Christa Wolf: Cassandra e il destino delle donne - Roba da Donne

Christa Wolf, Cassandra e il destino di tutte le donne nella Storia dell'umanità

Come la storia dell'agonia di una donna dopo la caduta di Troia è diventata il racconto universale del ruolo femminile, grazie all'intuizione di una delle massime voci della letteratura contemporanea tedesca

Quando inizia a parlare la Cassandra immaginata da Christa Wolf nell’omonimo libro, sappiamo già che l’impensabile è già successo. La guerra è finita e Troia è in fiamme, come lei aveva predetto, passando per folle. Dopo dieci anni, Agamennone torna finalmente a Micene, vittorioso, portando con sé proprio la figlia del re Priamo, ucciso come quasi tutti gli altri troiani.

Ecco dove accadde. Lei è stata qui. Questi leoni di pietra, ora senza testa, l’hanno fissata. Questa fortezza, una volta inespugnabile, cumulo di pietre ora, fu l’ultima cosa che vide. Un nemico da tempo dimenticato e i secoli, sole, pioggia, vento, l’hanno spianata. Immutato il cielo, un blocco d’azzurro intenso, alto, distante. Vicine, oggi come ieri, le mura ciclopiche che orientano il cammino: verso la porta dal cui fondo non fiotta più sangue. Nelle tenebre. Nel macello. E sola.

Cassandra (Tascabili e/o Vol. 1)

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Christa Wolf ci porta nell'antica Grecia per raccontare la storia di Cassandra, il prototipo universale della donna che si ribella a un mondo in cui il potere resta accentrato nelle mani degli uomini.
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Nelle parole di Cassandra, testimone di una civiltà sconfitta anche perché non ha saputo affidarsi al monito di una donna, risuonano echi di tante altre voci femminili della storia, troppo a lungo inascoltate.

Con questo racconto vado nella morte. Termino qui, impotente, e niente, niente di quello che avrei potuto fare o non fare, volere o pensare, mi avrebbe condotto a una meta diversa. Più profondamente di ogni altro moto dell’animo, più profondamente persino della mia paura, mi impregna, mi corrode, mi avvelena l’indifferenza dei celesti verso noi terreni. Naufragata l’audace impresa di opporre il nostro debole calore alla loro gelidità.

Quando il libro uscì, nel 1983, Christa Wolf era considerata da anni una delle paladine del pensiero femminista, nonostante una biografia per taluni controversa. Nata in Polonia nel 1929, sopravvissuta a un’adolescenza nell’ala femminile della Gioventù Hitleriana, dopo la Seconda guerra mondiale si iscrisse al SED, il partito socialista tedesco che portò alla creazione della DDR. Laureata in germanistica e critica letteraria, divenne una degli intellettuali di riferimento della Germania Est.

Il suo secondo libro, Il cielo diviso, uscì nel 1963, dopo la costruzione del Muro di Berlino. Il racconto della Germania spezzata in due, con una coppia di innamorati separata dal confine, le portò il successo internazionale, ma la sua posizione non era semplice da accettare e comprendere. Pur vivendo in uno stato che di fatto era paragonabile a una dittatura e che lei stessa aveva criticato, non se n’era andata. In un’intervista concessa a Der Spiegel e riportata da Repubblica nel 2010, un anno prima della sua morte, la scrittrice si trovò ancora una volta a discutere di quegli anni.

All’ epoca riflettevamo se andar via o restare. Ce lo chiedevamo continuamente. […] Nella DDR non ho più avuto alcun ruolo attivo: non ho più partecipato alle assemblee, non ho più votato, a parte quando ho dovuto prendere una posizione critica. Dai dossier della Stasi su di me emerge che non venivo affatto considerata una moderata oppositrice, […] bensì sempre più una nemica del regime. E proprio perché avevo occasione di vivere una delle pochissime rivoluzioni della storia tedesca, valeva la pena che restassi.

In Italia, tuttavia, Christa Wolf continuava a restare relativamente sconosciuta. Si cominciò a parlare di lei solo nel 1973, anno in cui uscì la traduzione di Riflessioni su Christa T., il romanzo uscito nel pieno fermento femminista del 1968. La protagonista del libro è una donna che si ribella all’ideale maschile di donna dolce e mansueta, per sfuggire a quella che viene considerata la normalità.

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Diversi anni dopo, quando il Muro di Berlino era già caduto, tornò a occuparsi di un’altra figura femminile classica, a lungo maltrattata in letteratura. In Medea, pubblicato nel 1996, prese un personaggio a lungo considerato malvagio e lo trasformò in qualcosa di diverso.

Mentre pensavo a Medea mi venne in aiuto il caso. Una studiosa di Basilea, curatrice del sarcofago di Medea presso il museo locale mi spedì un suo articolo dal quale risulta che Euripide per primo attribuisce a Medea l’infanticidio, mentre fonti antecedenti descrivono i tentativi di Medea di salvare i tre figli portandoli al santuario di Era […].  Fin dall’inizio pensavo che Medea fosse troppo legata alla vita per aver voluto uccidere i propri figli. Non potevo credere che una guaritrice, un’esperta di magia, originata da antichissimi strati del mito, dai tempi in cui i figli erano il bene supremo di una tribù, doveva uccidere i propri figli.

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Se nella versione di Euripide Medea commetteva le peggiori nefandezze per amore di Giasone, uccidendo persino i suoi stessi figli pur di non permettergli di avere eredi, per Christa Wolf Medea diventava il simbolo delle donne immigrate, rifiutate perché straniere, in grado di suscitare un profondo senso di empatia. Una visione contemporanea, che anche oggi resta attuale e significativa.

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