Nelle narrazioni di chi sopravvive ai genocidi e alle sopraffazioni della Storia e si fa voce delle vicende di chi non ce l’ha fatta, c’è sempre un punto preciso in cui è evidente che la responsabilità collettiva è la summa di una serie di responsabilità individuali. Gli snodi, per la verità, agiscono potenzialmente infiniti nelle vite di ognuno di noi. Pure, mi pare che in questi racconti drammatici sia sempre possibile isolare un momento terribile (o più di uno) in cui la banalità del male di cui parla Hannah Arendt si manifesta cristallina in tutta la sua ferocia, e un essere umano condanna a morte un altro essere umano senza sentirne la responsabilità o scaricandola sulla Storia.

Della vicenda umana di Liliana Segre c’è un aneddoto, in particolare, che mi restituisce il senso di questa banalità: è il racconto di quando l’8 dicembre del 1943 Segre tredicenne, il padre Alberto e due anziani cugini raggiunsero la frontiera ticina, cioè la salvezza, salvo poi essere respinti con disprezzo da un funzionario. Seguirono, nei giorni successivi, l’arresto, il carcere di San Vittore a Milano e la deportazione ad Auschiwitz-Birkenau. Il padre di Segre, definito dal funzionario di frontiera come “un impostore che non vuole fare il militare”, da quel campo non tornerà. Tornerà la figlia, da sola, cui toccherà pure l’evidenza di doversi sentire grata e fortunata per essere stata all’inferno e avervi potuto fare ritorno.

Ognuno ha la responsabilità individuale delle scelte che compie.

Disse la Senatrice una volta.
Pure sembra così poca cosa questa responsabilità dei singoli, rispetto al dolore arrecato.
Si affida a cosa, poi? A una coscienza o a un senso di colpa, di cui è lecito dubitare per alcune persone. O forse a una giustizia di altra natura, in cui per molti è importante ma per altri impossibile trovare conforto?
Sembra poca cosa di fronte alla vita di un padre e una figlia, già salvi e rispediti alla fame, alla tortura, all’assassinio. È nulla, o così almeno pare, di fronte ai crimini di massa che non hanno mai smesso di esistere, dopo la Shoah, salvo la bugia che abbiamo potuto raccontarci, perché non ci ha più riguardato direttamente, che non avremmo dimenticato o permesso accadesse mai più. È successo. Non ha mai smesso di accadere.

Appunto parole lette da poco:

Lì s’accumulavano, si sovrapponevano e si calpestavano, sospinti dall’invasione tedesca, centinaia di migliaia di profughi di tutti i paesi occupati […] Per parte di quei profughi, passare il mare era questione di vita e di morte. Ma come passarlo? […] Non restava perciò che imbarcarsi clandestinamente. Il rischio era forte, poiché v’era un intenso servizio di vedette della polizia e delle forze tedesche lungo la costa, ma la necessità di lasciare la Francia era, per molti, così urgente, che offrivano somme inaudite per il più misero posticino […]
[…]
Quando le partenze non furono più possibili per la mancanza di mezzi di navigazione e per l’aumentato controllo della polizia, gli affaristi continuarono a vender posti per ipotetiche traversate, sempre reclamando il pagamento anticipato; quando si veniva al dunque, c’era sempre qualche scusa pronta […]; e quando infine gli aspiranti emigranti si accorgevano di essere stati truffati, naturalmente non potevano denunziare la truffa […]

Se non fosse per i riferimenti alla Germania e alla Francia, oggi chiunque leggesse queste righe penserebbe ai profughi che dal Nord Africa affrontano viaggi disperati; per contiguità geografica, anche se non sono i soli. Gli aspiranti emigranti di cui parla Joyce Salvadori Lussu in Fronti e Frontiere del 1945, qui nella recente edizione di Abbot, fuggono semmai non da ma verso l’Africa del Nord, la Corsica o Gibilterra e, tra di loro, ci sono i nostri antenati, bisnonni e nonni di un passato tutt’altro che lontano.

Fronti e frontiere

Antifascista dalla vita avventurosa e compagna di Emilio Lussu, figura chiave della Resistenza italiana e fondatore Partito Sardo d’Azione e del movimento Giustizia e Libertà nonché due volte ministro, Joyce Salvadori Lussu traccia in queste pagine un diario di guerra in cui entrano abnegazione partigiana e vicende umane in cui singoli gesti di solidarietà o disumanità determinano la vita e la morte di persone o gruppi di persone.

Da Parigi, prima sede dell’antifascismo italiano, a Marsiglia, dove la resistenza si riorganizza dopo l’occupazione tedesca dell’estate del 1940, i Lussu attendono alla logistica delle partenze clandestine, salvano vite con costante pericolo della propria. Joyce Lussu, in particolare, impara a falsificare documenti, con la responsabilità di chi sa che la riuscita o meno del suo lavoro di falsaria sarà lasciapassare per il futuro o causa stessa di morte. Lussu usa il suo essere donna, quindi meno sospettata, come elemento facilitatore per ricoprire ruoli rischiosissimi, in prima linea, e accompagnare alla frontiera svizzera persone che senza i suoi servizi sarebbero spacciate. Finisce in carcere, cambia identità.
Le esigenze di lotta portano la coppia da Marsiglia a Portogallo, in un viaggio clandestino estenuante e pericoloso raccontato senza un lamento. Da lì partono alla volta dell’Inghilterra per partecipare a un tentativo insurrezionale contro la dittatura fascista e l’alleanza nazi-fascista dell’Italia. Joyce Lussu si addestra con gli uomini, poi torna in Italia e dopo l’armistizio compie una missione di collegamento tra Nord e Sud in cui sfiora la morte in nome di un ideale per cui è disposta a dare la vita (nel 1966 riceverà la medaglia d’argento).

Rileggere e dire le parole di Joyce Lussu oggi significa tante cose. Tanto per cominciare significa gettare una piccola luce su una donna, un’intellettuale e un’attivista che – come scrive Jennifer Guerra nell’introduzione alla ristampa curata da Abbot di Fronti e frontiere – si è fatta “spazio nella guerra di maschi”, anche se il suo coraggio e il suo ruolo sono passati in secondo piano, forse in virtù del suo stesso genere o della statura del suo compagno, pur da lei condivisa.

Ma significa anche, nel solco dell’attivismo anticoloniale della stessa Lussu, riconoscere pari dignità a ogni popolo oppresso e la nostra responsabilità, collettiva e individuale oggi che muri, frontiere e fili spinati si moltiplicano nel cuore del mondo e della stessa Europa Unita.

Le rotte di Lussu clandestina, più volte a rischio fucilazione o deportazione tra Italia, Svizzera, Africa, di nuovo Svizzera, Francia, Spagna, Portogallo, Inghilterra, Italia, sono traiettorie su cartine geografiche non diverse da quelle di attiviste e attivisti di oggi. Combattenti che ogni giorno lottano per lo stesso ideale di Lussu dalla Libia alla Bielorussia, dal Messico all’Afghanistan, dai curdi a tutti i popoli o le minoranze oppresse.

Quello di Lussu è il punto dell’attivismo e dell’oppresso che si ribella all’oppressore e si gioca la posta della vita in nome di diritti che dovrebbero essere garantiti “dall’alto”, ma finiscono per dover essere difesi o conquistati sempre “dal basso”; ma c’è anche un altro punto di vista.
Ho letto il libro di Lussu nelle settimane precedenti all’accelerata dei movimenti migratori ai confini tra Polonia e Bielorussia, che poco hanno a che vedere con la libera circolazione di persone nello spazio Schengen o con la sua difesa, ma è sempre più evidente siano da ascrivere a una tratta di esseri umani, scientemente organizzata e utilizzata dal regime di Lukashenko come strumento politico di ricatto.

È seguita la lettura di un secondo libro mentre la Polonia annunciava la costruzione di un muro lungo il confine con la Bielorussia che aggiungere barriere fisiche nell’Europa dei diritti umanitari e nel mondo.
L’Ungheria costruisce muri, la Grecia innalza il suo, la Polonia anche. Sono muri in cementi, chilometri di filo spinato, linee di controllo che delimitano strisce di territori contesi, dal Kashmir alla Palestina, dal Messico a Rio de Janeiro, dalle barriere di separazione di Ceuta e Melilla al muro tra Arabia Saudita e Yemen, e altri ancora.

Sono punti geopolitici su una cartina geografica: non dicono nulla alla maggior parte di noi, ma che per molti esseri umani sono quello che è stata la “ramina” – come veniva chiamata la rete metallica che divideva Italia e Svizzera e di cui oggi rimangono ancora alcune tracce – per Segre e molti italiani: il passo che separa tra la vita, pur discriminata e misera spesso, e la morte.

L’altro punto di vista dei fronti e delle frontiere è questo: quello dei profughi disperati e di chi non ha nessuna scelta. Non quella di restare (l’Afghanistan talebano che ci ha tanto indignate e indignati ad agosto e che già abbiamo dimenticato ne è un esempio), non quella di andare altrove, visto che la morte in mare, nei carrelli degli aerei, nei deserti attraversati a piedi, nei fiumi guadati per disperazione è un’opzione tutt’altro che remota. Pure andare è una scommessa, con poche possibilità di salvezza vero, ma che si riducono spesso a zero per chi resta. E allora si fa.

Ho letto Il rosso e il blu di Luca Giommoni, edito da Effequ con il timore della retorica. Perché, a differenza di Lussu, quello di Giommoni non è un diario, bensì “una comune favole di migrazione”, come si legge in copertina. Giommoni, autore e insegnante di italiano per stranieri, intreccia nel suo racconto storie (di fantasia?) di profughi che arrivano in Italia per fuggire da un orrore e che si scontrano con il nostro razzismo – conclamato o introiettato -, i nostri pregiudizi, la nostra paura del diverso.

Il rosso e il blu

L’altro punto di vista dei flussi migratori disperati, Giommoni lo affida alla fiaba, perché la realtà è indicibile e rischia di essere sterilizzata in statistiche e numeri di sbarchi, rimpatri, al netto delle persone.

Esseri umani come Benedic, che crede di essere stato rapito dagli alieni perché non può credere che altri esseri umani possano fare quello che lui ha visto e subìto nei campi di prigionia in Libia. O come Fagadan, che in tasca tiene una gomma per cancellare quello che non può accettare: di nuovo, la Libia. O come l’umanità sgangherata, spesso senza mezzi e donchisciottesca di chi continua a credere nei valori dell’accoglienza

Metto un punto di domanda, quando scrivo storie di fantasia parlando de Il rosso e il blu, perché Giommoni ha lavorato come operatore in un centro di accoglienza straordinaria e questo espone al ragionevole dubbio che fatti e riferimenti a luoghi e persone non siano puramente frutto di invenzione. Semmai la summa di storie disperate, che meritano di essere raccontate.
Nell’apparente leggerezza di una fiaba, resa spietata dal registro svampito e sornione in cui si consumano le tragedie, i gesti di solidarietà, la malattia mentale e la deumanizzazione di queste persone, c’è tanta umanità reale e storie di reale atrocità che riportano a Segre e al funzionario svizzero.

Siamo noi i funzionari, quelli che applicano la legge e scaricano la colpa sulla Storia. Abbiamo tante versioni dell’“è un impostore che non vuole fare il militare” che condannò a morte il padre di Liliana Segre. La negazione e lo scherno, come per la famiglia Segre, è una costante, in cui molti di noi perseverano quando affermano cose del tipo: “Quelli che hanno bisogno davvero in Italia non ci arrivano neppure”; “Guardali, hanno lo smartphone, le magliette firmate”.

Giommoni scrive, con leggerezza spietata:

Nel mare ognuna aveva le sue priorità: “Il telefono!”, “Dov’è il documento, dov’è andato?”, “Il mio bambino! Dov’è il mio bambino?”, ma il mare le accoglieva tutte.

Laddove “Non possiamo accoglierli tutti”, invece, è la nostra ratio di chi non fa sbarcare, reimpatria, trattiene in campi su cui si è abbattuto il gelo, costruisce muri, tratta accordi convenienti con le vite di esseri umani.

Sono solo parole, ma come scrive una madre al figlio ne Il rosso e il blu:

Questo mondo ha bisogno di storie e di qualcuno che ci creda, che ci creda veramente.

E ha bisogno anche di funzionari ed esseri umani che si ricordino che la colpa è della Storia.
E che la Storia siamo noi.
Nessuno escluso.

Fronti e frontiere

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Una storia d'amore e un conflitto mondiale; odissea in un continente devastato che vede la protagonista Joyce e - a tratti - il marito Emilio Lussu in una continua fuga, cambi d'identità e incontri miracolosi. Prefazione di Jennifer Guerra.
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Il rosso e il blu. Una comune favola di migrazione

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Makamba ha una missione: aggiustare il mondo attraverso l’acqua. Luca Giommoni, insegnante di italiano per stranieri, ci porta a conoscere una favola moderna per scardinare tanti pregiudizi sulla migrazione.
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