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Paolina, la sorella nascosta di Giacomo Leopardi

La storia poco nota di Paolina Leopardi, sorella del grande poeta italiano: era una bravissima traduttrice e condivideva con il fratello anche l'anima malinconica
Fonte: web
Questo contenuto fa parte della rubrica “Storie di Donne”

La storia di Paolina Leopardi ha una dimensione universale nella storia umana. Tante altre sorelle, madri, mogli e figlie hanno visto sbocciare pubblicamente il talento di un loro caro, senza poter fare altro che gioire e rallegrarsi.

Così è stato anche per lei, che con il fratello Giacomo Leopardi condivise “lo studio matto e disperatissimo“, la sensibilità e la malinconia, ma senza mai avere le stesse possibilità di “fuggire” dalla prigione domestica come il celebre fratello. Sappiamo poco della sua vita, a parte quello che la studiosa Loretta Marcon ha raccontato nella biografia Paolina Leopardi o la dimora nell’ombra, ma di lei ci restano moltissime lettere.

Io non ho riso mai appunto perché non mi sono contentata di ridere solamente: io voglio ridere e piangere insieme: amare e disperarmi, ma amare sempre, ed essere amata egualmente, salire al terzo cielo, poi precipitare – ed io sono veramente precipitata.

Pubblicate recentemente nel volume Lettere 1822-1869, curato da Elisabetta Benucci, sono la sintesi e lo specchio di una personalità ricca, piena di sfumature. Spesso ritratta solo come la sorella “non particolarmente avvenente” del poeta di Recanati, perpetrando un odioso pregiudizio estetico, la figura di Paolina Recanati ha molto da dirci, e non solo sul ruolo della donna nella società. Copista per il fratello a soli dodici anni, collaboratrice del padre Monaldo e traduttrice e lettrice per la sua rivista La Voce della Ragione: viene naturale immaginarla al suo scrittoio, in una sorta di prigione dorata, mentre è intenta a scartabellare trattati di geografia per viaggiare con la mente.

Nata il 5 ottobre del 1800, Paolina era la terzogenita e unica figlia femmina del conte Monaldo Leopardi e di Adelaide Antici. Fin da subito la sua vita sembrò in salita, a causa della nascita prematura, ma a ciò si aggiunsero un aspetto gracile e una terribile timidezza, che spesso veniva fraintesa con una durezza d’animo che non le apparteneva. Lei stessa descrisse il suo aspetto fisico in una missiva del 1831, indirizzata all’amica di penna Marianna Brighenti.

Mia madre non fece tempo a sacrificare alle grazie prima di partorirmi; gràvida di 7 mesi cadde dalle scale, ed io mi affrettai tosto di uscire fuori per godere di questo bel mondo, di cui ora mi affretterei di uscire se potessi. Confesso dunque a te, mia diletta, e a Nìna, che P. Leopardi non è grande assai, non è grassa, non ha carnagione bianca, non ha capelli biondi, non ha occhi bianchi, non ha viso lungo, non ha bocca grande, non ha naso lungo – anzi il naso, ah ! o forse per la fretta di uscir fuori, o perché mamà aveva cattivi modelli innanzi agli occhi (come dice), il mio naso ha della rassomiglianza con quello di Rosselane a tempo di Solimano secondo. Vedi che con tanti negativi non è cosa troppo gustosa il fare il proprio ritratto; ma tu lo hai voluto; sia fatta la volontà tua!

Nei suoi carteggi, Paolina Leopardi non nascose mai una certa ostilità verso la madre, principale responsabile della sua reclusione. In un’altra epistola ricordava infatti che, tra i motivi che resero così triste la sua vita e disseccato “le sorgenti dell’allegrezza e della vivacità”, non c’era solo il vivere a Recanati, che lei considerava comunque un “soggiorno abominevole ed odiosissimo”. L’altro, quello forse più difficile da confessare, era quello di avere per madre una “persona ultra-rigorista, un vero eccesso di perfezione cristiana, la quale non potete immaginarvi quanta dose di severità metta in tutti i dettagli della vita domestica. Veramente ottima donna ed esemplarissima, si è fatta delle regole di austerità assolutamente impraticabili, e si è imposti dei doveri verso i figli che non riescono loro punto comodi”.

Tuttavia, l’infanzia sembrò dipanarsi apparentemente come quella dei fratelli maggiori, nonostante fosse femmina. Studiò e lesse molto, imparò le lingue e si appassionò in particolare alla letteratura francese. Un amore che si trasformò in lavoro, perché presto Paolina iniziò a tradurre testi verso l’italiano. Passavano gli anni, però, e i tentativi della famiglia Leopardi di far sposare la ragazza si rivelarono un buco nell’acqua dietro l’altro. Rifiutava chi non sentiva al suo stesso livello dal punto di vista intellettuale, ma era davvero difficile stare al suo passo. Mentre i genitori e i fratelli scorrevano liste di potenziali mariti, lei se ne stava in disparte, prima speranzosa e poi disillusa.

Mentre le possibilità di sposarsi sfumavano, il matrimonio le sembrava sempre più “una questione di denaro, dunque! A scapito dei sentimenti”. Ci fu solo un attimo di luce, un fugace anelito: ancora giovane, si innamorò di Ranieri Roccetti, un uomo che portò nel cuore per tutta la sua vita, nonostante lui non l’avesse preferita a una ricca vedova. “Cosciente della sua condanna allo zitellaggio” a soli 26 anni, si rinchiuse sempre più in se stessa. Aveva visto infrangersi il sogno di lasciare la casa paterna, rifiuto dopo rifiuto: persino il vedovo già cinquantenne, che non aveva mai visto ma che era pronto ad accoglierla a Roma, sembrò una buona ipotesi di fuga. Ma non andò in porto nemmeno con lui.

Oh io lo dico sempre, che sfido chiunque, anche di un animo il più ottuso, il più privo di sentimenti vivaci, che sia capace di vivere questa mia vita per una settimana sola, e pure io non sono intesa, no, non lo sono; ah si, hanno ragione, è vero! Io ho da mangiare quanto voglio, da dormire quanto voglio, posso lavorare e non lavorare se mi piace: non sono innumerabili quelli che si chiamerebbero felicissimi se potessero fare questa mia vita? Dunque sono io che non mi contento mai, che ho dei desideri insaziabili (poiché il mangiare e il dormire non mi contenta), che formo l’infelicità mia, e l’altrui. È vero, io non me ne ero accorta! Se io potessi cambiare questa mia testa e questo mio cuore con la più sciocca testa ed il più freddo cuore che fosse al mondo, lo farei volentieri, e certo sarei allora più felice e più lieta.

Quando sua madre morì, nel 1857, Paolina Leopardi era alla soglia dei sessant’anni e finalmente libera di decidere per la sua vita. Nessuno la trattava più come una ragazzina, visto che anche il padre era già deceduto. Subito dopo aver abbandonato gli abiti neri per il lutto, iniziò finalmente a viaggiare, come a lungo aveva sognato di fare. Visitò Ancona, Firenze e l’Emilia, dove per la prima volta conobbe le sorelle Brighenti, a cui aveva inviato tante lettere. Si recò a Napoli sulla tomba del fratello Giacomo e un anno dopo si stabilì a Pisa, dove morì nel 1869, forse a causa di una pleurite. Le sue lettere oggi ci parlano con una voce forte e squillante, quella che in vita non era mai riuscita a far sentire.

Io penso che a tutti a noi accada lo stesso, cioè che senza mover bocca si discorre sempre fra noi, a me anche così, e forse è per questo che sto sempre zitta.

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