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Chi era Silvia, la ragazza cantata dal Leopardi e morta troppo presto

Resa immortale dalla poesia, non si chiamava veramente Silvia: di un anno più grande di Giacomo Leopardi, ebbe un triste destino

La poesia è la dimostrazione che la vita vera non basta, si potrebbe dire, parafrasando una nota citazione di Pessoa. E di certo non è bastata a Giacomo Leopardi, tra i più grandi poeti italiani, che si consumò prima sui libri d’altri e poi sui suoi, componendo un corpus poetico inarrivabile e sublime.

Tra le sue liriche, la celebre A Silvia celebra proprio una donna che non ebbe il tempo di vivere, Teresa Fattorini, ma che ancora oggi ci appare in maniera limpida e vivida tra le pagine dei Canti. Tutti conosciamo a memoria almeno le prime parole della poesia, che ci rendono subito partecipi dell’assenza fisica della musa del poeta, simbolo della grande illusione della giovinezza.

Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?

Sebbene Leopardi si rivolga direttamente alla giovane, nella prima strofa dell’idillio il tema si sposta dalla beltà e dagli occhi ridenti a qualcosa di più sfuggente ed elevato. Allo stesso tempo, Silvia è una persona vera, ma è anche un’idea. Seguendo l’immagine create dalle successive strofe, sappiamo che sedeva assai contenta, cantando e lavorando, in un maggio odoroso in cui il poeta era chino sulle sue sudate carte, ma porgendo un orecchio per ascoltare la voce della ragazza nel cortile.

La Silvia persa in pensieri soavi, speranze e cori si chiamava in realtà Teresa Fattorini ed era la figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta di tisi dieci anni prima di comporre gli immortali versi. Il poeta di Recanati scelse di cambiare il suo nome per omaggiare Torquato Tasso, che nell’Aminta aveva raccontato l’amore non corrisposto di un pastore per una ninfa mortale, Silvia.

Tra Giacomo e Teresa, proprio come per Aminta e Silvia, non si consumò mai una storia d’amore: il ricordo vitale di quella figura femminile, che sicuramente aveva a lungo osservato dalla sua finestra, diventò così l’occasione per riflettere su quell’affetto acerbo e sconsolato, mai sbocciato, e trasformarlo in un grido di dolore verso la spietata e sorda Natura, insensibile alle suppliche degli uomini e dei poeti.

Questo è quel mondo? questi
I diletti, l’amor, l’opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell’umane genti?
All’apparir del vero
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.

I pochi dati anagrafici a disposizione non ci consentono di capire molto di più della sfortunata Teresa Fattorini, che lavorava come tessitora nel villaggio. Nata il 10 ottobre del 1797, vissuta a cavallo tra Settecento e Ottocento, morì a soli ventuno anni il 30 settembre del 1818. La sua immagine ideale si è ormai eternamente sovrapposta a quella reale, ma è certo che si tratta di lei perché fu proprio Giacomo Leopardi a suggerirlo nelle pagine di Appunti e ricordi, scritto nella primavera del 1819, e nello Zibaldone, dieci anni dopo. Così la descrisse:

una giovane dai sedici ai diciotto anni [che] ha nel suo viso, ne’ suoi moti, nelle sue voci, salti ec, un non so che di divino, che niente può agguagliare. […] quel fiore purissimo, intatto, freschissimo di gioventù, quella speranza vergine, incolume che gli si legge nel viso e negli atti, o che nel guardarla concepite in lei e per lei; quell’aria di innocenza, di ignoranza completa del male, delle sventure, de’ patimenti; quel fiore insomma, quel primissimo fiore della vita.

Dal 2017 la vera casa di Teresa Fattorini è visitabile e si trova al primo piano delle scuderie Leopardi. L’edificio, fatto costruire dal padre del poeta nel 1796, ospitava cavalli e carrozze e la famiglia dei dipendenti dei Leopardi. Composta da alcune piccole stanze arredate con mobilio d’epoca, restaurate secondo i colori originali degli interni, permette di immergersi nell’immagine che Giacomo poteva osservare ogni giorno.

Dal suo studio, anch’esso visitabile e parte del complesso museale di Casa Leopardi, affacciandosi alla finestra guardava e ascoltava la ragazza mentre era occupata con il telaio. Attraverso quei luoghi si può quindi rivivere quel momento della vita di entrambi, eternamente legati uno all’altra dalla poesia, in cui il futuro sembrava essere foriero di letizia e piacere, e non di morte e delusione.

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