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Il diario di Zlata Filipovic che guardava le bombe cadere e tutti gli amici morire

La chiamano l'Anna Frank di Sarajevo. Perché Zlata Filipovic tenne un diario e raccontò la guerra. Ma è fortunatamente sopravvissuta.

Le storie dei bambini al centro di una guerra hanno un retrogusto particolarmente acre, ma al tempo stesso sono fondamentali per comprendere tutto con occhi innocenti. Romanzi come Gioventù senza Dio di Odon von Horvath o Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino sono particolarmente significativi, ma lo sono ancor più le testimonianze reali come i memoir e la diaristica. Tutti conoscono Il diario di Anna Frank, ma esiste un altro libro più moderno, sempre scritto da una preadolescente, che parla appunto di guerra. Si tratta de Il diario di Zlata, di Zlata Filipovic, ambientato a Sarajevo durante il conflitto che nei primi anni Novanta ha flagellato l’ex Jugoslavia.

Sarajevo, all’epoca la capitale della Bosnia, ha subito anch’essa gli effetti del conflitto e degli orrori inflitti da Slobodan Milosevic – quando Zlata Filipovic scrive siamo tra il 1991, quando esplosero le prime «cupe vampe», e il 1993, anno in cui con la famiglia si rifugiò a Parigi. L’autrice, che ora vive a Dublino, dopo essersi laureata a Oxford, ha rilasciato qualche anno fa un’interessante intervista su Omnibus, in cui ha spiegato come tutto sia iniziato, la percezione della guerra e come si è evoluta la propria vicenda personale nella città in cui viveva. Anche se è ritenuta l’Anna Frank di Sarajevo, Zlata conduce oggi un’esistenza serena – anche se è stata una delle voci più importanti per raccontare la guerra civile nell’ex Jugoslavia. E la sua assurdità.

Fra i miei compagni di scuola, fra i nostri amici, nella nostra famiglia, ci sono serbi, croati e musulmani – scriveva il 19 novembre 1992 – È un gruppo molto eterogeneo, e io non ho mai saputo chi fosse serbo, croato e musulmano. Adesso, però, la politica si è immischiata in queste cose. Ha messo una S sui serbi, una M sui musulmani e una C sui croati, li vuole separare. E per scrivere queste lettere ha utilizzato la peggiore delle matite, quella più sinistra, la matita della guerra, che semina dolore e morte.

Nelle prime pagine del suo diario, Zlata Filipovic è quasi incredula che la guerra giungerà a Sarajevo. Lei e i suoi parenti sono impegnati in opere di solidarietà verso conoscenti che si trovano in una città già colpita dalla guerra come Dubrovnik. Non credono che accadrà anche da loro. E invece accade: il 5 aprile 1992 ci sono i primi spari, le prime morti. Così la città di Zlata diventa enorme, i tempi e le distanze si dilatano, i suoi 3 minuti per arrivare dalla nonna o quelle centinaia di metri per giungere alla pompa dell’acqua nei pressi del bar in cui la madre lavorava diventano qualcosa di gigantesco contro cui fare i conti. Per sopravvivere.

Notizia strepitosa! Oggi ho attraversato il ponte – scriveva il 20 settembre 1992 – finalmente ci sono riuscita anch’io! Stento quasi a crederci. Il ponte non è cambiato, ma ha un’aria molto triste per via dell’ufficio postale. È sempre lo stesso luogo, ma non più il vecchio ufficio postale di un tempo. L’incendio l’ha segnato profondamente, e ora sembra testimoniare in maniera concreta questa brutale volontà di distruzione.

Quando nel 1993 Zlata Filipovic e la sua famiglia riescono a fuggire da Sarajevo e dalla Bosnia, sono praticamente gli ultimi tra i loro conoscenti, che hanno già riparato all’estero oppure in alcuni casi sono anche morti. Il diario di Zlata è diventato chiaramente per lei una possibilità di salvezza e anche una possibilità per tramandare ai posteri questa storia. Naturalmente, mentre la scriveva aveva tanta paura, come è normale che sia, ma oggi le sue parole restano un faro per tutti. Perché ha raccontato in prima persona ciò che ha visto con i suoi occhi, l’orrore della morte e della distruzione.

Alcune persone – scriveva verso la fine, il 2 agosto 1993 – mi paragonano ad Anna Frank, e ciò mi sgomenta. Ho paura di fare la sua stessa fine.

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