittrice ha spiegato infatti come osservi fin troppo spesso bambini con il naso in giù su uno smartphone, bambini che hanno smesso di interagire tra loro.

E sono gli stessi genitori a dare loro in mano la tecnologia, giustificandosi con una presunta sicurezza che questi device garantirebbero. Ma per Smith non è così, non quando i genitori si comportano allo stesso modo, non quando i genitori danno lo smartphone ai loro bimbi ma li seguono comunque costantemente: e allora quale potrebbe essere la paura che accada loro qualcosa? Inoltre, non possedendo uno smartphone, Smith ha una motivazione a portata di mano nel momento in cui sua figlia dovesse chiedergliene uno.

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Non si tratta di una novità per l’artista: la comunicazione è importante e Zadie Smith non ama il modo in cui avviene oggi. E infatti non è neppure sui social network, perché teme che la folla degli hater danneggi la sua scrittura. Smith afferma che, esattamente come ognuna di noi, può avere torto per ciò che scrive, ma non vuole che glielo si urli su social. Inoltre, benché sia una strenua sostenitrice del “cambiare idea” trova che quello che accade su Twitter o sugli altri canali social costituisca una strana contraddizione: Smith ha raccontato all’Huffington Post di aver trovato persone che si svegliavano la mattina urlando il loro pensiero su Twitter e, dopo solo quattro ore, affermando tutto e il contrario di tutto.

Voglio avere i miei sentimenti, anche se sono sbagliati, anche se sono inappropriati, esprimerli a me stessa nella privacy del mio cuore e della mia mente. Non voglio essere bullizzata per questo.

Smith è una voce non solo autorevole per tutto ciò che rappresenta, ma anche perché in questo caso ha espresso qualcosa che alcune tra noi pensano profondamente. I social possono essere un grande mezzo, ma a volte si utilizzano in maniera errata: non tutti i pensieri devono essere espressi per forza e magari con forza, è giusto che ognuno tenga qualcosa per sé.

Articolo originale pubblicato il 23 Ottobre 2017

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