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A chi dice che le lesbiche sono donne deluse dagli uomini

La posizione di Judith Butler, filosofa e teorica degli studi di genere, riguardo al tema della sessualità: l'omofobia e la transfobia si combattono anche con la parola
Questo contenuto fa parte della rubrica “Storie di Donne”

Chiunque si interessi di femminismo dovrebbe conoscere Judith Butler. Cresciuta a Cleveland in una famiglia ebrea che gestiva sale cinematografiche, fin da piccola ha manifestato il suo orrore per i modelli di omologazione hollywoodiani tipici della società americana, preferendo leggere Simone De Beauvoir e dedicarsi allo studio. Con il suo saggio Questioni di genere, pubblicato per la prima volta nel 1990 dopo anni di ricerca, ha rimesso in gioco il concetto di sessualità, di binarismo e di gender, riaprendo un dibattito che ancora oggi fornisce nuove traiettorie interpretative. Nel suo libro si rivolgeva direttamente anche a Jacques Lacan, psichiatra e filosofo francese con un punto di vista decisamente controverso nei confronti delle relazioni gay. “Se Lacan presume che l’omosessualità femminile sorga da un’eterosessualità delusa”, osservava la studiosa, “non dovrebbe essere altrettanto palese osservare come l’eterosessualità nasca da un’omosessualità delusa?”.

A distanza di quasi trent’anni dal suo testo seminale, le sue posizioni sono ancora attuali. Da filosofa post-strutturalista, oggi Judith Butler si è trasformata in una vera e propria icona pop: chi la incontra in una delle sue conferenze in giro per il mondo o durante le sue lezioni di teoria critica a Berkeley non può rimanere insensibile alla forza intellettuale che vibra da ogni sua parola. Vestita sempre di grigio o di nero, graziata da un’eleganza androgina senza tempo, è una vera celebrità del mondo accademico, venerata e allo stesso tempo costantemente presa di mira per le sue idee.

Tempo fa un giornale tedesco disse di lei che sembrava “un giovane uomo italiano”, una descrizione che la divertì molto, come racconta un articolo del 2016 di The Cut. Non è un caso se, nelle sue lezioni, Judith Butler esamina e corregge il modo in cui gli studenti utilizzano i pronomi. Il linguaggio verbale è proprio il mezzo attraverso cui spesso si manifestano a livello metalinguistico l’omofobia e la transfobia. Non pretende di cambiare il mondo usando la parola, ma è un buon punto di osservazione. Del resto, è stato il suo libro più famoso ad agitare le acque, dando voce a chi non l’aveva. Ancora oggi le nuove generazioni e l’ultima ondata di femministe guardano a lei come una musa, citandola e usandola come riferimento socio-culturale.

Madre di Isaac, avuto con la compagna Wendy Brown (anche lei filosofa e docente a Berkley), ha spiegato come per i giovani ora sia tutto più semplice, a partire dall’assimilazione delle teorie femministe. Chiedendo a suo figlio come fosse stato crescere con due mamme gay, anni fa, lui le disse che il problema era stato piuttosto quello di crescere con due docenti universitarie. Quella risposta era il segnale di qualcosa di più profondo, di un nuovo “spirito” che si sta muovendo tra i cosiddetti Millennial, naturalmente predisposti ad accogliere la naturalezza della strada indicata decenni prima attraverso Questioni di genere. Ed è per questo che anche le sue teorie sono in continuo aggiornamento. Il punto di partenza, comunque, resta sempre l’idea di scardinare delle norme prestabilite, come da lei spiegato in un’intervista di qualche tempo fa a Le Nouvel Observateur.

Norme che ci vengono trasmesse quotidianamente dai media, dai film, così come dai nostri genitori, e noi le perpetuiamo nelle nostre fantasie e nelle nostre scelte di vita. Sono norme che prescrivono ciò che dobbiamo fare per essere un uomo o una donna. E noi dobbiamo incessantemente negoziare con esse. Alcuni tra noi sono appassionatamente attaccati a queste norme, e le incarnano con ardore; altri, invece, le rifiutano. Alcuni le detestano, ma si adeguano. Altri ancora traggono giovamento dall’ambiguità… Mi interessa dunque sondare gli scarti tra queste norme e i diversi modi di rispondervi.

1. Judith Butler, "Questione di genere"

Questioni di genere è il libro che ha segnato un punto di svolta del femminismo internazionale e che è divenuto un classico del pensiero di genere. Judith Butler argomenta perché il corpo sessuato non è un dato biologico ma una costruzione culturale.

2. Judith Butler, "L'alleanza dei corpi"

Al centro dell’Alleanza dei corpi c’è l’indagine sulla “politica della strada” e sul diritto plurale e performativo di apparizione del corpo all’interno del campo politico, attraverso l’esperienza del raduno collettivo. Dal movimento Occupy alle proteste di Atene, dalle cosiddette “primavere arabe” al Parco Gezi di Istanbul, dalle mobilitazioni queer a quelle degli immigrati irregolari, negli ultimi anni abbiamo assistito al moltiplicarsi delle manifestazioni di dissenso contro le logiche neoliberiste o contro governi e poteri repressivi. La tesi di Judith Butler è che, nelle lotte democratiche, questi raduni possano esprimere forme di resistenza e solidarietà radicali da cui emerge una nuova idea di “popolo”.

3. Judith Butler, "Fare e disfare il genere"

Fare e disfare il genere costituisce la riflessione più matura di Judith Butler sui temi che nei primi anni Novanta furono al centro del fondamentale, e tuttora discusso, Gender Trouble, caposaldo del femminismo contemporaneo e stella polare delle teorie queer. Si tratta, per molti aspetti, di una vera e propria riconsiderazione di quelle tesi iniziali: “to do and undo one’s gender”, infatti, non significa considerare il genere solo nei termini di una performance che si può fare o disfare, recitare in modo più o meno consapevole, più o meno critico, o più o meno dissidente. Significa, piuttosto, soffermarsi sulla processualità del “fare” e del “disfare”, individuale e collettiva, per cogliere in essa i tratti di una riconfigurazione costante dei parametri di intelligibilità del soggetto che il genere, incessantemente, produce.

4. Judith Butler, "Vite precarie"

Vite precarie declina in modo innovativo le riflessioni relative al gender, alla sessualità, alla vivibilità di corpi e desideri, intrecciando il lessico della riflessione femminista e queer con quello proprio della riflessione politica mainstream. Guerra e violenza, in altre parole, sono interrogate a partire dall’insolita prospettiva del dolore e della perdita.

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