Ragnhild Jølsen e l'agonia delle donne

Outsider della letteratura europea di inizio Novecento, la scrittrice Ragnhild Jølsen raccontò un'idea moderna di donna: tra le poche a parlare di sesso, scandalizzò i benpensanti dell'epoca.

Una narrazione moderna, sospesa tra sogno e realtà: chi ha potuto avvicinarsi alla produzione letteraria di Ragnhild Jølsen si è trovato di fronte qualcosa di inaspettato. Il suo nome si è perso tra le pieghe del tempo, sopraffatto dall’ondata di neorealismo che avrebbe poi travolto la letteratura europea di inizio Novecento, ma ha lasciato un segno importante.

Lontanissima dagli ideali borghesi dell’Ottocento e anticipatrice delle tematiche che poi avrebbero caratterizzato tutto il Novecento, nella sua brevissima vita (morì poco più che trentenne) la scrittrice norvegese trattò argomenti considerati ancora tabù, come la sessualità femminile, la prostituzione e l’infanticidio. Ricordata in un bell’articolo di Astrid Lorenz su Nordic’s women literature, la sua figura meriterebbe di essere riscoperta e i suoi libri tradotti in italiano.

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La storia di Ragnhild Jølsen

Figlia di un industriale specializzato nella produzione di fiammiferi, Ragnhild Theodore Jølsen nacque nel 1875 in una grande tenuta di campagna nel villaggio norvegese Enebakk, immersa nella natura e in un fervente clima artistico. L’idillio ebbe però vita breve: il fallimento dell’azienda di famiglia e la conseguente perdita del patrimonio personale costrinsero suo padre a lasciare la grande casa in cui vivevano quando lei era poco più che una bambina. L’esperienza rappresentò un trauma personale e divenne poi un perno centrale della sua attività di scrittrice.

Dopo il trasferimento a Oslo (allora ancora chiamata Christiania) nel 1889, la giovane continuò a frequentare la scuola e iniziò anche a seguire lezioni di scultura, che la portarono a riflettere sul linguaggio complesso dell’arte, in ogni sua forma. Tornata a Enebbakk nel 1896 insieme alla famiglia, l’allora ventunenne Ragnhild Jølsen iniziò così a mettere su carta le tante storie tradizionali che sua madre amava raccontarle, ma unì ad esse la sua complessa dimensione femminile.

Persi entrambi i genitori nel giro di pochi anni e venduta la dimora dove era cresciuta, non aveva più nulla che la trattenesse alla vita di prima. Nel 1906 partì dunque per Roma, grazie a una borsa di studio, ma purtroppo si sa poco del suo periodo in Italia. Ci rimase un anno: tornata nel villaggio natale, iniziò a frequentare il pittore Carl Dørnberger, che era però già sposato. Pochi mesi dopo, nel gennaio del 1908, morì nel sonno, a causa di un’overdose di sonniferi.

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Le sue opere più famose

Il contrasto tra la vita nel villaggio in cui era nata e la brulicante energia della capitale norvegese incarna l’eterno conflitto tra tradizioni e modernità ed è il sottile filo che lega le due principali opere di Ragnhild Jølsen, Rikka Gan (1904) e Hollases krønike (1906). In particolare, la trama del primo romanzo è foriera delle tematiche psicoanalitiche che di lì a breve avrebbero travolto la letteratura europea.

Rikka, una persona sensibile e appassionata, è costretta a concedersi sessualmente al nuovo proprietario della tenuta di Gan, una sorta di microcosmo cupo e magico che ricorda la sua stessa casa di Enebakk. Insieme alla cognata Fernanda, che l’ha anche spinta a prostituirsi con il nuovo tenutario in cambio di un lavoro per il fratello, Rikka uccide ancora in fasce i tre figli nati dalla relazione. Vive in uno stato di depressione, desiderando un amore che sia allo stesso tempo sensuale e spirituale fino a quando non decide finalmente di mettere fine alla relazione con l’uomo per dedicarsi alla nipote, che vuole salvare da una vita di degrado come la sua.

Non priva di elementi gotici e decadenti, Rikka Gan si fonda su un’evocativa ricchezza linguistica e sul racconto di una donna in agonia, in balìa della tempesta. Nell’intenzione della scrittrice, l’imprevedibilità del personaggio principale, capace di decidere autonomamente della propria sessualità e persino di mettere fine alla vita dei suoi stessi figli, non suscita sdegno; non c’è un senso di accusa, ma semplicemente una solidarietà femminile. Il romanzo diventa così un’accusa verso una società, quella in cui viveva Ragnhild Jølsen, in cui le donne venivano poste in condizioni impossibili e poi lasciate a se stesse.

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