Libri da leggere al rientro dalle vacanze: i titoli da mettere in lista

Il mega listone estivo di Roba da Donne ad alcune delle novità letterarie più stimolanti degli ultimi mesi: per (ri)partire con la storia giusta e perdersi tra le pagine di un buon libro.

Settembre porta con sé agende piene, scadenze, sveglie, rientri e nuovi inizi. Un turbinio di eventi e incombenze in cui è spesso difficile ritagliarsi del tempo per sé, per i propri interessi e, soprattutto per la lettura. Se senti già la nostalgia dell’estate e del suo tempo dilatato, in cui le giornate più lunghe ti consentivano di perderti tra le pagine di un buon libro, ecco, allora, undici libri da leggere al rientro – tra novità del 2026 e curiose riscoperte – selezionati uno per uno e, soprattutto, letti. Per davvero.

Per ricordarti che il tempo riservato alla lettura e, di conseguenza, a te stessa è sempre prezioso. Anche se l’estate sta finendo e le giornate sono piene di impegni.

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Il lato B. Una stupefacente storia delle chiappe | Erell Hannah e Fred Cham

  • Chi dovrebbe leggerlo: chi nutre un giudizio negativo sulle proprie chiappe, ossia – secondo gli autori – praticamente chiunque;
  • Perché leggerlo: dimostra che concetti quali “cellulite”, “normale” e “anormale” sono invenzioni storiche, non dati di natura;
  • Consigliato a chi ha apprezzato: Il frutto della conoscenza di Liv Strömquist (Fandango), per lo stesso formato di saggio a fumetti e la medesima operazione di “smontaggio culturale”, ma su un’altra parte del corpo femminile.

 

 

C’è chi ha un giudizio (tendenzialmente negativo) sulle proprie chiappe. E c’è chi mente. È più forte di noi: tutti, prima o poi, giudichiamo il nostro culo. Ma non è colpa nostra.

È quello che dimostra il fumetto Il lato B. Una stupefacente storia delle chiappe scritto da Erell Hannah, illustrato da Fred Cham ed edito da Solferino. Un libro perfetto per affrontare con serenità la “prova costume”: perfetto perché, alla fine della lettura, avremo la conferma definitiva che la prova costume non ha senso di esistere.

Eppure… la realtà dei fatti non è proprio così, e lo sappiamo bene. Soprattutto le donne. L’avversione nei confronti del proprio lato B è stata letteralmente “creata” nel corso dei secoli. L’excursus degli autori si concentra perlopiù sulla storia francese, con incursioni fisiologiche negli Stati Uniti, ma dimostra un dato universale: il corpo delle donne è sempre stato posto sotto una deformante lente di ingrandimento. Da parte di chi? Ma è ovvio: uomini bianchi, etero e cisgender.

Assistiamo, così, all’acuirsi progressivo di un’attenzione sempre più morbosa nei confronti delle dimensioni, della forma e delle caratteristiche del culo delle donne (complice anche la diffusione, nel XIX secolo, di specchi grandi, che consentono di concentrare lo sguardo su tutto il corpo, e non solo sul viso e sul busto, e, dunque, di estendere i giudizi estetici a zone fino a quel momento non prese in considerazione).

Un’ossessione che porta a una profonda patologizzazione del lato B delle donne (la parola cellulite vi dice qualcosa? Scoprirete perché non vi è motivo di spendere soldi in creme inutili), frutto di male gaze e becero capitalismo (e, in certi casi, anche razzismo).

Una patologizzazione che plasma i contorni di concetti discutibili, come quelli di “normale” e “anormale”, e falsa la percezione che ogni donna possiede di se stessa, sulla base di canoni di bellezza meramente arbitrari, sempre diversi e volontariamente irrealistici e irraggiungibili.

Un vero e proprio trattato di scienze umane sotto forma di fumetto, dove icone pop (come Beyoncé, Janelle Monáe, Nicki Minaj, Miley Cyrus, Kim Kardashian, Cameron Diaz, Rihanna e molte altre) dialogano metaforicamente con fonti autorevoli del settore (Susan Bordo, Heather Radke, Jamie Bartlett, Georges Vigarello, Rossella Ghigi, Janell Hobson), in un avvicendarsi di argomentazioni afferenti a medicina, psicologia delle masse, filosofia, sociologia e antropologia.

Un libro da leggere perché non offre soluzioni (d’altronde, ce ne sono?) ma che, una volta terminato, vi porterà a guardare con un po’ più di affetto e benevolenza il vostro sedere. Istigandovi ad affermare a gran voce la frase da ricordare di questo fumetto: “Non è che ci stanno prendendo per il culo?”. A voi l’ardua sentenza.

Se vuoi approfondire, trovi il libro qui.

L’esca. Fish Tales | Nettie Jones

  • Chi dovrebbe leggerlo: chi cerca una voce femminile che non chiede scusa per il proprio desiderio e lo manifesta apertamente;
  • Perché leggerlo: è il romanzo che Toni Morrison scelse di pubblicare, in qualità di editor, nel 1984, oggi riscoperto come classico contemporaneo;
  • Consigliato a chi ha apprezzato: Sula di Toni Morrison (Sperling & Kupfer), per la fame di libertà di Sula, che sceglie la ribellione e, per questo motivo, diventa la paria della sua comunità.

 

 

Se un libro è stato consigliato da Toni Morrison, è una garanzia. Figuriamoci, poi, se la scrittrice ha anche deciso di pubblicarlo con la Random House, casa editrice dove ha ricoperto il ruolo di senior editor dal 1965 al 1984. Lo stesso anno – il 1984 – in cui la (futura) prima afroamericana a vincere il premio Nobel per la Letteratura ha dato alle stampe il romanzo d’esordio di Nettie Jones, L’esca. Fish Tales, da poco riscoperto e catalogato alla stregua di un classico contemporaneo ed edito in Italia da NN Editore, con la traduzione di Luca Briasco.

Nuova perla della collana le Fuggitive – dedicata a storie di donne in fuga, affamate di libertà, che scardinano i canoni del femminile -, la narrazione segue la vita perennemente in bilico di Lewis, con un accento marcato sulle sue vicende sessuali e la sua sequela di amanti – sempre affiancata e coccolata dall’ex marito Woody e dell’inseparabile amico Kitty, fedeli compagni di baldorie alcoliche ed erotiche.

Lewis è una donna che incarna una libertà sessuale sfacciata e rigogliosa, in una New York degli anni Settanta dove i contorni del moralismo iniziano a slabbrarsi e il confine tra lecito e illecito si assottiglia sempre di più.

Così come è labile il confine tra autonomia e dipendenza della protagonista: Lewis, infatti, si scinde tra orge, champagne e lenzuola di seta e bisogno di essere amata, tra droga, Valium e libertinaggio e ossessione per il controllo, non senza episodi di violenza, gelosia e rabbia irruenta, in un turbinio emotivo che tocca, al contempo, apici di piacere e abissi di dolore.

Soprattutto quando Lewis incontra Brook, uomo tetraplegico tanto carismatico e colto quanto dispotico, con cui la donna intreccia un rapporto di “amicizia” e sottomissione venato di crudeltà, manipolazione emotiva e parentesi colleriche, capace di incrinare quell’autodeterminazione sessuale di cui è sempre stata orgoglioso emblema.

Quello di Jones – ispirato alla sua vita – è, dunque, un romanzo carnale, dominato da una lingua impetuosa, che non ha paura di dire, gustare, godere, provocare, nominare, ferire e osare. Una lingua cristallina e irriverente, anche quando si addentra nei dettagli più torbidi e sfidanti per la morale dell’epoca. Non a caso, quando è stato pubblicato, il lavoro d’esordio di Jones è stato considerato un vero e proprio “scandalo”, difficile da incasellare e domare.

Come precisa la stessa autrice nella curata postfazione presente nell’edizione di NN Editore, che ripercorre la genesi del romanzo:

«Ho scritto L’esca come mi veniva in mente, attraverso i miei sensi. Lo sentivo, lo avvertivo scorrermi attraverso il corpo, fino alla punta delle dita, mentre stringevo una matita Blackwing».

Nello specifico, chiosa Jones:

«L’ho scritto nell’unico modo che conosco: drammatizzando la verità, rendendo le persone più grandi di quello che sono, più grottesche, immorali, selvagge. O forse sono semplicemente individui che prima non eravamo disposti ad accettare come brave persone? I personaggi erano soprattutto uomini che avevo conosciuto, e ne ho conosciuti un bel po’».

L’aspetto più affascinante del romanzo di Jones è proprio questo: l’istinto sfrontato e quasi animalesco che guida le azioni dei suoi attori, scevri di freni, paure e dogmi, sia nel letto, sia fuori dalle lenzuola. Uomini e donne che non hanno il timore di assecondare i propri desideri, cattivi o buoni che siano. O, forse, semplicemente liberi di essere espressi.

Come sembra ricordarci l’ipnotico ritratto di Nettie Jones che ci fissa in copertina, con quello sguardo sommesso e insieme audace – proprio come Lewis – che pare suggerirci che, in fondo, le «ragazze cattive sono libere».

Se vuoi approfondire, trovi il libro qui.

Finalmente sola | Lauren Bastide

  • Chi dovrebbe leggerlo: chi fatica a rivendicare tempo per sé senza sentirsi in colpa e chi ha paura di stare da sola con se stessa;
  • Perché leggerlo: trasforma la solitudine da mancanza a traguardo personale, sociale, femminista, in otto passaggi;
  • Consigliato a chi ha apprezzato: Città sola di Olivia Laing (Il Saggiatore, trad. Francesca Mastruzzo), per la disamina delle umiliazioni, delle paure e delle ossessioni comuni dello scoprirsi soli.

 

 

Avete presente quella sensazione di pienezza che ci coglie quando siamo sole con noi stesse, e stiamo bene per davvero? A me è successo qualche giorno fa, passeggiando in riva al mare. Il tramonto caldo dietro di me, le onde leggere al mio fianco, i rumori della spiaggia ad avvolgermi i sensi. Camminavo da sola, senza distrazioni, senza cuffie, senza pensieri intrusivi. Sola, e in pace. Finalmente.

Questa sensazione di pienezza ha un nome, e lo ha coniato Lauren Bastide, giornalista e attivista francese autrice del saggio Finalmente sola, tradotto da Federica Merati ed edito da Garzanti. L’espressione emblematica è proprio quella del titolo: «finalmente-sola». Un «sollievo», la «fine di un percorso» che ha portato la scrittrice ad apprezzare, nutrire e accarezzare con cura la propria solitudine, anziché denigrarla, temerla o colmarla bulimicamente. Una solitudine che non equivale all’elusione dei legami sociali, affettivi e sessuali, ma che ha il «sapore di un traguardo raggiunto», e si staglia come un «modo pacifico e sereno di coabitare con me stessa».

Un vero e proprio manifesto politico e femminista che, in otto passaggi, ci insegna a rintracciare la «forza emancipatrice» di questa forma di solitudine – che non assomiglia né all’isolamento, né all’abbandono -, affrancandoci dai lasciti patriarcali che considerano le donne sole alla stregua di streghe, folli, malate, indifese, pericolose, prostitute, incomplete o senza valore. Donne da temere, emarginare, rinchiudere, bruciare, escludere, eliminare. In ogni caso, donne da cui allontanarsi, in quanto “non-donne”, creature che sfuggono ai canoni e che, in qualche modo, fanno paura, perché indomabili e “ribelli”.

Ed è così che, lungo le pagine, incontriamo le parole di Virginia Woolf, Gabrielle Suchon, Carol Gilligan, Susan Faludi, Flora Tristan, Yvonne Verdier, Maya Angelou, Annie Ernaux, Christine Delphy, Sue Kaufman, Marguerite Duras e molte, moltissime altre studiose, scrittrici, attiviste e, in generale, donne significative che hanno fronteggiato la solitudine, l’hanno esperita e ne hanno riflettuto al riguardo, consegnandoci un modo nuovo di interpretarla e viverla.

Ne emerge, dunque, una “mappa” dettagliata che ci fornisce una sequela di punti cardinali per (re)imparare a stare al mondo da sole. Ma come si fa? Il primo passo consiste nel riconoscere l’annoso sistema di sorveglianza cui siamo state sottoposte da secoli di patriarcato e misoginia, e che ha costretto – e costringe tuttora – le donne in quello che Suchon definisce un «regime di inferiorità», dove sono state «ingiustamente private dei vantaggi del sapere, della libertà e dell’autorità».

Nel momento in cui ci si rende conto della sorveglianza sistemica, e la si rifiuta, diviene, allora, possibile liberarsi, poco per volta, dello sguardo maschile che decide i canoni di bellezza, ridefinire il rapporto con la propria casa – giogo delle “casalinghe”, recinto pensato per «isolarci dal mondo e dai noi stesse» -, viaggiare da sole – diventando, se necessario, violente – e costruire la propria capanna, «un luogo che si sottrae alla sorveglianza degli adulti, degli uomini, della società», ossia «il luogo per eccellenza del finalmente-sola».

E, soprattutto, innamorarsi ancora e ancora, senza il timore di perdersi nell’altro/a, ma sorrette dalla consapevolezza di una neonata «complicità» con se stesse e con la propria solitudine interiore, che consente di radicare i rapporti in un presente dove «le emozioni vengono espresse, i bisogni affermati, i limiti stabiliti», lontano da dinamiche di dipendenza e sottomissione.

Bastide ha svolto un lavoro encomiabile, minuzioso e approfondito, inanellando esperienze di vita personali e delle molteplici donne citate e regalandoci, così, un saggio femminista estremamente godibile ed essenziale per tracciare la strada a un modo inedito e rivoluzionario di pensare alla parola “solitudine”.

Una strada in cui incontrare altre donne sole (come nel bosco, meta prediletta delle passeggiate dell’autrice), borbottare tra sé e sé a voce alta, soliloquiare come i bambini e poter, infine, affermare con gioia: «Cazzo, ma quanto sto bene?».

Finalmente sole. Finalmente noi stesse. Finalmente libere di essere come siamo.

Se vuoi approfondire, trovi il libro qui.

Serenata salentina | Catena Fiorello Galeano

  • Chi dovrebbe leggerlo: chi ha stretto un’amicizia significativa in età adulta, o l’ha persa per strada ma la ricorda con affetto;
  • Perché leggerlo: racconta la “sorellanza d’anima” come forza curativa, senza scivolare nella retorica;
  • Consigliato a chi ha apprezzato: Gioia mia di Tea Ranno (Mondadori), il racconto di una comunità di donne che si tengono in piedi a vicenda tra un ristorante da gestire e una Sicilia che guarisce.

 

 

Qualche anno fa, in un ristorante senegalese, ho conosciuto Silvia: mi ha colpito subito per la sua energia luminosa e il sorriso pulito. Abbiamo iniziato a chiacchierare ed è scattata subito una contagiosa alchimia, rara intorno ai 30 anni, che ha dato l’abbrivio a una conoscenza che si è tramutata presto in una bella amicizia.

Entrambe un po’ provate da alcune vicissitudini della vita, abbiamo trascorso un anno a incontrarci per passeggiare, divertirci o anche solo chiacchierare su una panchina, facendoci compagnia senza troppe pretese. Provavo una sensazione molto vicina all’innamoramento: volevo incontrare perlopiù lei, parlarle delle mie novità, festeggiare piccoli traguardi al suo fianco.

Poi, come spesso accade, ci siamo perse di vista. Complici una serie di cambiamenti significativi verificatisi in simultanea – senza neanche farlo apposta – nell’esistenza di ognuna, abbiamo perso, piano piano, le occasioni di incontro, nonostante i molteplici tentativi nel corso dei mesi e anni a seguire. Alla fine non ci siamo più viste, ma spesso penso ancora al nostro anno di “amore amicale”, e le sono grata: per me, resterà sempre un emblema lampante di come le amicizie che nascono in età adulta siano, talvolta, molto più significative di altre, perché scelte, e non subite.

Questo pensiero ha accompagnato la mia lettura fin dalle prime pagine di Serenata salentina, il nuovo romanzo di Catena Fiorello Galeano edito da Rizzoli. Un’ode commovente, dolce e sincera all’amicizia femminile tra donne adulte, che ci ricorda quanto la “sorellanza d’anima” possa essere trasformativa e confortante.

Galeotta fu una panchina in un parco di Roma, agli esordi di un agosto asfissiante, dove Gabriellawedding planner 42enne intenta a metabolizzare il rancore e il divorzio da un marito fedifrago, grazie a qualche giorno di solitudine dovuto ai due figli in vacanza – incontra casualmente l’attrice Giulia – giovane, ma già un volto noto – e il suo cane Platone. Proprio quest’ultimo fa avvicinare le due donne, che iniziano, così, ad “annusarsi” anch’esse, a parlare del più e del meno e a percepirsi in sintonia.

Giorno successivo, medesima panchina e una nuova conoscenza: Marta, che porta i suoi 74 anni con grazia e compostezza, nonostante una tristezza profonda causata da un errore del passato che ha reso tesi i rapporti con i suoi figli. Porta con garbo il suo dolore anche Teresa, amica ed ex socia di Gabriella – incontrata a una mostra d’arte dopo più di un anno dalle loro ultime interazioni -, anche lei fresca di separazione e, soprattutto, afflitta dal lutto della sorella Gloria, vittima dell’ennesimo femminicidio.

Alla schiera di “nuove amiche” si aggiunge, infine, Luana: 35 anni, vicequestora e, fino a quattro mesi prima, una delle amanti di Alberto, l’ex marito di Gabriella, con cui la ragazza decide di mettersi in contatto per un confronto basato su verità e nuove consapevolezze.

Donne sole, per motivi diversi, che approfittano dei binari del destino per conoscersi e creare, tra cene, picnic, caffè e musica, una “tribù” fatta di solidarietà e alleanza, trasformandosi presto in «compagne di solitudine».

Una piccola “comunità” che si cementificherà anche grazie a un inatteso viaggio in Salento, dove Giulia decide di recarsi per affrontare il produttore di cui è (stata) l’amante, dal quale non solo è stata lasciata e «buttata via come uno straccio», ma che le ha anche fatto terra bruciata intorno a livello professionale.

Qui, ospitate nella masseria di Nicola, giallista di successo, le cinque donne faranno pace con il proprio passato e i propri tormenti, tra natura selvaggia, cibo delizioso, mare incontaminato, serenate, vecchi amori inesplorati che ritornano e borghi spettacolari della Grecìa salentina, e non solo (come San Foca, un «paradiso» citato più volte nel corso della narrazione. Posso confermare: il mio compagno ha una casa sul mare proprio in quel paese e ogni estate è come ritrovarsi all’Eden).

D’altronde, come scrive il poeta e paesologo Franco Arminio: «Il Salento è una grande farmacia: la farmacia del mare, della luce, degli orti e degli ulivi». Ed è proprio qui che Gabriella, Giulia, Marta, Teresa e Luana vivranno, ognuna in modo dissimile, un personale processo di guarigione, e, soprattutto, tramuteranno il loro rapporto in «connessioni dell’anima»: legami che recano con sé il potere di farci sentire più amate e meno sole, perché consapevoli di poter sempre contare su una rete di affetti presente e inossidabile.

Il risultato è una storia gentile ed elegante, narrata con finezza, calma e sensibilità: un intreccio di introspezioni e rivalsa personale in cui è inevitabile rispecchiarsi e rintracciare parti di sé e dei propri vissuti. Tutte, infatti, ci siamo ritrovate, prima o dopo, a dover lenire le nostre ferite, a fronteggiare i nostri demoni e a curare i nostri traumi rivolgendoci a noi stesse con parole di benevolenza e coraggio.

Farlo con delle buone amiche, però, è molto più semplice. Perché non c’è storia d’amore più forte e appagante di un’amicizia sincera.

Se vuoi approfondire, trovi il libro qui.

Supernova. Quando nasce una madre: le trasformazioni di cui nessuno ti ha mai parlato | Nina Gigante

  • Chi dovrebbe leggerlo: chi è madre, chi sta per diventarlo e chi vuole capire cosa succede davvero a chi lo diventa;
  • Perché leggerlo: decostruisce il mito dell’istinto materno e restituisce un vocabolario a un’esperienza che non possiede ancora le parole giuste per essere descritta;
  • Consigliato a chi ha apprezzato: Matrescenza di Lucy Jones (Laterza, trad. Alessandra Castellazzi), per l’analisi dello stesso concetto cardine, ma con un taglio più scientifico.

 

 

Non ho figli e non so ancora se ne avrò, ma di una cosa sono certa: leggere il nuovo saggio della giornalista e Integrative Health Coach Nina Gigante ha aperto una nuova finestra nella mia prospettiva sulla maternità, nel mio modo di intendere la gravidanza e nelle mie conoscenze afferenti al post partum. E, senza dubbio, è un testo fondamentale, che si sia madre o meno.

Supernova. Quando nasce una madre: le trasformazioni di cui nessuno ti ha mai parlato, edito da Aboca Edizioni, prende le mosse da una domanda che mi sono posta più volte osservando mia cognata, mamma dei miei due splendidi nipoti: «Cosa succede alla madre mentre tutti guardano solo il bambino?».

In quei primi giorni, settimane, mesi di vita nuova, ho sempre notato, nelle parole delle persone che la circondavano, una preponderante attenzione nei confronti di Samuele, prima, e Alessandro, dopo. Poca, o quasi nessuna, attenzione, invece, riguardo al suo umore, alle sue fatiche, alle sue trasformazioni, interiori ed esteriori. Solo un passeggero: “Com’è andato il parto?”, oppure “Stai dormendo un po’?”, ma nessuna domanda sul suo microcosmo, su quella “esplosione” che si stava verificando tra i suoi organi e le sue sinapsi.

È (anche) per questo motivo che leggere Supernova è stato illuminante: la verità, spiega l’autrice, è che non abbiamo le parole. Parole utili «non solo per raccontare quello che provavo: ancora prima, per spiegare a me stessa cosa mi stesse succedendo. Tutto sembrava così nuovo e continuamente cangiante: il corpo, i pensieri, il modo di sentire, i gusti, perfino il tempo. Incandescenti, attraversiamo i muri, così scrive Cristina Campo. Io mi sentivo così: un sobbollire di trasformazioni, senza un nome per dirlo». E chiosa: «La maternità, parola così lucida, liscia, piena, luminosa, non poteva essere ciò che provavo io. Non poteva essere ciò che mi stava accadendo. E, senza un nome per quella metamorfosi, restavo sospesa».

Si impone necessario, dunque, “inventare” un nuovo vocabolario. O, meglio, rintracciare le riflessioni e gli studi di chi vi ha già ragionato, costruendo una “mappa” di nomi, espressioni e sensazioni. La prima «immagine bussola» affonda le radici nella lettura della poetessa Chandra Livia Candiani e proviene dal contesto astronomico: si tratta della supernova che dà il titolo al saggio, ossia l’esplosione finale di una stella, che rappresenta, al contempo, un collasso e una rinascita. Nel momento esatto in cui una forma trova la sua conclusione, infatti, una nuova luce prende vita, trasformando se stessa e ciò che ha intorno.

«Più ci pensavo – spiega Gigante -, più sentivo che la maternità somiglia a questo: non è solo ruolo sociale, non è solo funzione biologica. È un’esplosione silenziosa, una riscrittura del corpo, del cervello, dello scorrere del tempo, dei legami, dell’identità». A tale immagine si accompagna, poi, la tesi centrale del libro: la maternità non è un interruttore, bensì un processo, un divenire, un continuum che non possiede date precise, «variabile e imprevedibile» come l’adolescenza.

Di qui, la seconda “stella polare” di questa nuova costellazione di termini ed esperienze: la matrescenza, espressione coniata negli anni Settanta del Novecento (crasi di “maternità” e “adolescenza”, appunto) dall’antropologa statunitense Dana Louise Raphael (allieva della celeberrima Margaret Mead), che, con essa, connota proprio l’idea di processo della maternità, intesa come «metamorfosi identitaria profonda, lunga, lenta», senza cardini o appigli prefissati.

Ecco, allora, sfaldarsi l’idea patriarcale della maternità “perfetta”, fatta solo di gioia pura, allattamento privo di frustrazione e dolore, tempo di qualità con il proprio bambino, attenzione allo sviluppo linguistico e sensomotorio fin dai primissimi giorni di vita, carriera brillante, cura della casa e della coppia e, soprattutto, prorompente istinto materno.

Che, spoiler, non esiste. Come ci ricorda l’autrice, infatti, il concetto di «maternal instinct» inizia a diffondersi nel Settecento e si corrobora tra l’Ottocento e il Novecento, con l’intento preciso di ghettizzare le donne in un ruolo predeterminato – alla stregua di un destino inevitabile – e di elevare la maternità a dovere morale o religioso e a vocazione naturale. Fino alla sua acme, quella di “evidenza scientifica”, con cui la maternità viene resa un dato di natura, innervato di oggettività, aspettative irrealistiche e solitudine (se qualcosa non funziona, la colpa è sempre e solo della madre, che dovrebbe sapere, in modo del tutto innato, come comportarsi con un neonato).

Niente di più lontano dalla realtà dei fatti: il legame con il figlio non è subitaneo, ma richiede tempo, reiterazione dei gesti di cura, contatto e lento apprendimento. È un sapere che deve essere affinato con la pratica, e che non riguarda solo la madre, ma tutte le persone coinvolte nella crescita di un bambino: ecco perché le “famiglie d’anima” sono importanti tanto quanto quelle di sangue – se non di più, talvolta.

Ne deriva, quindi, che non “si è” madri, ma bisogna «farsi madri». Se la “matrescenza” si riferisce soprattutto ai cambiamenti psichici e identitari, la perifrasi “farsi madri” – riportata alla luce dall’antropologa culturale Elisa Grandi – guarda al contesto collettivo entro cui quel processo si dispiega, una pratica in cui è essenziale il sostegno, l’accompagnamento e la premura da parte di altri individui (come accade tuttora in molteplici culture orientali, e non solo).

Un supporto che si rivela essenziale in particolar modo durante il cosiddetto “quarto trimestre”, ossia quello immediatamente successivo al parto, dove la madre va incontro a una riorganizzazione profonda del suo essere, delle sue priorità, del suo «centro di gravità psichico», delle sue paure e dei suoi desideri.

Luogo di contraddizioni e dicotomie emotive, è forse uno dei momenti più delicati del processo: non una “convalescenza” da “risolvere” in fretta e in maniera performante (come vorrebbe il patriarcato), bensì un tempo lungo di riflessione, cura di sé, riposo, autoregolazione, ascolto, riorganizzazione, nel quale il «corpo non va “rimesso in forma”, ma rimesso insieme». Non da sole, ma con un villaggio che sostenga e, soprattutto, sia capace di stare al fianco delle donne, per il benessere del bambino ma, soprattutto, della salute mentale perinatale delle madri.

L’ho già detto, e lo ripeto: il saggio di Nina Gigante è illuminante, perché fruibile, informato, pragmatico, e costellato di sguardi inediti sulla maternità e nozioni ancora sconosciute per la maggior parte delle persone – dal microchimerismo fetale al plusmaterno, dalla violenza ostetrica al parent brain -, che arricchiscono e rendono consapevoli. Un vero e proprio “manifesto femminista” che interroga antropologia, psicanalisi, filosofia, politica, sociologia, poesia e medicina e ci regala un nuovo vocabolario, nuovi modi di dire, interpretare e conoscere il turbinio – non solo ormonale, ma anche emotivo – che si agita dentro una madre-supernova, affrancandosi dai giudizi e dai dettami patriarcali.

Non ho figli e non so ancora se ne avrò, ma di una cosa sono certa: se ne avrò, il saggio di Nina Gigante sarà la mia bussola.

Se vuoi approfondire, trovi il libro qui.

Bianco nero colore | Danzy Senna

  • Chi dovrebbe leggerlo: chi lavora in ambito editoriale e/o televisivo, o, in generale, chi cerca un romanzo che non si riesce a posare;
  • Perché leggerlo: mette in scena il prezzo nascosto che si cela nel trasformare la propria identità in un prodotto vendibile;
  • Consigliato a chi ha apprezzato: Cancellazione di Percival Everett (La nave di Teseo, trad. Marco Bosonetto), per la medesima satira feroce su un’industria culturale ipocrita, che compra la “black experience” solo se conforme agli stereotipi.

 

 

Esistono pochi libri in grado di dissociarmi totalmente dalla realtà. In questo caso specifico, ho rinunciato a una mattinata in spiaggia e ho pranzato velocemente, pur di finirlo. E sono d’accordo con la sceneggiatrice Miranda July e lo scrittore Tommy Orange quando commentano che è impossibile «smettere di girare le pagine di questo romanzo», perché «vuoi soltanto scoprire cosa succederà dopo, come idee, soggetti e trama si intrecciano fino all’ultima pagina. Vorresti che non finisse mai».

Bianco nero colore, il nuovo romanzo di Danzy Senna tradotto da Aurelia Di Meo ed edito da Neri Pozza, mi ha provocato un dolore emotivo quasi fisico quando sono giunta alla riga conclusiva. Appena chiuso il libro, ho avvertito subitaneamente la mancanza di Jane Gibson, la sua protagonista: una donna mulatta di 46 anni, originaria di Brooklyn e ora scrittrice e insegnante di Lettere in una «Università di serie B» di Los Angeles, con un marito pittore, Lenny, che non vende nessuno dei suoi dipinti astratti, una figlia di 8 anni, Ruby, e un figlio «ad alto funzionamento» di 6, Finn.

I motivi per cui è inevitabile affezionarsi a Jane sono molteplici: persona (auto)ironica, arguta, caparbia e amorevole, dopo un primo romanzo acclamato dai critici, da dieci anni è immersa nella stesura del suo secondo lavoro, Nusu Nusu («metà e metà», in swahili, a indicare le persone miste come lei), ambizioso tanto quanto il suo contenuto – definito da Lenny, non a caso, il «Guerra e pace mulatto».

Esso, infatti, intende ripercorrere «quattrocento anni di storia mulatta in forma di romanzo», dipanandosi in cinque narrazioni ambientate in epoche diverse, dagli anni Cinquanta del Novecento ai Melungeon degli Appalachi, «considerati la prima tribù di americani trirazziali che avevano scelto di isolarsi e riprodursi, creando generazioni di futuri modelli Benetton».

Un libro intriso di «coscienza nera», di cui Jane, nata da padre nero e madre bianca, è fiera emblema, e su cui non smette di interrogarsi, tra le pagine del suo romanzo, i gesti e le riflessioni della vita quotidiana e la cattedra universitaria. E che manca, invece, all’amico Brett, conosciuto durante il dottorato e rinomato sceneggiatore di Hollywood, momentaneamente in Australia con moglie e figlio per seguire le riprese lunghe un anno di una serie di cui ha scritto la sceneggiatura.

Ed è proprio a casa di Brett, sulle meravigliose e soleggiate colline di Los Angeles, che Jane, Lenny, Ruby e Finn si sono trasferiti per abitarvi durante la sua assenza. La narrazione parte da qui: Jane e Lenny dimorano a casa dell’amico da sei mesi, non hanno soldi – o, meglio, «si erano resi conto di vivere in una città che non potevano permettersi» – e si prendono cura delle abitazioni degli amici ricchi durante i loro viaggi di lavoro o «ritiri di vario tipo».

Jane, approfittando della «stanza tutta per sé» rappresentata dallo studio di Brett e dalla tranquillità offerta dalla sua nuova sistemazione, si è, quindi, posta un obiettivo preciso: sfruttare al meglio il suo anno sabbatico per concludere il suo mastodontico romanzo, pubblicarlo e diventare professoressa di ruolo. E, effettivamente, è così che procede: Nusu Nusu è finalmente terminato, ma l’accoglienza non è quella tanto attesa. L’agente e l’editor di Jane, infatti, bocciano categoricamente il romanzo, considerandone la pubblicazione un «suicidio professionale».

Seguono mortificazione e sconforto e, soprattutto, un tentativo disperato: affacciarsi al mondo della sceneggiatura, tanto caro all’amico Brett. Jane si ritrova, così, a collaborare in qualità di «vera romanziera» e «vera mulatta» con il celebre sceneggiatore Hampton Ford e a muoversi nelle stanze di Hollywood, «roba seria, roba per adulti che gestiscono un sacco di soldi», intenta a creare una commedia su una famiglia mista, con «problemi normali, ma declinati in chiave mulatta». Al contempo, Jane è costretta a sfidare anche se stessa, le proprie aspirazioni letterarie e le proprie convinzioni più profonde, e viene ridotta, suo malgrado, alla stregua di un “mezzo” per i sogni di gloria di Ford, di cui approfittarsi e da cui attingere idee ed esperienze esistenziali ai fini del guadagno.

La serie televisiva e la sua gestazione divengono, perciò, espediente di riflessione non solo sull’identità razziale e sulla sua rappresentazione (termine delicato, da utilizzare con cautela), ma anche sul confine labile che sussiste tra arte e artificiosità, sulle dinamiche di potere che governano il mondo professionale (incluso quello delle minoranze), sull’implicito e insidioso razzismo sistemico, sui compromessi che, talvolta, si è chiamati ad accogliere, sulla diversity – reale e fittizia – sullo schermo e, soprattutto, sui soldi. Senna, infatti, non esita a parlarne in maniera aperta e cristallina e a renderli uno dei motori principali dei comportamenti – talvolta assurdi, ma, in fondo, comprensibili – di Jane.

Come ricorda la stessa protagonista: «Una volta suo padre le aveva detto che i bianchi, nel loro intimo, erano convinti che i neri avrebbero scelto di diventare bianchi, se ne avessero avuto la possibilità. Ma i neri non volevano essere bianchi, le aveva spiegato. Volevano solo le cose dei bianchi. Aveva aggiunto che la razza era sempre una questione di soldi e che i soldi erano sempre una questione di razza, ma questo i bianchi non lo capivano. I neri volevano soltanto una villa vittoriana, gialla e in collina, e non essere i bianchi che ci vivevano».

Esattamente ciò che desidera la stessa Jane: una «vera casa da ceto medio, come solo una bambina mista cresciuta nella desolazione artistica degli anni Settanta può desiderarla», dove Lenny possa dedicarsi indisturbato alla pittura e Ruby e Finn possano condurre una vita agiata, ospitare i loro migliori amici ed essere sereni e «annoiati», anziché sempre in fuga e in allerta, senza punti cardinali o un luogo da poter definire “casa”. In definitiva: «Una versione nera e bohémienne del sogno americano».

Quello che emerge dalla miscellanea di satira culturale e parentesi di vita privata sapientemente intessuta da Senna è, dunque, un romanzo metaletterario e affastellato, dallo stile brillante, tagliente, ironico e luminoso, capace di sottolineare le innervature di un mondo contemporaneo sempre più impegnato a districarsi tra tokenism, lealtà a se stessi e alle proprie ideologie e crudo, spietato e acido capitalismo. Da cui, purtroppo, nessuno è esente.

E dove sorge spontaneo chiedersi: la nostra identità ha un valore intrinseco, o ha valore solo per quello che rappresenta agli occhi consumistici delle persone? E, ancora: dove finisce la nostra identità, e dove inizia quella che interpretiamo per gli altri?

Se vuoi approfondire, trovi il libro qui.

Sciopero | Maryline Desbiolles

  • Chi dovrebbe leggerlo: chi va ai cortei in piazza e chi si chiede da quali lotte provengano i diritti che diamo per scontati;
  • Perché leggerlo: restituisce nome e voce alle protagoniste del primo sciopero femminile francese, escluse dai libri di storia;
  • Consigliato a chi ha apprezzato: La fabbrica delle ragazze di Ilaria Rossetti (Bompiani), il quale descrive un’altra tragedia dimenticata di lavoro femminile e morti bianche, raccontata con una lingua altrettanto lirica.

 

 

C’è un momento, quando partecipo alle manifestazioni femministe, che mi fa sempre venire i brividi e mi infonde un coacervo di coraggio e orgoglio: quando le voci si alzano tutte insieme, i corpi si avvicinano a significare un fronte comune e i pugni svettano nel cielo. L’acme di un corteo, che rappresenta il simbolo di una battaglia condivisa capace di riecheggiare non solo nell’attimo presente, ma anche in quelli futuri.

Lo sciopero delle ovaliste, ossia la prima contestazione delle donne francesi contro il sistema capitalistico e industriale verificatosi nei mesi di giugno e luglio del 1869, a Lione, ha avuto questo potere. Dimenticato – o, per meglio dire, sottaciuto – dai libri di storia e dalle memorie collettive, ha, ora, ripreso vita e forma grazie al nuovo lavoro della poetessa e scrittrice francese Maryline Desbiolles, intitolato Sciopero, tradotto da Federica Merati ed edito da Bompiani.

Il lavoro è meticoloso: non solo nella ricostruzione storica delle condizioni di lavoro, dei malcontenti e dei sommovimenti dell’epoca, ma anche nella delineazione minuziosa degli stati emotivi che caratterizzavano le protagoniste della rivolta, le operaie delle seterie di Lione, provenienti dal Piemonte e dalla campagne limitrofe dopo aver salutato la famiglia e la propria giovinezza.

Il tutto per un lavoro dai ritmi atroci e disumani, dove le ovaliste – le «serve dei mulini, di cui l’ovale è la parte centrale, la forza motrice», elemento da cui esse prendono il nome – erano costrette a stare «in piedi dodici ore al giorno, sorvegliando i mulini fino alle sette di sera» e a togliere e ricaricare i rocchetti controllando la qualità della seta e dei suoi fili, per la bellezza di 1,40 franchi al giorno (contro i 2 franchi per gli operai filatori: che strano, vi suona familiare?).

La forma con cui lo sciopero e il suo prologo sono narrati è peculiare: l’autrice ricostruisce una staffetta metaforica che vede coinvolte le quattro protagoniste principali, intente a passarsi il testimone di un lotta dapprima silenziosa, e, in seguito, sempre più incontenibile.

La prima è Toia, giovane ragazza piemontese bella e «così coraggiosa, così piena di volontà», che approda a Lione dalle Langhe e abbandona la natura sconfinata in cui è cresciuta per i contorni asfissianti della fabbrica e del dormitorio, i quali la rendono «esausta di starsene incollata al muro tutto il giorno, esausta d’ansia, esausta di essere privata dell’aria e di non potersi muovere, esausta di essere contenuta».

Subito dopo vi è Rosalie Plantavin, originaria di Nyons e madre di un figlio non desiderato, conseguenza di una violenza sessuale, «fuggita a Lione lasciando il figlio alla sorella». Nonostante la sua zoppia e il carattere introverso e riservato, protesterà in prima linea nei giorni dello sciopero, tanto da essere condannata alla prigione e a una crescita interiore vertiginosa.

Non è da meno Marie Maurier, terza staffettista di questa sequela di donne immaginate ma crudelmente reali, proveniente da Quincy e dalla «corporatura minuta e l’aspetto piacevole e aggraziato». Marie «si mostra maliziosa, parla e ride forte, diverte la folla, le donne della filanda», non ha paura della violenza e sfida il potere, grazie anche alla sua «vivacità e grinta brucianti, fuori dal comune».

Infine, troviamo Clémence Blanc, «una delle rare lionesi a fare l’ovalista nelle filande della città», attraversata da una rabbia e una ribellione che, per lei, costituiscono una spina nel fianco «che si pianta sempre più a fondo e non può essere rimossa». Rabbia e ribellione che trovano sfogo nelle parole di Amélie e, soprattutto, di Philomène Rozan, «donna sulla trentina con un aspetto tutt’altro che straordinario ma idee chiare sul mondo», e vero e proprio emblema dello sciopero delle ovaliste.

Il suo nome è giunto fino a noi, ma di lei non si sa nient’altro, se non che Marx la invitò a parlare della manifestazione al congresso dell’Associazione internazionale dei lavoratori, in programma a Basilea a settembre dello stesso anno, ma che, al suo posto, furono inviati tre delegati uomini, tra cui Bakunin.

Nonostante la sua presenza rarefatta e intermittente, propria delle figure “mitologiche” e delle leader,  Philomène Rozan ha incarnato la fame di libertà ed emancipazione delle donne del suo tempo, guidando circa duemila donne nella rivendicazione dei propri diritti sul lavoro e delle loro istanze: una riduzione di due ore dell’orario di lavoro e un aumento della paga giornaliera. Rozan, infatti, sostiene che «le ovaliste dovrebbero guadagnare due franchi al giorno come gli undici uomini, gli undici operai filatori della filanda». Perché, ricorda, «non sono mica serve dell’ovale, né tantomeno serve dell’altare, della messa delle macchine: non sono serve, sono operaie».

Con uno stile lirico, poetico e carnoso, al crocevia tra telecronaca sportiva, saggio e romanzo, Desbiolles ripercorre, dunque, le tappe precipue che hanno condotto allo sciopero – avviato ufficialmente il 25 giugno 1869 e conclusosi il 21 luglio -,  tratteggiando, al contempo, la circolazione sommessa e poi, via via, sempre più rumorosa, delle idee “sovversive” delle ovaliste e dando, così, voce a donne dimenticate, che non sapevano né leggere né scrivere, ma che erano decise a lottare per condizioni di lavoro più giuste e dignitose.

Lo sciopero non ha avuto esiti del tutto positivi, ma ha rivoluzionato le donne che vi hanno partecipato e ha incanalato i primi vagiti di una battaglia che, nei decenni successivi, avrebbe scardinato tutti gli argini e avrebbe visto le lavoratrici finalmente pronte a reclamare parità, «stanze tutte per sé» – anziché orribili e affollati dormitori –  e autodeterminazione.

Ricordandoci, ancora una volta, «quanto è difficile essere più libere».

Se vuoi approfondire, trovi il libro qui.

Questo posto mi sta respingendo | Andrea Martina

  • Chi dovrebbe leggerlo: chi studia o ha studiato fuori sede, o ama qualcuno che è lontano dalla sua terra d’origine;
  • Perché leggerlo: visualizza e critica il costo psichico dell’università e della società della performance, senza offrire consolazioni facili;
  • Consigliato a chi ha apprezzato: Spatriati di Mario Desiati (Einaudi), per tutti i “cittadini d’Europa” che non hanno avuto il timore di cercare il proprio posto nel mondo allontanandosi da casa, pur con dolore.

 

 

Mi fanno sempre molto sorridere le coincidenze. Ho iniziato la lettura di Questo posto mi sta respingendo, il nuovo romanzo di Andrea Martina edito da 66thand2nd, su un Frecciarossa partito da Torino e diretto a Lecce. Nello stesso momento, leggevo delle traversie di Lucio e Atena, amici dai tempi della scuola materna e coinquilini, del loro allontanamento fisico e, poco per volta, emotivo da Crianza, un paese fittizio – ed ecco la prima coincidenza – situato tra Brindisi e Lecce, e del loro nuovo rifugio nella mia città, Torino.

In un paese vicino a Lecce è nato e cresciuto anche il mio compagno. Come Lucio, anche lui ha lasciato gli ormeggi per studiare Ingegneria al Politecnico di Torino. Come Atena, anche lui ha dovuto affrontare una famiglia attenta quasi più ai suoi voti all’università che al suo benessere psicofisico. Come entrambi, anche lui ha dovuto dire addio a una terra, la Puglia, scevra di possibilità per i giovani adulti, e ai suoi genitori, rassegnati all’idea di un figlio alla ricerca di un orizzonte migliore a più di 1.200 chilometri di distanza.

Martina ha scritto il romanzo di una generazione (e non solo di una) e ha delineato con precisione dolorosa il delicato passaggio che ci traghetta verso la maturità, la precaria stabilità dei tempi odierni e l’autonomia. Un passaggio che ha un luogo di predilezione ben preciso: l’università, quasi un “non luogo” – una sorta di passage, per dirla alla Walter Benjamin – in cui, però, si decide, tra compromessi, sofferenze e rare scintille di gioia, il destino della persona che lo attraversa e che, tra le sue aule, impiega anni di fatica e sacrifici.

Proprio come Lucio e Atena. Il primo, iscritto a Ingegneria gestionale, non supera un esame da più di un anno, e non sa come dirlo ai suoi genitori, i quali non vedono l’ora di «avere un ingegnere in casa» e garantirgli un futuro «negli uffici del petrolchimico, pronto per lui non appena avrà la laurea triennale in tasca». A dargli conforto in questa voragine di buio avvilimento, vi sono solo la batteria e il gruppo di cover con cui si esibisce sui palchi del capoluogo sabaudo (sebbene, anche qui, non manchino le delusioni), oltre, naturalmente, all’amicizia fraterna con Atena e a un incipiente interesse per una sfuggente ragazza dai capelli rossi incontrata in aula studio.

La seconda, invece, frequenta Architettura e ha un «libretto costellato di voti altissimi che racconta di un percorso impeccabile», al punto che, nella consueta telefonata successiva agli esami appena sostenuti e destinata ai suoi genitori, la domanda di questi ultimi non è più volta a sapere se Atena li abbia superati o meno, «quello è dato per scontato. La domanda è un’altra: hai preso la lode?». Anche lei, come Lucio, si è posta – o le è stato (im)posto – l’obiettivo di tornare al paese natio, una volta laureata, per prendere le redini dello studio del padre Saverio, ora sindaco ammirato (ma anche mirino dei detrattori) di Crianza.

Assistiamo, così, quasi come se fossimo al cinema – tanto amato da Atena e dallo zio Ciccillo, proiezionista per 35 anni nello stesso cinema di paese che, ben presto, sarà trasformato in una sala di cerimonie da affittare dalla famiglia avversaria di Saverio -, alla sequela di ostacoli incontrati dalla maggior parte dei fuorisede.

Lucio e Atena inciampano tra soldi che non bastano mai, lavori saltuari, Intercity notturni per raggiungere la propria famiglia e incertezze sul proprio percorso di studi e sul proprio futuro, ma sono sorretti anche dalla spinta di rivalsa propria di chi è stufo di vivere nell’ombra dei desideri altrui e ha fame di costruire l’impalcatura della propria esistenza. Pur a costo di infliggere una delusione alle persone amate.

Una miscellanea di attriti e patimenti dove non mancano le ingerenze delle pressioni sociali e familiari e il clima di competizione tipico di determinate facoltà, complici di acuire ancora di più la mortificazione di chi non procede lungo una strada retta, ma incontra sentieri impervi e dissestati. Come accade a Lucio, che, nonostante gli innumerevoli tentativi, non riesce a superare l’esame di Fisica tecnica e, più volte, si culla con pensieri suicidi per superare la vergogna e il senso di fallimento.

C’è anche questo, nella narrazione amara ma elegante di Martina: la ribellione a una «società malata», un sistema distorto dove primeggiano competizione, esami, voti, scadenze, e che porta le persone più fragili a cedere, al punto di annullarsi e sparire. Come è successo a Matilde – che si è tolta la vita e non aveva mai dato un esame da quando era iscritta all’università – e a ragazze e ragazzi come lei, emblema del cosiddetto “disagio giovanile”, di cui Zena, la ragazza dai capelli rossi, ricorda il dolore munita del suo pennarello, con cui scrive un memento nei luoghi del Politecnico: «Se hai pensato di farla finita per colpa dell’università, non sei solo».

Il dolore che l’autore riporta tra le pagine è reale, tangibile: è la corsa alla performance, al “titolo”, alla carriera, di cui si è vittime spesso inconsapevoli e da cui è piuttosto complesso affrancarsi. Come precisa Zena, infatti: «Siamo stati noi [a far saltare dalla finestra Matilde]. Perché siamo dei morbosi del cazzo. Tutti noi l’abbiamo spinta giù. Quando ti laurei? Quanto hai preso a quell’esame? Che farai una volta finita l’università? È così che sotterri le persone».

A questo si aggiungono, poi, le tensioni che scorrono nelle vene del mondo. La narrazione, infatti, è ambientata tra il 2015 e il 2016 e rimembra la strage al Bataclan di Parigi, dove Lucio sarebbe dovuto andare proprio per il concerto in programma quel tragico 13 novembre 2015, giorno dell’attentato terroristico. E non solo. L’intreccio non dimentica neanche le dinamiche di potere che soggiogano l’Italia e, nello specifico, il suo Sud, tra attentati, criminalità e quella linea liminale sempre più sfilacciata tra legalità e corruzione.

Ho percorso i medesimi binari che Lucio e Atena, nel romanzo, intraprendono molteplici volte e che riempiono lo spazio vuoto tra le loro due “case”. Gli stessi binari che, negli stessi anni in cui è ambientato l’intreccio, hanno portato il mio compagno a Torino, e grazie ai quali ha trovato, finalmente, la sua pace. E, ora che ho conosciuto le loro sofferenze, mi chiedo: quanto coraggio serve per recidere il «cordone ombelicale da casa» e da una società malata che non si interessa al nostro benessere e, dunque, «scrivere il proprio futuro»?

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Peyton Place | Grace Metalious

  • Chi dovrebbe leggerlo: chi ama i classici riscoperti e le storie di provincia che grattano sotto la superficie, alla scoperta dei non detti e dei “peccati” silenziosi;
  • Perché leggerlo: lo scandalo del 1956 si legge oggi come un referto ancora attuale su ipocrisia, abusi e maldicenze;
  • Consigliato a chi ha apprezzato: Revolutionary Road di Richard Yates (Minimum Fax, trad. Adriana Dell’Orto), ritratto di un’America perbenista la cui apparente felicità si sgretola poco per volta, con una potenza da dramma shakespeariano.

 

 

Chi sei davvero, quando nessuno ti guarda? La domanda ha iniziato a martellare il mio retrocranio dopo circa un centinaio di pagine. Non mi dava tregua, eppure perché stupirmi tanto? D’altronde, quello che stavo leggendo sotto forma di romanzo non è, purtroppo, così distante da ciò che si legge costantemente sui giornali o si sente in televisione. Da quello che, di fatto, sappiamo tutti, ma non sempre osiamo pronunciare.

Eppure, e direi per fortuna, ci stupiamo ancora. E, mentre sfogliavo avidamente le pagine per conoscere il prosieguo della trama – nonostante gli inevitabili spoiler di film, serie TV e adattamenti -, mi immedesimavo sempre di più nei lettori e nelle lettrici che, nel 1956, hanno visto comparire sugli scaffali delle librerie Peyton Place, uno dei più grandi bestseller del Novecento nato dalla penna di Grace Metalious e ora riproposto in Italia da Blackie Edizioni, con la traduzione di Adriana Pellegrini.

Vero e proprio fenomeno editoriale mondiale, il romanzo suscitò un subitaneo scandalo nell’America perbenista e conservatrice dell’epoca. Il motivo è presto detto: negli “orrori” che si susseguono nell’immaginaria cittadina del New England di Peyton Place, il lettore si rispecchia nei comportamenti ipocriti, meschini e violenti dei suoi abitanti. Vede agire se stesso, il proprio vicino di casa o il protagonista della notizia di cronaca. Legge, a caratteri vividi, i “peccati” che ha compiuto, ha temuto di compiere o che gli sussurrano durante la notte cercando di irretirlo. Ritrova le sue incoerenze sulla pagina, e non può sfuggirvi.

Metalious, con una scrittura precisa e immersiva, scosta le tende di una cittadina di provincia, la affranca dalla patina benpensante che ne offusca la superficie e ne sgretola la facciata di rispettabilità e onore che ostenta, affondando a piene mani nelle ipocrisie, nelle brutture, nelle violenze sessuali, nel sessismo, nelle corruzioni, negli abusi di potere, nel classismo e razzismo spietati, nelle molestie, nei desideri inespressi e in quelli manifesti, nella manipolazione emotiva, nel fervore di sesso e alcool e nei dilemmi etici che innervano i suoi residenti. Una miscellanea scomposta di pulsioni che, però, deve restare sopita, perché, come si ripete lungo tutto il romanzo, «la gente parla», commenta, giudica, condanna e osserva. Sempre.

Come precisa, infatti, Constance McKenzie, mamma di una delle protagoniste: «Se chiudete la porta [di casa] a Peyton Place, la gente penserà che avete qualcosa da nascondere». Ci ritroviamo, così, “gettati” in una cittadina in cui, in superficie, la vita scorre fluida e apparentemente serena, ma dove, nei sotterranei emotivi, dominano frustrazione, soprusi, maldicenze, pettegolezzi e cattiverie.

Selena Cross e Allison McKenzie, personagge principali dell’intreccio, ne sono un simbolo. Amiche appartenenti a mondi distanti – povera una, benestante l’altra -, ma in grado di formare una «coppia originale: Selena con la sua scura bellezza zingaresca e gli occhi profondi e vecchi come il tempo; Allison McKenzie, ancora paffuta, con gli occhi spalancati, innocenti e curiosi e quella bocca così sensibile».

La narrazione, ambientata tra la fine degli anni ‘30 e l’inizio degli anni ‘40 del Novecento, prende abbrivio proprio dalla loro amicizia: Selena vive nelle «baracche» della città con la madre, i due fratelli e un patrigno, Lucas – che non solo li picchia, ma abusa anche sessualmente della figliastra – e, nonostante i suoi 13 anni, è bella, «ben sviluppata» e «saggia, della saggezza che si impara nella povertà e nello squallore». La sua passione per gli abiti la porterà a condurre il negozio di Constance e a rivendicare, in tal modo, la sua fame di rivalsa e la sua autonomia.

Allison, al contrario, non si interessa «agli abiti, ai ragazzi e al rossetto rosa pallido», si considera brutta ed è ancora dominata dalla «felicità dell’infanzia». Nata da un rapporto clandestino tra Constance e un uomo sposato di New York, Allison «passa il tempo con il naso tra i libri», coltiva la sua dedizione per le storie (diventerà, infatti, una scrittrice, proprio a New York) e si culla nelle bellezze incontaminate della natura, lontano dai meccanismi urbani, al punto che «si muoveva nei boschi con una grazia silenziosa di cui era incapace altrove» e «soltanto lassù, sola, sulla collina, si sentiva sicura e soddisfatta di sé».

Il tempo, però, scorre impietoso e la giovinezza lascia ben presto spazio alla cattiveria e alle complicazioni della vita. Le due amiche prenderanno strade divergenti, e tra di loro si affastellano le traversie che costellano Peyton Place: l’aborto del figlio del patrigno di Selena (contro la legge, all’epoca come oggi), il suicidio della madre di quest’ultima, la superbia e l’avidità dei «vecchi ricchi della città», che causano incidenti e condannano persone innocenti, l’omicidio di Lucas Cross per legittima difesa e il conseguente processo a Selena. Ma anche coercizioni, abusi, falsi profeti, primi amori, brama di soldi, verità omesse, alcolismo sfrenato, siccità, grandi incendi e guerre.

La cittadina è, quindi, sconquassata da avvenimenti tragici e aberranti, sempre commentati e scrutati con maligna attenzione dai suoi abitanti. Le loro voci sobbollono, percorrono veloci le strade, le case e gli edifici del potere e non trovano mai tregua: si potrebbe affermare, infatti, che la vera protagonista del romanzo non sia né Selena, né Allison, bensì Peyton Place, considerata alla stregua di un organismo dotato di vita propria, che sussurra, punisce e «parla, parla, parla».

Qui, ogni persona, a suo modo, indossa una maschera, che cela insicurezze, mediocrità, paure, impotenze, ambizioni e perversioni, e che può essere dismessa solo nel chiuso delle proprie abitazioni, lontano da sguardi indiscreti e lingue agili. Come precisa Metalious in uno degli snodi cardinali dell’intreccio: «Nelle piccole città, è difficile che si verifichino avvenimenti scandalosi in pubblico. Benché gli armadi delle piccole città siano così pieni di scheletri che, se le ossa di mettessero a ballare tutte insieme, il fragore salirebbe fino alla luna, si dice comunemente che nelle città come Peyton Place non accade quasi niente».

«E – continua – mentre è vero che gli armadi degli abitanti delle grandi città sono nello stesso deplorevole disordine di quelli delle cittadine di provincia, c’è però la differenza che gli abitanti delle grandi città non conoscono così intimamente il contenuto degli armadi dei vicini come lo conoscono gli abitanti delle piccole città».

«La differenza tra uno scheletro nell’armadio e uno scandalo, in una piccola città – chiosa l’autrice -, è che il primo viene discusso da piccoli gruppi, in sussurri, mentre il secondo è di pubblico dominio, alla vista di tutti, gridato da un lato all’altro della strada principale».

Metalious, dunque, eradica con superba maestria la maschera del provincialismo, e lo fa con un incedere narrativo tagliente, che non lascia spazio a interpretazioni e non ha il timore di porre sotto la lente di ingrandimento le contraddizioni e le storpiature che percorrono l’essere umano.

La sua prosa è elegante e, al contempo, brutale, metaforica e, insieme, chirurgica, dolce e, al contempo, spietata, e tratteggia riflessioni, dissidi interiori e turpitudini (si veda, ad esempio, la «mancanza di disciplina in classe» causata dai genitori, i dilemmi etici del dottor Swain sull’effettuare o meno l’aborto a Selena e la grandissima quantità di violenze e abusi perpetrati) che, purtroppo, sono tuttora tanto, troppo attuali. Non solo in America, ma in tutti i “paesi” e le “grandi città” del mondo.

E, allora, non resta che chiedersi ancora una volta: chi siamo, quando nessuno ci guarda? Siamo davvero sicuri di essere irreprensibili?

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La Guerriera dei libri | Vincenza Alfano

  • Chi dovrebbe leggerlo: chi ha avuto un’insegnante che le/gli ha cambiato la vita, chi ama le biblioteche e, soprattutto, chi ama i libri, e farebbe di tutto per proteggerli;
  • Perché leggerlo: racconta una donna realmente esistita che ha messo in salvo il patrimonio della Biblioteca Nazionale di Napoli dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale;
  • Consigliato a chi ha apprezzato: La biblioteca di Parigi di Janet Skeslien Charles (Garzanti, trad. Roberta Scarabelli), storia di una bibliotecaria che protegge i libri (e gli ebrei) durante l’occupazione nazista.

 

 

Ne sono certa: ogni appassionato di letteratura ricorda il momento esatto in cui è scaturita la sua dedizione per i libri. Nel mio caso, la fiamma è divampata durante gli anni delle scuole medie, grazie alla mia professoressa di Italiano: una donna illuminata, che ci faceva leggere Dante in latino e ci raccontava con trasporto i poemi omerici e gli aneddoti dei Promessi sposi. Mi chiedo spesso la mia devozione per le storie sarebbe stata così tellurica, senza il suo fondamentale contributo.

La figura di Guerriera Guerrieri, protagonista de La Guerriera dei libri, il nuovo romanzo della scrittrice, giornalista e docente Vincenza Alfano edito da Solferino, mi ha ricordato la mia amata insegnante, per la sua abnegazione accecante e totale ai libri e alla loro tutela. Nata a Cortona nel 1902 e vissuta per un breve periodo a Firenze, Guerriera si trasferisce con la famiglia a Napoli, dove, nel 1926, consegue il diploma presso la Scuola di Paleografia e Archivistica dell’Archivio di Stato di Napoli, si laurea in Lettere e inizia, poi, a insegnare italiano e storia presso l’Istituto Galileo Galilei della città.

L’anno successivo segna, però, il suo «punto di svolta». Nel 1927, infatti, Guerriera è chiamata a riordinare la Biblioteca del Palazzo di Capodimonte, tra i cui scaffali avviene la folgorazione che cambierà per sempre la traiettoria della sua esistenza: il suo «spirito libero» trova pace tra i manoscritti conservati nell’edificio e, lì, si sente «protetta», perché «l’ordine dei libri, la sua perfetta geometria, apriva accessi inaspettati alla comprensione del senso della vita, che, disordinata e caotica, diventava finalmente decifrabile».

Guerriera lascia, quindi, l’insegnamento e, dopo aver vinto il concorso per l’ammissione nel ruolo delle biblioteche pubbliche governative (prima donna italiana a ottenere tale risultato), assume, nel 1942, la direzione della Biblioteca Nazionale di Napoli e la reggenza della Soprintendenza bibliografica per la Campania e la Calabria (grado che le fu corrisposto solo nel 1955).

La vita di Guerriera è, così, rivolta solo ai libri e, soprattutto, alla loro conservazione. La Seconda guerra mondiale, i bombardamenti nazisti e i mariuoli minacciano, infatti, la Biblioteca e i suoi innumerevoli e inestimabili tesori – tra cui incunaboli, cimeli, testi preziosi e volumi rari -, motivo per cui la direttrice decide di proteggerli trasferendoli (in più di mille casse) dapprima al Monastero di Montevergine e, in seguito, nel Palazzo abbaziale di Loreto e altri ricoveri, come Teano, Calvi Risorta, San Giorgio del Sannio e Avellino.

«La sua energia è straordinaria – precisa Alfano -, non si risparmia in giornate interminabili in cui mangia pochissimo, riposa raramente, riempie quaderni e taccuini di appunti, note, pensieri, ma soprattutto sono gli elenchi di testi da mettere subito in salvo la sua priorità. Compila pagine e pagine, cambia spesso idea, inverte l’ordine, i titoli, i gruppi. Trova pace soltanto quando le sembra di aver individuato il criterio più giusto. Il trasferimento dei libri occupa ogni suo pensiero».

Per questa ragione, «non c’è spazio per gli affetti, il tempo libero, le faccende domestiche, che non hanno mai fatto per lei», «non fa passeggiate e non frequenta nessuno» e «intesse solo legami con persone che contano» (come il filosofo Benedetto Croce, che l’aiuterà con il recupero dei «testi antichissimi di inestimabile valore» trafugati dai nazisti). Insomma: Guerriera Guerrieri si fonde con la vita della Biblioteca, e non ha spazio per altro, se non per lei.

Con un’eccezione: i giovani che la frequentano, e che trovano nei libri rifugio e conforto. Come nel caso di Mariuccia, costretta dalla famiglia ad abbandonare gli studi nonostante fosse «tra le allieve più brillanti della sua classe del liceo», con il desiderio di «diventare un’archeologa o un’insegnante di lettere», nel cui anelito di emancipazione e libertà Guerriera si rispecchia e riconosce se stessa, la sua stessa tenacia e la sua medesima curiosità.

Con la giovane adulta, la direttrice instaura un profondo e sincero rapporto di amicizia che l’accompagnerà fino al 1980, anno della sua morte, grazie al quale Maria – supportata emotivamente ed economicamente dalla sua «madre nello spirito» Guerriera – diviene volontaria della Biblioteca, studia e, infine, concretizza il suo destino, diventando insegnante di italiano e latino – continuando, tuttavia, a prestare servizio come volontaria in Biblioteca, «il suo modo per dire grazie a Guerriera e alla vita».

Donna austera e, a tratti, quasi dispotica, «alta e imponente» e sempre vestita di nero o di grigio, Guerriera Guerrieri, con il suo carattere granitico e sovversivo, ha lottato contro le macerie, gli ostacoli e la miseria della guerra, ha sfidato le costanti intimidazioni e i saccheggi dei soldati nazisti e, soprattutto, ha combattuto «a mani nude, senza armi, se non quelle della sua volontà e della sua fede» contro gli uomini che volevano soggiogarla e intimidirla.

Guerriera, infatti, «ha intimorito tutti, ha usato la voce e gli occhi per farsi ascoltare. Ha ottenuto l’ubbidienza di uomini poco avvezzi ad ascoltare una donna. Forse per questo ha preso l’abitudine di tenere sempre i capelli raccolti in una treccia. Li ha ingannati mascherandosi, fingendo, rinunciando a una parte di sé. Dissimulando ogni vezzo, ogni civetteria, censurando la sua naturale femminilità. Quasi fosse un difetto essere donna. A tutto questo è stata costretta per la sua ambizione al comando che non le è mai stata perdonata».

Con uno stile asciutto, fluido ed emotivo, che rasenta il reportage – per la precisione minuziosa dei dettagli e degli accadimenti riportati, interiori ed esteriori -, Alfano ci immerge, dunque, nelle paure, nelle speranze e nella fame di lotta e rivalsa di Guerriera Guerrieri.

Con garbo ed eleganza, dipinge il ritratto di una donna e di una professionista impavida, instancabile e ostinata, che non ha avuto il timore di guardare negli occhi, con la necessaria sfrontatezza, il potere e i suoi orrori, e che ha sempre avuto a cuore il «diritto di studiare delle giovani generazioni», anche mediante la sua visionaria scuola per bibliotecari e il suo manuale di biblioteconomia.

Sempre sostenuta da un solo obiettivo: mettere in salvo i “suoi” libri. A tutti i costi.

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Gli anni in bianco e nero | Francesca Giannone

  • Chi dovrebbe leggerlo: chi ha sorelle, chi le ha desiderate, chi crede nella sorellanza (di sangue o d’anima) come rete e supporto reciproco;
  • Perché leggerlo: racconta il ’68 mediante le vicissitudini che si intrecciano tra le mura di casa, dove la rivoluzione è silenziosa e molto più difficile, ma altrettanto sovversiva;
  • Consigliato a chi ha apprezzato: La portalettere, sempre di Francesca Giannone (Nord), per lo stesso Salento e la narrazione di una donna che rompe le regole non scritte del paese.

 

 

Lo confesso: ho sempre provato un po’ di sana “invidia” nei confronti dei rapporti tra sorelle. Ho solo un fratello, più grande di 8 anni, e quando mi imbatto nella sorellanza – quella che ho incontrato negli anni: naturalmente, si tratta di un campione statistico falsato e ridotto – percepisco una differenza abissale tra il nostro modo di relazionarci e quello che sussiste tra sorelle.

Non voglio peccare di riduzionismo, ma credo che la “magia” di questi rapporti consista in un modo diverso, forse più intimo, di supportarsi a vicenda, specchiarsi nell’altra e capirsi. Nella capacità, in poche parole, di fare rete: una rete dissimile da quella che caratterizza tutti gli altri tipi di intrecci fraterni, più stabile e duratura, fatta di confronto, complicità e sostegno reciproci.

Ho ritrovato questa magia anche tra le pagine de Gli anni in bianco e nero, il nuovo romanzo di Francesca Giannone edito da Casa Editrice Nord: una vera e propria ode alla sorellanza, intesa alla stregua di un legame incrollabile e intenso, capace di rinfrancare, spalleggiare e nutrire le donne che ne sono protagoniste.

La narrazione, empatica e commovente, è osservata – in tutti i sensi: tra poco lo vedremo – dalla prospettiva di Domenica, soprannominata “Mimì”, la più piccola delle quattro sorelle Elia: insieme a lei, vi sono Maria, la più grande, orgogliosa, visionaria e affamata di futuro, Giovanna, con il suo carattere fumantino e ribelle e i suoi adorati vinili, e Ada, la più sensibile, sempre immersa nei romanzi di Jane Austen, delle sorelle Brontë e di Louisa May Alcott.

Maria e Giovanna sono sarte come la madre Lina, conosciuta al pari di «mescia del paese, la maestra indiscussa del cucito», con cui lavorano nella sua sartoria “casalinga” (e, in seguito, nel loro atelier di Lecce) e la cui vita scorre veloce tra cartamodelli, spilli e macchine da cucire, mentre Ada è impegnata nella fabbrica del tabacco leccese e Mimì – appena 13enne agli esordi del romanzo – è ancora assorta nello studio e ha un ardore bruciante per il cinema.

L’ambientazione, come si evince, è quella tipica di Giannone: il Salento, con le sue regole patriarcali e il suo chiacchiericcio incessante di paese, indagato, questa volta, in un periodo storico diverso, ossia gli anni ‘60 del Novecento.

Gli anni «in bianco e nero», da tutti i punti di vista: il fervore è, infatti, alle porte, per quanto concerne sia la moda – a breve, arriveranno le minigonne, i completi «alla Saint-Tropez» e i colori sgargianti -, sia i diritti, delle donne, degli operai e degli studenti, con le prime occupazioni studentesche in tutta Italia, le lotte e gli scioperi nelle fabbriche, i primi gruppi femministi di dialogo e ascolto e i primi vagiti di autodeterminazione, pillola anticoncezionale, educazione sessuale, ipocrisia e moralismo della Chiesa e divorzio. Temi che il ‘68 – i cui moti sono descritti con passione e minuziosità – esacerberà e porterà finalmente all’attenzione di una platea molto più ampia e diversificata.

Seguiamo, così, le vicissitudini delle sorelle Elia, tra matrimoni claudicanti e incerti, fughe e rinascite, tradimenti, nuovi modi di chiamare ed esperire l’amore e inedite ambizioni professionali, il tutto mediante gli occhi vispi e curiosi di Mimì, che vediamo crescere e diventare giovane adulta e che, fin da piccola, si intrufola nella cabina di proiezione del cinema Apollo del paese e si lascia ammaliare dai film di Fellini, De Sica, Visconti, Bellocchio, Rossellini e Wertmüller.

Con una convinzione, cristallina già all’età di 11 anni: «Io, Domenica Elia, da grande avrei fatto la regista. Tutti sarebbero stati al servizio della mia visione. Sissignore. Come con Fellini». E così sarà. Mimì inizia, infatti, a impratichirsi dapprima con la sua «Anita, come Anita Ekberg», una Jelco Cinecamera 8 millimetri, e poi con «Sophia, in omaggio a Sophia Loren», la Super 8 a colori della Kodak.

Con le sue amate e inseparabili compagne di viaggio, Mimì riprende l’esistenza che la attornia – la propria, quella delle sue sorelle e quella delle persone impegnate nei movimenti di rivolta -, con le sue fratture, le sue bellezze, i suoi cedimenti e le sue gioie, guidata da una «smania per i dettagli», ossia quelli che «fanno la differenza e danno senso al tutto», al cinema come nella vita, che la porterà a tratteggiare una visione sempre più nitida del suo orizzonte, delle sue aspirazioni e delle sue volontà, acuendo il suo modo di incedere nel mondo volitivo e risoluto.

Ma, soprattutto, quello di Giannone è un romanzo sulla rivoluzione: non solo quella che infiamma le piazze, le università e le fabbriche, ma anche quella che avviene, il più delle volte silenziosamente, dentro casa. Lina e le sorelle Elia si ritrovano, infatti, costrette a fronteggiare la violenza feroce di un padre «fascista», tirannico e anaffettivo, che non indietreggia di fronte all’uso delle mani e delle percosse e soggioga la moglie al mero ruolo di serva.

«La presenza di papà, in un modo o nell’altro – come precisa Mimì – finiva sempre per guastare l’atmosfera, era nube nera che irrompe all’orizzonte in una giornata d’estate. Le ore in cui lui non c’era si rivelavano per noi ragazze le più liete e spensierate, quelle in cui permettevamo a noi stesse di ridere per delle sciocchezze, di essere scomposte e spettinate, di ascoltare la musica e cantare a squarciagola o di lasciarci andare a parole e atteggiamenti che il Pantaleo, se vi avesse assistito, avrebbe senz’altro bollato come “vergognosi” per delle signorine».

L’esistenza delle donne Elia, tra le mura di casa, procede, quindi, pericolosamente sul filo di un rasoio, che le conduce a essere sempre attente a mantenere «il contegno, la compostezza, l’educazione severa che [mio padre] quotidianamente ci impartiva». Al contrario, seguono botte, umiliazioni, ricoveri in manicomio e ripudio.

Quello di Mimì, Maria, Giovanna e Ada – e, anche, la madre Lina – è, dunque, un lento e consapevole riappropriarsi della propria libertà di scelta e di condotta: un dispiegare le ali «verso un mondo a colori», che reca con sé il coraggio di «andare via sognando». Senza dimenticare il luogo da cui si proviene, le lotte che ci attraversano e ciò di cui è intrisa la nostra carne.

Come chiosa Mimì, infatti, «ciascuna è fatta di tutte le donne che l’hanno preceduta, e al contempo sarà parte di quelle che la succederanno». E così vale anche per noi: testimoni di un tempo che deve ancora lottare contro patriarcato, violenza e abusi, ma che non smetterà di farlo finché ci saranno sorelle – di sangue e d’anima – pronte a sostenersi, a combattere e ad alzare la propria voce. Insieme. Sempre.

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