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Elisa Springer: "Il mio ricordo di Anna Frank nel campo di concentramento"

L'incredibile storia di Elisa Springer, sopravvissuta a diversi campi di concentramento: a Bergen Belsen incontrò anche Anna Frank, ma riuscì a raccontarlo solo dopo molti decenni
Questo contenuto fa parte della rubrica “Storie di Donne”

Quando venne arrestata e deportata ad Auschwitz, il 2 agosto 1944, Elisa Springer aveva ventisei anni e si trovava a Milano insieme al marito. Viennese di nascita, prima dell’arresto di tutta la sua famiglia aveva condotto una vita serena e ricca di stimoli culturali. Costretta a rifugiarsi in Italia, aveva ricominciato una vita da traduttrice, prima di precipitare nell’orrore. Fu una spia fascista, una donna, a tradirla e a segnalare la sua presenza. Nel campo di concentramento divenne diretta testimone e vittima dell’olocausto, ma riuscì a salvarsi dalla camera a gas grazie al gesto generoso di un ufficiale.

Era solo l’inizio: dovette passare prima da Bergen Belsen e poi da Theresienstadt, prima di arrivare alla liberazione, il 5 maggio del 1945. Tornata nella sua città Natale, Vienna, decise di trasferirsi in Italia, preferendo l’oblio e una vita ritirata a Manduria, in provincia di Taranto. Voleva dimenticare la violenza, l’odio e le angherie subite da chi “con un cenno del pollice ti dava la vita o la morte”.

Solo dopo cinquant’anni capì che il mondo doveva sapere, allora raccontò quello che le era accaduto attraverso la scrittura e gli incontri con gli studenti. E proprio nel suo libro L’eco del silenzio ricostruì l’incontro con Anna Frank. Una storia che aveva dovuto togliere dal suo precedente libro, Il silenzio dei vivi, perché l’autore non pensava fosse corretto riportarla senza avere delle prove concrete. Il figlio della Springer ha però condotto una lunga indagine personale, scoprendo dalle carte che tutto combaciava. La ragazzina incontrata dalla madre era davvero colei che il mondo aveva imparato a conoscere così bene attraverso le pagine del suo diario segreto.

Fu in una di queste baracche, a Bergen Belsen, che incontrai due ragazze che se ne stavano sempre appartate, parlando tra loro in lingua olandese, per non essere comprese dalle altre. […] Le due ragazze che credevo olandesi erano sempre appartate e piangenti: una più dell’altra. Quando si rivolgevano a me per chiedere qualcosa, si esprimevano in perfetto tedesco. Avranno avuto quindici, sedici anni. Le ricordavo bene avendole osservate nel convoglio che ci portava da Auschwitz a Bergen Belsen, poi perse di vista nel trambusto dell’arrivo, e finalmente ritrovate nella baracca, la terza del mio soggiorno in quel campo.

Un giorno mi avvicinai alla più piccola, che stava accudendo la sorella malata, e chiesi qualche notizia sulla loro provenienza, incuriosita soprattutto dalla doppia lingua che usavano abitualmente. Ignoravo il loro nome: l’unica identità che era concessa a ciascuno di noi era il numero impresso sul braccio. […] Ricordo i suoi occhi grandi e l’espressione di paura che non la lasciava mai. Ogni tanto si rivolgeva alla sorella – Margot si chiamava – parlando fitto in olandese, mentre le assestava gli stracci che fungevano da coperta, passandole la mano sulla fronte.

Una cosa colpì Elisa, in particolare: un dettaglio che avrebbe compreso solo dopo la liberazione.

Il pensiero che ossessionava maggiormente quella ragazza era di non poter disporre di alcun materiale per scrivere, comunicare la verità della nostra condizione e far conoscere, a chi avesse letto i suoi pensieri, la verità sulla loro segregazione che durava dal luglio 1942. Prima nell’alloggio segreto di Amsterdam, poi, dopo la delazione di qualcuno e il rastrellamento tedesco dell’agosto 1944, furono imprigionati, prima a Westerlok, che era il più grande campo di concentramento olandese, poi ad Auschwitz, dove aveva perso le tracce dei genitori, quindi a Bergen Belsen con sua sorella. Esattamente nei tempi e nelle tappe che anch’io avevo percorso. Solo che la mia provenienza era dall’Italia e il viaggio di trasferimento in Polonia era stato più lungo del loro.

Restarono amiche, ma nel febbraio del 1945 Elisa Springer venne trasferita a lavorare nella fabbrica di aerei a Raghun. Solo alla fine dalla guerra scoprì quello che era accaduto alla giovane compagna di sventura, morta durante la prigionia, ed ebbe modo di leggere le pagine del suo diario, come tutto il resto del mondo.

Ho letto quel libro dieci anni dopo ricostruendo il nitido ricordo di quei nostri brevi colloqui, nella penombra ammorbata della baracca di Bergen Belsen, dove la piccola Anne mi chiedeva una penna per scrivere, e non avevo da offrirle nulla, tranne la voce di una sorella maggiore che la incoraggiava a vivere. Fui affascinata dalla maturità di quella ragazzina di sedici anni, che si era adattata alla solitudine della segregazione, rinunciando improvvisamente alla spensieratezza dei giovani studenti che le erano amici. Stupita, per le riflessioni mature che ho trovato in quel libro, simbolo delle mie stesse angosce e paure, mentre si faceva sempre più pesante il silenzio che mi ero imposta, e anche il rimorso per l’incapacità di raccontare la cronaca del dolore sofferto. […] Nelle parole di questa ragazza, c’era la speranza. La stessa di tutti noi, che attendevamo il giudizio di Dio, col terrore di chi aspetta la morte, ma spera nel miracolo come unica, possibile alternativa al buio del futuro.

Elisa Springer è morta nel 2004, dopo tanti anni passati a diffondere la sua esperienza per portare avanti la memoria nel tempo. “È l’unico modo per sperare che quell’indicibile orrore non si ripeta, è l’unico modo per farci uscire dall’oscurità”, ha scritto nel suo libro. “E allora, se la mia testimonianza, il mio racconto di sopravvissuta ai campi di sterminio, la mia presenza nel cuore di chi comprende la pietà, serve a far crescere comprensione e amore, anch’io allora, potrò pensare che, nella vita, tutto ciò che è stato assurdo e tremendo, potrà essere servito come riscatto per il sacrificio di tanti innocenti, amore e consolazione verso chi è solo, sarà servito per costruire un mondo migliore senza odio, né barriere”.

1. Elisa Springer, "Il silenzio dei vivi"

Nel suo primo libro Il silenzio dei vivi, Elisa Springer ha raccontato la sua incredibile vicenda di sopravvissuta, pur passando da un campo di concentramento all’altro.

2. Elisa Springer, "L'eco del silenzio"

Con L’eco del silenzio, Elisa Springer ha potuto finalmente raccontare il suo incontro con Anna Frank, avvenuto a Bergen Belsen. Il libro è rivolto in particolare ai giovani, che dovrebbero prendere il testimone da chi ha vissuto la barbarie dell’olocausto per non lasciar mai sbiadire il ricordo.

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