"Mi chiamo Espérance Hakuzwimana Ripanti, sono una donna, sono nera e italiana"

Avevo varie domande da farle, ma soprattutto ne avevo una da non farle: "Da dove vieni? Raccontami la tua storia, di come sei arrivata in Italia!". Perché?

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Da tutta la vita mi trovo a dover rispondere almeno cinque volte a settimana alle stesse identiche questioni:
Di dove sei? Da dove vieni? Che origini hai? Di dove sono i tuoi genitori? Da che Paese arrivi? Da quanto se qui? Quando sei arrivata?
[…]
La loro vera domanda, che mi perseguita da anni, è un’altra: “Di dove sei veramente?“.
Come a dire “OK, parli l’italiano, mangi italiano, ti vesti come me, ascolti la mia stessa musica, fai il mio stesso corso, leggi libri interessanti, conosci gli orari degli autobus, sai riconoscere i nomi delle piazzi e sembri a posto, però non mi basta”.

Ho incontrato Espérance Hakuzwimana Ripanti che avevo appena finito di leggere il suo libro, edito da People, “E poi basta – Manifesto di una donna nera italiana” e, non nego, di invidiarne la scrittura, lirica ma chirurgica, emotiva a tratti cinica, senza pace.

E Poi Basta. Manifesto di una donna nera italiana

E Poi Basta. Manifesto di una donna nera italiana

"E poi basta" è il racconto di come Espérance Hakuzwimana Ripantir sia riuscita a uscire dalla sua stanza rendendo reale tutto quello che prima di allora aveva vissuto solo nei libri.
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Avevo varie domande da farle, ma soprattutto ne avevo una da non farle: “Da dove vieni? Raccontami la tua storia, di come sei arrivata in Italia!“. Perché?

Perché avevo letto il suo libro; e solo una persona che non lo ha letto può pensare di farle questa domanda!
Perché avevo letto il suo libro; e per la prima volta mi sono trovata a pensare quanto doloroso può essere dover continuamente spiegare come ci si è finiti da gabbianella (leggi nera, per utilizzare un paragone che Espérance fa più volte nel suo libro, facendo riferimento alla nota favola di Luis Sepúlveda), in un mondo di gatti, a cercare a volte di fare il gatto o, comunque, a provare ad assomigliarci il più possibile o, almeno, a passare inosservata.

Quel pezzo della sua storia lo condenso qui in breve.
Espérance  è nata in Ruanda nel 1991 e a tre anni è arrivata in Italia, con l’aereo che ha strappato 40 bambini di un orfanotrofio al genocidio allora in atto.

Non è storia nella quale ci si possa addentrare, ogni volta, conversando con chiunque voglia sapere.
Né è questa la sede per farlo in vece sua – comunque non potrei.
Nella storia di cosa significhi essere donna, nera, italiana, invece, meglio lasciare la parola a lei.

Non solo per scoprire qualcosa di lei ma, soprattutto, per scoprire qualcosa di noi stessi.
Antirazzisti convinti e dichiarati che, spesso, con tanta buona fede e altrettanti buoni propositi, cadiamo in qualche eccezione.

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