Altro che Beatrice, parliamo di Gemma Donati, "La moglie di Dante"

Non una "moglie di" destinata all'oblio: un romanzo rende protagonista Gemma Donati, che fu sposata con Dante Alighieri.

Quella di Gemma Donati è probabilmente una delle figure più in ombra nella storia della letteratura italiana e internazionale. È stata la moglie di Dante Alighieri, ma il suo nome è molto meno noto rispetto a quello di Beatrice/Bice Portinari, la donna cui, secondo molta critica, il Sommo Poeta ha dedicato diverse sue opere, tra cui la Divina Commedia.

Tuttavia Marco Santagata nel volume Le donne di Dante, sostiene che Gemma sia stato il “bel segno” che l’esilio aveva portato via al padre della letteratura italiana. Non a caso l’articolo di Renato Piattoli sull’Enciclopedia Dantesca ipotizza che l’esilio di Dante da Firenze abbia prima inasprito e poi spezzato il rapporto tra i coniugi.

La moglie di Dante di Marina Marazza

La moglie di Dante di Marina Marazza

Un romanzo che mette al centro Gemma Donati, protagonista della sua storia e non semplicemente la moglie del Sommo Poeta Dante Alighieri, padre della letteratura italiana.
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A giugno 2021 è uscito, a firma di Marina Marazza il volume La moglie di Dante. Il libro rappresenta un’operazione molto diversa da quella fatta da Santagata in un volume tra l’altro dallo stesso titolo. Marazza scrive un romanzo e non un saggio, sebbene questo romanzo sia basato su fatti reali: entrambi hanno però qualcosa in comune e cioè che la figura di Gemma Donati è in essi centrale.

Gemma – si legge nella sinossi – la donna di cui Dante non scrisse mai. Che tempra deve aver avuto, questa fiorentina che nessuno ricorda? Sposa, per amore, un uomo sconsigliabile: non ricco, privo di potere politico e per di più poeta. Non si lascia sgomentare quando lui si trova sul fronte sbagliato, in una Firenze in cui la lotta aspra tra fazioni distrugge vite e patrimoni.

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Nel romanzo si parla anche di attrazione-repulsione con un cugino, Corso Donati (che tra l’altro Dante piazza nell’Inferno, mentre i fratelli Forese e Piccarda sono destinati rispettivamente al Purgatorio e al Paradiso), di una diatriba economica precedente alla promessa di matrimonio tra il ramo della famiglia di Gemma Donati e Alighiero di Bellincione, padre di Dante. E nel romanzo viene ventilato come Gemma non temesse la passione di Dante per Beatrice.

Ma chi è stata Gemma Donati? Rispetto alla storia di Dante si sa davvero ben poco. Il padre si chiamava Manetto ed è vissuta indicativamente tra il 1265 e il 1329. Giovanissima, fu promessa sposa al Sommo Poeta con una dote di 200 fiorini (forse perché Dante non era benestante), ma il matrimonio è stato celebrato presumibilmente intorno al 1284. La coppia ebbe quattro figli: Giovanni, della cui esistenza si è talvolta dubitato, Iacopo, Pietro e Antonia. Quest’ultima prese i voti e divenne suora con il nome di suor Beatrice.

Giovanni Boccaccio, nella Vita di Dante, lascia intendere che Gemma e Dante non fossero propriamente la coppia perfetta e che le loro differenze siano diventate inconciliabili dopo l’esilio. Esilio in cui tra l’altro ebbe un grosso ruolo un ramo della famiglia Donati (Corso in testa). Successivamente all’esilio, Gemma rimase a Firenze, dove reclamò per sé e i suoi figli i beni di Dante e degli altri ribelli che le spettavano per legge, tanto che alcune tracce di lei restano in documenti notarili e simili.

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È difficile dire perché di Gemma sia rimasto così poco dal punto di vista storico (anche se questo nuovo libro di Marazza ne esplora creativamente la figura dal punto di vista “romantico”, nel senso più ampio del termine). Tutti gli indizi su di lei ci dicono che facesse parte di una famiglia potente e si sa per certo che fu sposata con un uomo che era al centro della vita politica di Firenze del suo tempo, per cui è difficile comprendere come ciò sia accaduto. Dedicati a lei restano presumibilmente questi versi.

E se non che de li occhi miei ’l bel segno
per lontananza m’è tolto dal viso,
che m’have in foco miso,
lieve mi conterei ciò che m’è grave.
Ma questo foco m’have
già consumato sì l’ossa e la polpa,
che Morte al petto m’ha posto la chiave.

 

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