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"Troppe puttane!", scrisse Flaubert a Guy de Maupassant, che amò davvero le donne

La travagliata vita di Guy de Maupassant, uno degli scrittori francesi più celebrati della storia della letteratura: la sifilide, diagnostica in ritardo, lo condusse a una dolorosa morte

Ben ventinove anni separavano il grande e celebrato Gustave Flaubert da uno sei suoi tanti giovani e aspiranti colleghi e ammiratori, Guy de Maupassant. Il primo era il grande maestro, il secondo ancora una promessa della letteratura, in cerca del romanzo in grado di cambiare il suo destino. Eppure tra i due si instaurò un fitto carteggio, uno scambio di idee che si protrasse dal 1873 al 1880. E fu proprio in una di quelle lettere, oggi disponibili on line sul sito Gallica, che l’autore di Madame Bovary si azzardò a dare un consiglio piuttosto franco e spudorato al pupillo.

Vi lamentate del culo delle donne che è “monotono”. C’è un rimedio molto semplice, ovvero di non servirvene più… Alla fine, mio caro amico, devo dirvelo, avete un’aria infastidita e il vostro fastidio mi affligge, perché potreste usare meglio il vostro tempo. Serve, ascoltatemi bene giovanotto, serve che voi lavoriate di più. […] Troppe puttane! Troppo canottagio! Troppo esercizio fisico! Sì, signore!

Quando ricevette quella lettera da Flaubert, Guy de Maupassant aveva trent’anni e viveva una vita piena di insoddisfazioni e miserie. Non era ancora riuscito a pubblicare nulla e aveva lavorato come impiegato prima al Ministero della Marina e poi a quello dell’Istruzione a Parigi. E poi c’era la sifilide, scoperta in ritardo: paradossalmente, quando gli venne diagnosticata ufficialmente per lui fu quasi un successo. Per la prima volta nella vita era riuscito a infrangere i dogmi della classe borghese, che detestava visceralmente.

Nato in Normandia il 5 agosto 1850. Guy de Maupassant apparteneva a una famiglia dell’alta borghesia. I suoi genitori divorziarono presto, per via dell’infedeltà del padre di Guy, che se ne andò a vivere a Parigi, lasciando all’ex moglie l’incombenza di crescere i due figli. Studente dotato e appassionato di letteratura fin da bambino, dopo l’iscrizione a Giurisprudenza e la successiva partecipazione alla guerra franco-prussiana decise di trasferirsi nella capitale francese.

Costretto a un noioso lavoro burocratico, si sfogava nelle scorribande notturne con il gruppo di amici letterari. E le donne non mancavano, anzi, erano fin troppe, come suggerito da Flaubert, che l’aveva persino accompagnato in una delle case di piacere. Poi, però, Guy de Maupassant iniziò a sentirsi vuoto, come uno dei tanti bicchieri di vino che accompagnavano le sue serate al bordello.

Nel 1880, finalmente, la svolta: Maupassant pubblicò Boule de suif, novella inserita in una raccolta dedicata alla guerra franco-prussiana. Quello stesso anno morì il suo mentore, Gustave Flaubert. Distrutto dal dolore, pensò addirittura al suicidio, ma poi ecco un nuovo successo. Nel 1881 uscì la raccolta di novelle La Maison Tellier, il cui primo racconto narrava di come la commozione di un gruppo di prostitute in chiesa potesse contagiare l’intera comunità trasformando la messa in una sorta di pianto collettivo.

Il suo primo romanzò uscì solo nel 1883 ed era intitolato Una vita. Come per le sue novelle, erano sempre le donne a conquistare la scena: in questo caso la protagonista era Jeanne, un’eroina spogliata da tutto, circondata dalle macerie dei suoi sogni. La storia seguiva tutta la sua esistenza, dal primo respiro alla vecchiaia, compreso il matrimonio con un uomo spregevole. Per Guy de Maupassant era un j’accuse verso la condizione delle donne e in particolar modo verso l’istituzione stessa del matrimonio. A tal proposito, la sua storia d’amore più lunga fu con Joséphine Litzelmann, con cui ebbe tre figli. Non la sposò, perché (appunto) detestava l’idea di sposarsi. Nel frattempo le sue opere riscuotevano sempre più consensi, ma la sua salute peggiorava.

Nel 1891 ai problemi fisici si unirono quelli psichici, come amnesie e allucinazioni. Niente poteva più dargli sollievo, nemmeno la morfina. L’anno dopo tentò il suicidio e venne internato in una clinica psichiatrica. Morì nel 1893, dopo diciotto mesi di coma. Il suo funerale venne organizzato da Alexandre Dumas figlio e la commemorazione fu affidata a Emile Zola.

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