Carmen de Burgos, il ricordo oltre la dittatura | Roba da Donne

Carmen de Burgos è stata una di quei personaggi fondamentali in termini di diritti umani per le donne nella storia di un Paese. Il Paese in questione è la Spagna, quella stessa Spagna che gli attivisti per i diritti civili in Italia hanno guardato con ammirazione quando istituì le unioni tra persone dello stesso sesso. Ma la Spagna non è sempre stato un Paese moderno e avanguardista come lo conosciamo oggi, perché, proprio come noi italiani, ha conosciuto l’orrore del totalitarismo.

È infatti a causa del totalitarismo di Francisco Franco che Carmen de Burgos ha rischiato di essere una sconosciuta per i suoi connazionali. È un po’ difficile per noi immaginare il franchismo. Il fascismo italiano è durato venti anni – quindi un periodo decisamente più breve rispetto ai 36 anni di franchismo – e ci appare molto lontano del tempo, una Storia che si studia a scuola. Gli attuali cinquantenni spagnoli – come testimonia il film Carne Tremula di Pedro Almodovar – lo ricordano molto bene invece il franchismo.

Quella di Franco fu una dittatura che si avvalse di metodi non troppo differenti da quelli di Benito Mussolini, Adolf Hitler o Iosif Stalin. I totalitarismi cercavano infatti di eliminare le opposizioni in tutti i modi e questo significava anche cancellare una buona parte della storia, e quei personaggi che, anche prima della dittatura, rappresentarono baluardi per l’uguaglianza delle minoranze, come Carmen de Burgos che spostò l’opinione pubblica sui diritti delle donne.

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Per capire questa storia, si deve iniziare dalla fine, cioè da quando Carmen de Burgos, giornalista, scrittrice e attivista, era già morta e sepolta. L’intellettuale scomparve infatti nel 1932, mentre la dittatura di Franco ebbe inizio nel 1939. Nei suoi scritti, la giornalista sostenne delle posizioni che erano considerate antipatriarcali: si scagliò contro la legge – in particolare cercando di ottenere in Spagna una norma che permettesse i divorzi – e contro la religione.

Durante il franchismo, gli scritti di Carmen de Burgos – ogni lettera, ogni articolo, libro o storia che portava la sua firma o i suoi tanti pseudonimi – vennero inseriti in un indice dei libri proibiti, per cui scomparvero da librerie e biblioteche e non vi fecero più ritorno, neppure dopo la fine della dittatura, come invece capitò ad altri autori come Albert Camus, Ian Fleming o Emile Zola, come riporta Eldiario. Molti furono ridotti in cenere. Perché una giornalista morta anni prima per cause naturali rappresentava un pericolo per la dittatura tale da annullarne il ricordo nell’immaginario collettivo?

Carmen de Burgos è un enigma, a partire dalla sua nascita, che alcuni datano al 1867 e altri al 1879, come si legge su Escritoras. Apparentemente fu una ragazza come tante, benestante – il padre era viceconsole del Portogallo – che decise di sposarsi a 16 anni con Arturo Alvarez Bustos, giornalista all’epoca trentunenne che la introdusse nel mondo dell’editoria. Il suo non fu un matrimonio felice: ebbero quattro figli – uno dei quali morì da bambino – ma il marito era un alcolista e la tradiva. Così, all’alba del nuovo secolo, Carmen lo lasciò, portando con sé l’unica figlia femmina, e si trasferì a Madrid per il suo lavoro di maestra.

Proprio in quegli anni iniziò a scrivere per El Globo, dove trattava argomenti come la lotta operaia, il suffragio universale e il divorzio appunto. Poi diede vita su Diario Universal a una rubrica dedicata alle donne, scritta sotto lo pseudonimo di Colombine – il suo nom de plume più celebre, mentre gli altri erano Perico el de los palotes, Gabriel Luna o Marianela – e venne riconosciuta finalmente come giornalista professionista, la prima donna a essere riconosciuta tale.

I suoi articoli contro il divorzio fecero storcere il naso alla Chiesa ma anche alla politica dei conservatori. Tanto che nel 1907 – dopo aver scritto un articolo a favore del suffragio universale su El Heraldo de Madrid – il nuovo governo conservatore fece trasferire Carmen a Toledo, dove continuò a insegnare, tornando nella capitale per il week end, dove aveva fondato il circolo letterario La tertulia modernista. Fondò in seguito la Revista Critica, divenne corrispondente di guerra per il quotidiano El Heraldo di Malaga, in cui scrisse articoli a favore dell’obiezione di coscienza.

Il mondo civilizzato – scrisse nel suo articolo Guerra alla guerra! – mette il fucile in mano all’uomo, gli dà l’ordine di uccidere, e se l’uomo lancia la pistola e rifiuta di essere un assassino, viene trattato come un criminale… Ogni uomo deve, prima di tutto, e qualunque sia il costo, rifiutare tale servitù.

Nel 1931 il suo sogno fu esaudito: la nascita della Seconda Repubblica spagnola riconobbe il matrimonio civile, il divorzio e il suffragio femminile. Ma questo non la fermò, perché continuò a essere un’attivista socialista e anticlericale attraverso la sua opera in diverse organizzazioni. Morì nel 1932, a seguito di un ictus occorso durante una conferenza sull’educazione sessuale cui stava prendendo parte. Molti intellettuali chiesero che le fosse dedicata una strada a Madrid. Oggi il suo nome è noto in tutto il mondo, nonostante la damnatio memoriae tentata da Franco, nei Paesi latini come il Brasile per esempio.

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Si ritiene che Carmen de Burgos fosse «polvere da sparo per Franco». Rifiutò sempre l’etichetta di femminista – sebbene in realtà sarebbe stata una perfetta femminista della Terza Ondata, praticamente un’attivista a noi contemporanea – credeva che uomini e donne dovessero collaborare fianco a fianco. Non voleva essere etichettata come radicale, ma in realtà lo era e molto.

Riuscì però a penetrare gradualmente nelle idee delle donne spagnole: nei suoi primi articoli dava consigli di bellezza e sulla casa, introducendo gradualmente pillole politiche. E in queste pillole politiche mostrò alle donne che il matrimonio non era quello che veniva propagandato dalla Chiesa. Tanto che nel 1904 scrisse Il divorzio in Spagna, raccogliendo le testimonianze degli intellettuali ispanici.

Ci sono quelli – ha scritto Colombine, come riporta Publico – che non sono convinti che il femminismo non sia una lotta dei sessi, né inimicizia con gli uomini, ma le donne vogliono collaborare con loro e lavorare al loro fianco.

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