5 domande a 5 scrittrici sul tema "Famiglia" | INTERVISTA


La famiglia è in tutti i nostri discorsi. Anche quando non ce ne rendiamo conto. È nei nostri traumi. Nelle nostre emozioni più vivide. Nel modo in cui ci relazioniamo con gli altri. Nel modo in cui, soprattutto, trattiamo noi stessi.
È, forse, per questo motivo che la famiglia continua a essere uno dei nodi maggiormente indagati dalla letteratura contemporanea, sia essa di sangue o d’anima.
Ne hanno parlato anche cinque autrici nei loro nuovi romanzi: Michelle Huneven, con Ritorno a Bug Hollow, Dahlia de la Cerda, con La canzone di Medea, Beatrice Pera, con il suo esordio Bagliori, Giulia Dal Mas, con Il canto delle filatrici, e Santina Cosetta, con Soltanto il giorno.
Cinque scrittrici, cinque zone diverse del mondo e cinque interpretazioni, letture e disamine dissimili della famiglia e delle sue dinamiche, a volte lineari, a volte più controverse e irregolari. Cinque punti di vista, dove nessuno risulta essere più “giusto” dell’altro, ma tutti meritano di essere accolti e ascoltati.
Ne abbiamo parlato direttamente con le autrici coinvolte: sfoglia la gallery per leggere le interviste.

Esiste un libro perfetto e si chiama Ritorno a Bug Hollow. Un aggettivo rischioso, è vero, ma durante la lettura del nuovo romanzo di Michelle Huneven, tradotto da Dario Diofebi ed edito da Sur, non si può pensare ad altro che a una compiutezza armoniosa, orchestrale: tante piccole tessere di un mosaico che trovano esattamente il proprio posto nel mondo, anche se storte e, a volte, un po’ taglienti.
La narrazione prende le mosse dalla morte di Ellis, il figlio più grande di Phil Samuelson (ingegnere, uomo pacato e gentile) e Sibyl Hartstein (donna spigolosa, scostante e amorevole solo con i suoi alunni), nonché fratello maggiore delle sorelle Sally (“Scrich”, la più piccola e più amata) e Katie, e (senza saperlo) padre di Eva, nata dalla sua estate d’amore nella baita di montagna di Bug Hollow, nascosta tra i boschi e la costa californiana.
Ci si aspetta la morte, il lutto, la disperazione. Si incontra, invece, la vita. Quella piena, vissuta, al contempo amata e odiata, con i suoi inevitabili scossoni, le sue sorprese e le sue impreviste bellezze.
Assistiamo, infatti, al crescere ed evolversi di una famiglia, i Samuelson: lungo la lettura ne conosciamo i segreti, gli episodi significativi e i sentimenti più reconditi. Non sfogliamo solo le pagine di un libro, ma sfogliamo, soprattutto, gli anni che scorrono – dalla metà degli anni Settanta ad oggi -, con l’esistenza che, fisiologicamente, fluisce, cambia e trova le sue risposte.
Ne emerge, così, un prisma commovente e caldo come il sole della California, dove lo stesso evento ha più prospettive e interpretazioni e le sfaccettature si amalgamano. E che trasforma il romanzo in uno specchio: ognuno guarda dentro se stesso e dentro la storia dell’altro, scoprendo risvolti e non detti che riverberano come le increspature di una superficie d’acqua in costante movimento.
Un romanzo difficile da verbalizzare, e che rimane “addosso”. Come la vita. E come le famiglie, di sangue e di elezione.
Ne abbiamo parlato direttamente con l’autrice.

Dopo la morte di Ellis e la nascita di Eva, Julia – compagna, per due mesi, di Ellis – viaggia in Europa alla scoperta dei musei più importanti. Al Prado, si imbatte in un quadro di Goya, «un dipinto tanto doloroso e tanto bello». E pensa: «Lo sapeva anche Goya che questa vita, questa bellissima vita, è insopportabile». Come si sopporta questa bellissima vita, secondo te?
La mia risposta è: la sopportiamo con gratitudine e compassione – verso noi stessi e verso gli altri. Un anno e mezzo fa abbiamo perso la nostra casa nel grande incendio di Altadena: una casa che avevamo ristrutturato e curata nel giardino per ventitré anni, plasmandola sui nostri gusti. La amavamo e ce la godevamo, e spesso ci dicevamo ad alta voce quanto usassimo la grande cucina nuova, quanto fosse diventato bello il giardino, quanto fossimo fortunati ad avere un posto così incantevole. Certo, è stato doloroso – molto – perderla, ma in qualche modo c’era conforto nel sapere che ne avevamo apprezzato fino in fondo ogni centimetro finché l’avevamo.
E siamo stati così grati, anche, per l’oceano di generosità che ci è arrivato dopo l’incendio.
La vita può essere insopportabile e insopportabilmente bella.
C’è un momento, nella vita, in cui, da figli, ci si accorge che i propri genitori sono delle persone, con le loro imperfezioni e i loro limiti. Come si può far pace con il fatto che, spesso, i genitori non sono come li “vogliamo” (penso, ad esempio, a Sally ed Eva, che «trasformarono Sibyl nella madre che volevano e di cui avevano bisogno»)? Questo discorso vale anche per i figli, da parte dei genitori? E, al contempo, quanto è difficile capire che i figli sono “altro da sé”, e che, in quanto tali, a un certo punto devono essere lasciati liberi di compiere le proprie scelte?
Per alcune persone lasciar andare le aspettative è più facile che per altre. E questo vale tanto per i genitori quanto per i figli. Sibyl aveva problemi di controllo: aveva un piano per Ellis (lavoro estivo, college in autunno) e non riusciva a tollerare che lui se ne discostasse. Phil, invece, vedeva nell’avventura estiva del figlio una benvenuta vena di indipendenza. Katie, la figlia maggiore, si è di fatto trasferita dall’altra parte del Paese per il college pur di allontanarsi da una madre eccessivamente critica. Sally, al contrario, è rimasta e ha provato a trasformare quella madre distante e critica in un genitore amorevole. Ognuno di noi elabora le proprie strategie – alcune più efficaci, più amorevoli di altre – per gestire quanto i vari membri della nostra famiglia possano essere deludenti, diversi da noi e decisamente strambi.
Emerge più volte, lungo il romanzo, la sensazione di “inadeguatezza” di Sibyl nei confronti delle sue figlie – assente, invece, con il figlio maschio Ellis -, che si tramuta sovente in intolleranza e mal sopportazione, soprattutto verso Sally. A un certo punto, riflettendo sul proprio “doppio” mestiere di maestra delle elementari e di madre, la donna pensa che: «Gli insegnanti sono professionisti, mentre i genitori sono senza speranze; sono dei dilettanti, sempre pronti a commettere errori. Errori che possono essere fatali». Quello del genitore è davvero un mestiere senza speranze? O ci sono “vie d’uscita”, dal tuo punto di vista?
Tutte e due le cose. Vedo i miei amici con figli attraversare con loro le esperienze più dolorose: incidenti, malattie terribili, le cattive scelte dei figli in fatto di lavori, partner, professioni, ma anche dipendenze, morti premature. Se è vero che la genitorialità porta con sé molte gioie e molti trionfi, sembra che al mestiere si accompagni anche una bella dose di crepacuore. Se le persone sapessero davvero a cosa vanno incontro, mi chiedo quante si assumerebbero con tanta leggerezza l’enorme, complicato compito, lungo una vita intera, di fare i genitori.
Ho sentito un maestro buddhista dire che il compito di un genitore è prendere questo grumo di protoplasma e plasmarlo in un essere umano – un processo che, per sua stessa natura, è imperfetto. Lo trovo molto consolante.
E naturalmente i figli passeranno la vita a ricordare, ripetere e/o rielaborare ciò che è stato “fatto” loro da bambini – e parte di quei danni li trasmetteranno a loro volta ai propri figli.
Sibyl, come tante donne della sua generazione, si è sposata appena uscita dal college e ha avuto figli. Essendo cresciuta solo con fratelli maschi, si trova spaesata con le sue due bambine. Avendo pochissima consapevolezza di sé, stravede senza ritegno per il primogenito, il maschio. Ma ciò che davvero la interessa è il lavoro. Al lavoro fiorisce. Il lavoro la appassiona così tanto che perde interesse per la sua famiglia. Le piace occuparsi dei bambini senza la vischiosità, l’intimità della famiglia. Riesce a farsi carico dei problemi dei suoi alunni – il mutismo selettivo, un talento matematico passato inosservato – e a risolverli brillantemente. Eppure è impotente di fronte alla scarsa musicalità di Katie e ai capelli sottili di Sally.
Tra i figli Samuelson, Sally è sicuramente quella che prende più spazio, anche nei racconti e nelle parole degli altri parenti, e che risulta, più volte, la “favorita”: perché questa scelta? È “legittimo”, secondo te, preferire un parente (sia esso figlio o genitore) a un altro? E che cosa rappresenta, per te, Sally?
I figli più piccoli sono spesso i più adorati in una famiglia. Sally è anche la più affettuosa e la più legata alla famiglia. Ama Ellis e i suoi genitori imperfetti, e sa che è meglio non intralciare Katie. Poiché non vuole che Eva venga trascurata emotivamente com’era successo a lei [da parte di Sibyl], Sally si fa più o meno carico della crescita di Eva. Scommetterei che le ha cambiato molti più pannolini di quanti gliene abbia cambiati Sibyl, e di sicuro l’ha spinta per molti più chilometri in quella ridicola carrozzina comprata dalla signora Wright – non che fosse un comportamento particolarmente sano o appropriato per una bambina di nove anni. Più avanti, Sally è più o meno il “cuore”, il centro emotivo della famiglia. È lei che organizza le riunioni di famiglia e che, alla fine, accoglie nel gruppo un fratellastro arrivato a sorpresa.
Per me, Sally è il cuore del libro. È lei che continua a far riunire la famiglia, che la perpetua con i propri figli e il proprio marito.
Phil costituisce, per Yvette, «una sorgente d’acqua dolce in mezzo al mare»: che cosa rappresenta, per te, una sorgente d’acqua dolce? La famiglia, dal tuo punto di vista, può essere definita tale? E qual è la tua idea di famiglia, in generale?
La “sorgente di acqua dolce nel mare” per me indica una fonte di nutrimento che va dall’improbabile al miracoloso. Qualcosa che non vai a cercare, ma che ciononostante esiste e soddisfa un bisogno primario. Yvette si era presa come compagno di vita un egocentrico grandioso, brillante, esagerato in tutto – e poi ecco arrivare il tranquillo, dolce, premuroso Phil Samuelson, la cui modestia e delicatezza sono come una boccata d’aria fresca – o una sorgente di acqua dolce nel mare salato d’Arabia.
Certo che la famiglia può essere fonte di grande nutrimento. Mio marito ha una famiglia numerosa e affettuosa. Le sue sorelle, i nipoti e i loro coniugi viaggiano spesso in gruppo; in una sola visita possiamo ritrovarci in dieci o più. A loro piace semplicemente stare insieme – ed è piacevole, rilassante e divertente stare con loro. A me, però, ci è voluto un po’ per ambientarmi. Crescere in una famiglia non mi era piaciuto e non ho mai voluto ricreare quell’esperienza, nemmeno potendola migliorare. (Katie, nel mio romanzo, è fatta così anche lei.) Entrare a far parte di una famiglia così solidale e affettuosa è stata una rivelazione – un ristoro.
Una curiosità stilistica: perché il capitolo dedicato a Sibyl è l’unico interamente al presente?
Che buffo. Non mi ero mai accorta che La maestra fosse in un tempo verbale diverso. Forse avevo appena letto o insegnato un racconto al “presente storico”, come si chiama, e quel tempo mi era rimasto in testa. La storia è semplicemente venuta fuori così. Agli inizi della mia vita di scrittrice ero molto deliberata nello scegliere tempi verbali e punti di vista e nell’architettare le strutture. Oggi mi muovo a istinto.
Se vuoi approfondire, trovi il libro qui.

C’è chi cerca la redenzione con il perdono e il pentimento e chi, come Medea, la cerca nel cuore del Messico contemporaneo. È quello che succede nella raccolta di racconti La canzone di Medea, il nuovo lavoro della scrittrice e attivista messicana Dahlia de la Cerda, tradotto da Sara Cavarero ed edito da Solferino, opera cruda e sofferente ma, al contempo, anche tenera e solidale.
Su una Jetta verde militare, Medea sfreccia per le strade delle città fittizie di Aztlán e San Miguelito e si presenta in una veste inedita alle donne (e ai ragazzi) che hanno bisogno delle sue erbe magiche e del suo supporto, con tatuaggi, treccine afro e orecchini a forma di serpente.
Medea diventa, così, sorella, complice e compagna di donne in difficoltà, invischiate nella criminalità organizzata, nella violenza dei cartelli e nell’oppressione patriarcale. Donne che reclamano il diritto all’autodeterminazione, che vogliono decidere per se stesse e il loro corpo, e che vogliono abortire – come Paulina e Perla – o, al contrario, vogliono generare la vita come atto di resistenza e ribellione – come Antonia.
O, ancora, donne che vogliono cercare i propri figli in tombe senza nome, come Reina con il suo Jordán, «il figlio più complesso della guerra, allo stesso tempo vittima e carnefice» della malavita, aiutato da Medea a morire bene.
Da tale polifonia di dolore e riscatto emerge, dunque, una sorta di coro greco dove ogni voce ripercorre la propria storia, lenisce le proprie ferite e denuncia la violenza e le sue impietose sfumature, rivendicando, però, un diritto: quello di scegliere. Compresa Medea, che si reca ad Aztlán – «una terra in guerra, sanguinaria, senza speranza», pericolosa «sia per gli dèi, sia per gli uomini» – per cercare un senso alla sua storia con Giasone e all’uccisione dei suoi figli, su cui ha canalizzato la propria ira. Sbagliando, certo, ma determinata a “riparare il danno”, aiutando le donne che non hanno voce.
E, allora, eccola qui: Medea, una dea ex machina immersa in una terra intrisa di orrore, che «nessuna tragedia greca potrebbe metaforizzare», alla ricerca di una redenzione che si tramuta in solidarietà femminile, lotta al patriarcato e ribellione.
Una Medea che, non potendo cambiare un «passato scritto dalla misoginia degli uomini», intende cambiare il suo presente, «se quel presente lo scrive una donna che mi aiuti a redimermi, che mi dia più dimensioni, che mi renda complessa, con errori, ma anche con aspetti buoni». Come tutte noi.
Ne abbiamo parlato direttamente con l’autrice.

L’aspetto che più mi ha affascinato del tuo lavoro è questo peculiare incontro tra la Grecia del mito e il Messico: com’è nato questo connubio? Come hai conosciuto la figura di Medea, e cosa ti ha colpito di lei? E perché hai scelto proprio lei, come “dea ex machina”?
Ho incontrato Medea per la prima volta alle medie o alle superiori, quando ci facevano leggere la mitologia e le tragedie greche. Poi l’ho ritrovata mentre studiavo Filosofia, perché fare filosofia significa tornare di continuo ai greci: ai filosofi e alla mitologia.
La verità è che Medea non mi ha mai affascinata. E nemmeno la mitologia greca. Ho letto l’Iliade, l’Odissea, l’Eneide e molte altre opere classiche, ma sono libri che mi sono passati accanto senza lasciare granché. Quello che mi ha sempre affascinata è il racconto epico: le guerre, le battaglie, la violenza, il modo in cui gli esseri umani inseguono la gloria. Per questo quelle storie mi piacciono molto di più al cinema e nella musica che nella letteratura classica.
Riscrivere i classici non mi ha mai interessato particolarmente. È successo quasi il contrario: mentre stavo scrivendo La canzone di Medea ho avuto la sensazione che Medea mi comparisse davanti e mi dicesse: “Sono io la figura di cui questo libro ha bisogno”.
Le ragioni erano due. La prima è strutturale: Medea poteva attraversare tutti i racconti aiutando qualcuno e, allo stesso tempo, raccontare la propria storia. Non ho mai voluto modernizzarla né reinterpretarla. Lei racconta la sua storia esattamente come la conosciamo, con la differenza che, alla fine, la racconta finalmente dal suo punto di vista. Non mi interessava riscrivere Medea: volevo riparare il danno che la tradizione le ha fatto.
La seconda ragione ha a che fare con il Messico. Medea non si limita a uccidere i suoi figli: ne porta via anche i corpi. Questo risuona profondamente con una delle più grandi tragedie del mio Paese. Oggi esistono centinaia di collettivi di madri che cercano i propri familiari vittime di sparizione forzata. Volevo che una donna, che la storia ha etichettato come cattiva madre, ci insegnasse qualcosa sulla cura e, soprattutto, sulla riparazione del danno.
Per questo ho scelto Medea. Non perché sia la mia figura mitologica preferita, e di certo non perché vada matta per la mitologia greca. Dopo aver studiato Filosofia, sinceramente, sento di aver letto abbastanza greci per una vita intera.
In Messico, Medea incontra per la prima volta il termine “femminicidio”, e, anche grazie a Perla, comprende di essere stata una «donna della realizzazione» per Giasone, uomo che ha “trasformato in eroe” e l’ha poi abbandonata. A un certo punto, afferma di aver visto «il deserto tappezzato di croci rosa in memoria di donne assassinate da uomini che volevano conquistare terra, potere e gloria. Da Giasoni»: come ci si può difendere dai Giasoni, di cui, purtroppo, è ancora pieno il mondo? E, soprattutto, come si possono riconoscere?
È una domanda molto difficile, perché tendiamo a mettere tutti gli uomini nella stessa categoria di potenziali femminicidi, e credo sia un errore. Giasone era uno stronzo. Era infedele, egoista e incapace di riconoscere tutto quello che Medea aveva fatto per lui. Ma dire che fosse automaticamente un potenziale femminicida è tutt’altra affermazione. C’è una distanza enorme tra un fuckboy, un uomo emotivamente irresponsabile, e un uomo che ammazza le donne.
Non tutti gli uomini esercitano il potere patriarcale allo stesso modo e non tutti commettono le stesse forme di violenza.
Quello che sappiamo è che gli uomini potenti – Donald Trump, Benjamin Netanyahu, Elon Musk e molti altri – hanno molte più possibilità di sottrarsi alla giustizia quando commettono reati. A volte la società si rifiuta di immaginare che possano aver aggredito qualcuno o compiuto atti terribili. Altre volte lo sanno tutti e non succede nulla, perché il loro potere li protegge.
Anche il femminicidio ha cause diverse. Alcuni uomini uccidono perché il potere glielo consente e perché sanno che, con ogni probabilità, non ne pagheranno mai le conseguenze. Altri sono uomini comuni, senza alcun potere politico o economico, che non hanno mai imparato a gestire la rabbia, la frustrazione o il rifiuto.
Quando sono stata a Lisbona ho chiesto quale fosse il reato più diffuso, perché lo chiedo sempre quando viaggio. Mi hanno risposto: la violenza di genere e il femminicidio. Poi ho trovato statistiche secondo cui, dopo certe partite di calcio, la violenza contro le donne aumenta in modo drastico. C’erano addirittura campagne che avvisavano le donne dell’orario in cui i loro compagni sarebbero rientrati a casa, così da potersi proteggere se vivevano una situazione di violenza domestica.
La maggior parte di quegli aggressori non è fatta di mostri né di miliardari. Sono uomini comuni che non hanno mai imparato a regolare le proprie emozioni. Anche questa incapacità fa parte del patriarcato, il che però non giustifica mai la violenza che commettono.
Se mi chiedi come riconoscere un uomo pericoloso, io guarderei alla regolazione emotiva più che allo status sociale. Diffiderei di chi esplode per delle inezie, prende a pugni i muri, ha bisogno di intimidire per risolvere un conflitto o non tollera la frustrazione. Sono campanelli d’allarme da non ignorare mai.
Il libro è intriso di musica, dalla quale anche Medea si fa coinvolgere in più occasioni (addirittura twerka!), e, in particolar modo, dai corridos: ci spieghi meglio in cosa consistono, questi ultimi? Da un certo punto di vista, è un po’ come se fossero gli “Omero” del Messico, o sbaglio? E qual è il corrido a cui sei più affezionata o che ti rappresenta, in qualche modo?
In realtà penso che il tuo paragone sia esattissimo. I corridos sono una specie di Omero messicano.
Storicamente, i corridos hanno raccontato le imprese, le avventure e le tragedie di personaggi reali e di fantasia. Molti pensano che ogni corrido parli di narcotraffico, ma non è affatto vero: i corridos esistevano molto prima. Durante la Rivoluzione messicana celebravano i rivoluzionari e i contadini che si ribellavano ai latifondisti. Ci sono poi corridos, come quello famosissimo su Laurita Garza, che uccide l’uomo che avrebbe dovuto sposare dopo che lui le annuncia di lasciarla per un’altra donna. I corridos hanno sempre raccontato storie umane.
Il narcocorrido è diventato controverso non solo perché parlava di narcotraffico, ma perché metteva a nudo la complicità dello Stato. Rivelava che poliziotti, funzionari pubblici e istituzioni lavoravano insieme alla criminalità organizzata, e che il narcotraffico non potrebbe mai esistere senza la corruzione. Per questo sono stati censurati per decenni. Quando ero bambina esistevano già album come Corridos Prohibidos dei Los Tigres del Norte.
Tutto è cambiato dopo che, nel 2006, il presidente Felipe Calderón ha dichiarato la guerra al narcotraffico. I corridos hanno smesso di concentrarsi solo sul contrabbando e hanno iniziato a raccontare organizzazioni criminali frammentate, dispute territoriali e la violenza brutale prodotta da quella strategia di sicurezza. È così che sono nati i cosiddetti corridos alterados, che descrivevano la violenza estrema usata per difendere imperi criminali e capitalisti.
Ma ci sono anche corridos che parlano d’amore, di cuori spezzati, di migrazione, di povertà e di speranza. Amo in modo particolare quelli che raccontano di persone nate in famiglie povere che lottano per costruirsi una vita migliore. Quelle storie mi commuovono profondamente.
Amo anche i corridos tragici. Uno dei miei preferiti è dei Calle 24. Racconta la storia di un ragazzo che entra nella criminalità organizzata perché sua madre si ammala e a lui servono soldi per aiutarla. Lascia il suo paese e finisce a fare il sicario. Non potrà mai più tornare a casa. Alla fine canta: “Mia madre è morta e io non sono potuto andare”.
Quel verso mi sembra assolutamente omerico, perché chiude il cerchio tragico: era entrato nella criminalità organizzata per salvare sua madre e alla fine l’ha persa, senza nemmeno poter andare al suo funerale.
Ecco perché trovo il paragone con Omero così azzeccato. I corridos sono una forma di epica popolare: raccontano guerra, ambizione, amore, violenza, perdita e sopravvivenza. Sono uno dei modi in cui il Messico racconta la propria storia.
Nell’ultimo capitolo, Medea, ragionando sulla sua storia d’amore con Giasone e i sentimenti che ha provato – e prova – per lui, dichiara: «Ho scaricato la mia ira sulle persone sbagliate, ma la mia ira aveva un senso. Ero arrabbiata. È una giustificazione? No, ma spiega la tragedia». In questo senso, è quasi come se Medea ci desse il permesso di provare ira, un’emozione che sembra ancora essere perlopiù “preclusa” alle donne: come possiamo manifestarla senza paura e in totale libertà, senza il timore di essere malviste o giudicate? E chi sono le “Medea” del nostro tempo?
Credo di essermi proiettata in Medea perché, se c’è un’emozione che mi definisce, è la rabbia.
La gente vede una donna alta un metro e quaranta, con la scoliosi e un corpo che sembra fragile. Molti mi vedono come una donna disabile, e le persone disabili vengono spesso percepite come deboli. Ma la fragilità fisica non ha nulla a che vedere con la forza del carattere. Fammi arrabbiare e conoscerai il diavolo.
Scherzo spesso dicendo che sono bravissima a litigare. Non perché creda che la violenza sia una virtù, ma perché non ho mai pensato che le donne debbano rispondere con gentilezza mentre qualcuno sta facendo loro del male.
Quella rabbia attraversa sia la mia scrittura sia la mia vita pubblica. Litigo online. Rispondo per le rime. Mi rifiuto di stare zitta. Credo sinceramente che una delle ragioni per cui godo di minore legittimazione rispetto a molti altri scrittori, nonostante tutto quello che ho ottenuto, sia proprio il fatto di essere una donna arrabbiata.
I miei libri sono stati tradotti in molte lingue. Sono diventati un fenomeno editoriale in Messico. Vendo migliaia di copie ogni anno. I miei eventi sono sempre pieni. Mi leggono nelle università, nelle carceri e nei quartieri popolari. Sono stata candidata a premi letterari importanti e ho una comunità di lettrici e lettori enorme. Nonostante questo, in molti diffidano di me perché sono arrabbiata. Perché sono una malata mentale. Perché non mi comporto come ci si aspetta che si comporti una scrittrice.
Difendo il diritto delle donne a essere arrabbiate. A essere rumorose. A essere sgarbate. A ribattere. A smettere di preoccuparsi di risultare gradevoli mentre qualcuno ci sta facendo del male. Ci hanno insegnato a restare educate persino mentre subiamo abusi. Credo che ci sia dignità nel dire basta con tutta la forza che abbiamo.
Non sto difendendo la violenza: sto difendendo la rabbia come emozione politica. La rabbia ci aiuta a porre dei limiti, a difenderci, a sopravvivere e a trasformare l’ingiustizia. Per secoli alle donne è stato concesso di piangere, mai di arrabbiarsi. Credo sia arrivato il momento di riprenderci quel diritto.
Le “Medea” del nostro tempo sono le donne che si rifiutano di tacere. Donne imperfette, contraddittorie, difficili e arrabbiate senza chiedere scusa.
In questo “romanzo corale”, un ruolo centrale è senza dubbio ricoperto dalla famiglia, che talvolta, anche grazie a Medea e al suo intervento, prende le sembianze della solidarietà femminile. Famiglia che, spesso, non rappresenta un luogo sicuro (penso a Reina e al rapporto con la madre e la suocera, ma anche a suo figlio Jordán, quando asserisce che: «Normalizzi il fatto di uccidere, lo normalizzi perché, se va bene alla tua famiglia, allora va bene»). Qual è, dal tuo punto di vista, il ruolo della famiglia? E che cosa rappresenta per te la parola “famiglia”, soprattutto in una realtà “intricata e difficile” come quella descritta nel tuo lavoro?
Personalmente credo che la famiglia sia un’istituzione che meriterebbe di essere messa in discussione molto in profondità. Viene idealizzata, ma è anche il luogo in cui avvengono molte delle nostre prime esperienze di violenza. Abusi emotivi, fisici e sessuali, umiliazioni, trascuratezza e abbandono cominciano spesso proprio dentro la famiglia.
In Messico c’è un detto che mi fa sempre ridere, perché rivela qualcosa di profondo: si dice che, se qualcuno ti sta facendo una fattura, con ogni probabilità è un membro della tua stessa famiglia. Fa sorridere, ma dice una verità dolorosa: le persone che ci stanno più vicino sono spesso quelle che hanno più potere di ferirci.
Allo stesso tempo, le famiglie latinoamericane contengono una contraddizione straordinaria, che Gloria Anzaldúa aveva compreso benissimo: possono essere profondamente violente e profondamente solidali nello stesso identico momento. Tua madre può averti picchiata da bambina, ma se qualcun altro ti fa del male ti difenderà. La tua famiglia può insultarti ogni giorno, ma se finisci in carcere ti porterà comunque da mangiare e verrà a trovarti. Può giudicarti, ma raramente ti abbandona. È una contraddizione che mi affascina.
Credo che uno dei nostri errori sia pensare che esistano spazi completamente sicuri. Non esistono. Il matrimonio non è completamente sicuro. Frequentare qualcuno non è completamente sicuro. La scuola non è completamente sicura. Le amicizie non sono completamente sicure. Le famiglie di certo non lo sono. Quello che esiste sono spazi in cui tenerezza e conflitto convivono di continuo.
È esattamente questo che volevo esplorare in La canzone di Medea. Dal punto di vista di Jordán, Reina è un mostro. Dal punto di vista di Reina cominciamo a capire il ciclo di violenza che ha plasmato la sua vita, ma scopriamo anche amore, cura e sacrificio.
Volevo restituire la complessità delle famiglie latinoamericane. Possono essere il luogo in cui impari per la prima volta la tenerezza e, insieme, il luogo in cui ricevi le ferite più profonde. Entrambe le cose possono essere vere allo stesso tempo.
Se vuoi approfondire, trovi il libro qui.

Quando ero piccola – avrò avuto 4 o 5 anni – mi sono arrampicata per prendere un barattolo di vetro pieno di smalti che mia madre conservava in uno scaffale alto in bagno. È successo tutto molto in fretta: mi sono sporta troppo, sono caduta e mi sono ritrovata con tante piccole schegge infilate nel polpastrello dell’anulare sinistro. Ogni tanto le guardo ancora, quelle cicatrici: mi ricordano di essere prudente.
Leggere Bagliori, romanzo d’esordio di Beatrice Pera edito da Einaudi, mi ricorda quell’esperienza: è come essere trafitti da tante piccole, insidiose schegge, senza sapere da dove iniziare a toglierle. Schegge che ti fanno sanguinare, ti feriscono in profondità, ma, quando finalmente espulse, ti riconsegnano in un modo nuovo alla vita. Con qualche cicatrice e qualche consapevolezza in più.
Camelia e Dalila sono così: due anime ferite da traumi, violenza, abbandono e istinti autrodistruttivi, che cercano di leccarsi le ferite a vicenda, a volte allontanandosi, altre ricongiungendosi, a volte litigando, altre cullandosi.
La narrazione è osservata dal punto di vista di Camelia, dieci anni dopo l’abbrivio della sua amicizia con Dalila, conosciuta “al mare”, davanti a un consultorio: la prima, appena 19enne, per scongiurare il pericolo di una gravidanza, la seconda, intorno ai 30 anni, per abortire e proseguire la sua vita alla casa rifugio, dove ha rifuggito il marito violento per vivere al sicuro con la figlia Lucia.
Due donne “difettose” – come uno dei giocattoli di Lucia, bambina con «la testa a forma di ciliegia» cui Camelia si affeziona in maniera cieca e viscerale – che assumono un caleidoscopio di forme e divengono amiche, colleghe, coinquiline e, in definitiva, pianeti che orbitano l’una intorno all’altra, anche quando geograficamente lontane.
Un romanzo crudo e vivido, come i “bagliori” da cui Dalila è costantemente attirata, che plasmeranno la sua esistenza e la condurranno a scelte estreme. Una donna che rappresenta «una disgrazia, una fortuna sfacciata», e che affascina e, al contempo, spaventa per la sua irruenza.
Ma è anche un romanzo di formazione – e perdizione: quella di Camelia, cresciuta al Coccio, una comunità per minori di Millesimo, nell’entroterra ligure, gestita da Suor Rosa (soprannominata “Civetta”), donna ruvida, accogliente e silenziosa, dove impara l’arte di arrangiarsi, sopravvivere e, anche, costruire legami (con Aldo, Eleonora, Nicola, Olivia, Francesco, Nina), pur con qualche inevitabile inciampo.
La storia intensa di due anime erranti, affettivamente apolidi, che si riconoscono e non possono fare a meno l’una dell’altra. Anche quando questo significa giungere ai margini della propria salvezza.
Ne abbiamo parlato direttamente con l’autrice.

Bagliori è il tuo romanzo d’esordio. Un romanzo sofferto, tagliente ma pulsante di vita: come si è strutturato il processo creativo e come ti senti a vederlo “vivo”, ora? Qual è stata la sua scaturigine? E da quale delle due personagge principali ha preso avvio la costruzione della trama?
Intanto grazie, Roberta, è sempre bellissimo sentire che Bagliori ha lasciato qualche emozione. Sono molto felice di vederlo in libertà: le storie devono andare in giro dappertutto, infilarsi dove possono, luoghi fisici e non. Mi dispiaccio molto quando sento di libri completi finiti in un cassetto. Piuttosto li lascerei sulle panchine.
Questo romanzo nasce senza trama e senza troppa architettura, la scintilla è stata proprio la scena del prologo: quella della donna che accende la stufa in modo pericoloso. Da lì in un attimo mi sono chiesta chi fosse quella donna, Dalila, ed ecco che ha preso vita il suo personaggio. Tutto poi ha ruotato intorno a lei. Non esisterebbe nulla di questa storia se non avessi saputo chi era il sole intorno a cui tutto orbitava.
Camelia è una giovane adulta senza madre e senza padre, con un rapporto contraddittorio e altalenante nei confronti della famiglia: afferma che lei, Dalila e Lucia non lo siano mai state, ma si prende cura di Lucia come se fosse sua figlia. Sembra non desiderare alcun tipo di vincolo, ma si occupa dei bambini del Coccio con amorevolezza e cura. Da dove nasce questo conflitto? E che cosa rappresenta, per te, la famiglia?
Camelia è una ragazza senza “radici”, non sa chi siano i suoi genitori ma nonostante ciò nel corso del romanzo passa da sentirsi “figlia di nessuno” a “persona con un posto in cui poter sempre tornare”. Per lei non è semplice arrendersi alla tenerezza perché spesso ha visto bambini a cui era legata andare via, e quindi vive un conflitto interno banalmente molto semplice: meno mi affeziono a qualcuno e meno soffrirò quando questa persona se ne andrà. Allo stesso tempo, in alcuni casi, non riesce a farne a meno. L’altro conflitto di Camelia è quello di non volersi sentire obbligata. Quando avverte il guinzaglio tirare verso un determinato posto, soffoca. Anche se è il posto in cui desidera andare. Per cui le viene spontaneo prendersi cura dei bambini intorno a lei, ma non sopporta che le venga imposto.
Sempre a proposito di legami di sangue e non, a un certo punto Dalila, rivolgendosi a Camelia, asserisce che: «Un fratello o una sorella di sangue sono nella maggior parte dei casi più una specie di responsabilità che un beneficio. […] Lucia i fratelli e le sorelle se li sceglierà da sola. Come hai fatto tu». Come si affina, secondo te, questa “cernita”, nel corso della vita? E quanto è importante l’arte di costruire famiglie d’anima, oltre a quelle di sangue?
Secondo la mia esperienza, avere sorelle e fratelli d’anima è fondamentale. Prima si inizia a scegliere le persone con cui passare il proprio tempo e più ci si sente al sicuro durante la costruzione della propria identità. Ovviamente non è una cosa che può accadere con qualsiasi amicizia e non so se ci sia una tecnica per riconoscere subito di che tipo di rapporto si tratti. A volte capita e basta, non c’è molto da ragionarci su. Non credo nelle strategie.
In Bagliori mi interessava raccontare un tipo di famiglia non convenzionale. Non è affatto scontato che la famiglia si componga dei classici elementi madre-padre-figlio/figlia. I cosiddetti legami di sangue per me non hanno alcun diritto di prelazione, non perché non ne riconosca la potenza, ma perché credo appunto che ognuno debba poter scegliere le persone a cui voler bene e dare priorità. Non basta concepire una vita per diventare un padre o una madre presenti, così come non basta condividere le stesse stanze per provare incondizionato amore fraterno. Ho visto molte famiglie classiche rimanere insieme per principio, o peggio ancora, per facciata, così come ho visto amici sostenersi pur non dovendosi nulla. Ovviamente non voglio generalizzare, però penso faccia bene sapere a chi si sente figlio di nessuno che forse (anzi, molto probabilmente) da qualche parte nel mondo c’è qualcuno in grado di volergli bene nonostante non sia tenuto a farlo.
Nicola, “figlio” del Coccio con cui Camelia è cresciuta e con il quale, da adulti, instaura una relazione controversa d’amore e repulsione – e forse l’unico che, per lei, si correlava al concetto di famiglia – la incolpa di essere “dispari”. Riflettendo tra sé e sé, Camelia rivendica, poi, il diritto di «essere dispari, propendere alla lotta, sentirsi attratta dalle cose che bruciano». Ti senti, o ti sei mai sentita, anche tu così? Ti riconosci in lei? E quali sono i “bagliori” da cui tu ti senti attratta?
Sì, ci sono dei tratti di Camelia in cui non posso fingere di non riconoscermi. Tra quelli che hai citato e che lei rivendica quando ne assume consapevolezza, sicuramente quello che sento più mio è la propensione alla lotta. Però Camelia per certi suoi tratti mi è anche molto antipatica, e mentre scrivevo pensavo: questa oggi si meriterebbe che nessuno la ascoltasse mai più. Altre volte sarei andata ad abbracciarla. Insomma, riesco a immedesimarmi in lei, come spero di fare con quasi tutti i personaggi, ma non ha aderenza totale alla mia persona.
I bagliori da cui sono attratta… questa è più difficile. Non saprei dare una definizione unica e precisa. Sono come lucciole, che appaiono e illuminano un punto più lontano del proprio naso, e anche quando è buio buio ti fanno venire voglia di seguirle e vedere cosa c’è. Bisogna solo stare attenti a non confonderli con gli abbagli. La differenza è che dentro un bagliore trovi sempre qualcosa per cui vale la pena.
Mi ha colpito molto la frase conclusiva dei tuoi ringraziamenti: «Alla mia rabbia. Grazie per avermi tenuta in piedi per tutto questo tempo, ora puoi andare». Questa storia ti ha liberato da alcuni pesi del tuo passato?
No, non credo di essermi liberata di pesi del passato. La scrittura per me non è mettere i mattoni della propria coscienza o memoria in un sacco e buttarlo via. Assomiglia di più a un modo di fare ordine. Riordinare o ricalcolare non libera dai pesi, ma aiuta, nel mio caso, sia a comprendere che spiegare. Punti alla base della comunicazione.
L’ultimissima parte di quel ringraziamento è comunque una frase che voglio ritrattare. Ho capito che non voglio più che la mia rabbia se ne vada del tutto. Può rimanere: un po’ addomesticata è un potentissimo motore.
Se vuoi approfondire, trovi il libro qui.

Ci sono storie che fanno parte del nostro DNA. Storie ripetute, sussurrate, tramandate di generazione in generazione che, un po’ come i bauli antichi, conservano la memoria di una famiglia, e, in qualche modo, plasmano il nostro essere nel mondo.
Ho scoperto solo alla fine della lettura che Maria, una delle protagoniste del nuovo romanzo di Giulia Dal Mas, intitolato Il canto delle filatrici ed edito da Tre60, fosse, in realtà, la nonna della scrittrice. È stata una scoperta al contempo piacevole e amara: da un lato, sapere che la narrazione affondi le radici in un passato tangibile ne ha messo in risalto la densità e la bellezza emotiva dell’intreccio; dall’altro, però, ha reso ancora più vivido e doloroso uno spaccato della storia d’Italia, intriso di pregiudizi e ingiustizie, che, purtroppo, non sembra essere poi così distante da quello odierno.
Il romanzo, ambientato tra gli anni Venti e Trenta del Novecento, a pochi passi dalla Seconda guerra mondiale, segue le vicende delle tre sorelle Santarossa, ossia Iolanda, Adelina (detta “Lina”) e Nella, “persone semplici”, figlie di un mezzadro e filandaie di un piccolo borgo friulano ai piedi del monte Jôuf, a Maniago (dove abita tuttora Dal Mas).
Iolanda è la più tradizionalista: si innamora di Pietro in giovane età e, quando questo viene ucciso dai fascisti per la sua militanza nel P.S.U., gli rimane fedele, dedicando tutte le proprie energie al lavoro (dove è «la migliore di tutte», e conquisterà presto il ruolo più ambito e prestigioso, quello di passaseta) e alla cura dei membri della famiglia e della casa. Una donna abituata a pensare in primo luogo ai bisogni degli altri, e perennemente dimentica di se stessa.
Adelina, invece, è la più romantica: bella, gioiosa e innamorata della vita, vive un amore viscerale e proibito con Fabrizio Dean, figlio del paròn della filanderia, da cui nascerà Maria, «bambina senza nome» e fonte dello “scandalo” che, nonostante gli anni, rimarrà marchiato sulla pelle di entrambe come un’onta indelebile. L’unica alternativa è fuggire: Adelina si rifugerà, infatti, a Venezia, dove diventerà sarta per il teatro e cercherà di ricostruire la sua esistenza, nonostante il giogo del passato.
Nella, infine, è la più idealista: diversa dalle due sorelle per carattere e aspetto («bruttina e sgraziata», con i suoi capelli «corti corti», i pantaloni e le scarpe da uomo), è spigolosa, poco incline ai sentimentalismi e, soprattutto, arrabbiata. Ad animarla, vi sono la passione per i libri e la lotta per un salario giusto, la “pensione garantita anche per i lavoratori agricoli, per i mezzadri, uomini o donne che siano”, il voto delle donne, i loro diritti e quelli dei poveri e dei reietti. Insieme all’amica Luisa, inseguirà i suoi ideali e si trasferirà a Torino, la sua «vera casa», i cui abitanti «sono abituati a pensare che anche le donne debbano avere voce».
Ne emerge, così, una saga familiare densa e commovente, dove il tempo è scandito dai canti delle filatrici, dai turni di lavoro pressanti e dalla rigida disciplina (intrisa di acqua bollente, matasse di seta e sorveglianza capitalista) e dove si combatte contro una sequela di “nemici invisibili” ma prepotenti: il classismo, le gerarchie sociali, le convenzioni maschiliste e patriarcali e la recinzione reputazionale in cui erano costrette le persone povere, umili e oneste. Un ghetto concettuale e fisico che, ancora oggi, è difficile valicare.
Ne abbiamo parlato direttamente con l’autrice.

Partiamo dalla fine. Nei ringraziamenti affermi: “Che si creda o no, il legame che unisce i membri di una stessa famiglia rimane un mistero che va oltre ciò che comprendiamo, ed è vivo, reale, pronto a ricordarci da dove veniamo”. Tu hai compreso questo mistero? Maria, nata da una gravidanza fuori dal matrimonio, era tua nonna, mentre Adelina rappresenta la tua bisnonna. Quando ti è stata narrata per la prima volta la sua storia e quali ricordi hai di lei e del suo racconto in prima persona? E qual è stata la “scintilla” che ti ha spinto, poi, a volerla imprimere su carta, sotto forma di romanzo?
Che bella domanda! Non credo si possa comprendere, come ho scritto alla fine del libro, sono convinta che in parte sia un mistero e come tutte le grandi verità che ci animano, così debba rimanere.
La genetica così come l’educazione, il vivere in una realtà geograficamente simile sono tutti aspetti che possono spiegare molto del legame a cui accennavo, ma oltre a ciò che possiamo percepire con i cinque sensi sono i sentimenti la grande magia, senza di essi tutto smetterebbe di avere un significato.
[Quanto alla storia di Maria] Non ricordo quando mi venne raccontata per la prima volta, ma di certo ero molto piccola. La sua storia era parte di lei, del suo essere forte, decisa ma anche schiva su alcuni argomenti; crescendo ho capito quanto aveva sofferto, quanto il peso di quelle due lettere puntate scritte sul suo atto di nascita avessero inciso in lei, lasciandole una ferita mai del tutto rimarginata. Non ho mai conosciuto la mia bisnonna, è mancata quando ero molto piccola, ma dai racconti e dalle foto avevo appreso la sua bellezza e la sua spontaneità, la grande gioia di vivere. Ero molto legata a Maria, mia nonna, ho sempre saputo di voler raccontare la sua storia, ma ho sentito di poterlo fare solo quando l’ho persa, per rispetto verso di lei.
Da qualche anno a questa parte, sono aumentati esponenzialmente i romanzi ispirati a donne significative della propria famiglia d’origine. Perché, secondo te? Quanto è importante recuperare le storie che costellano il nostro passato? E, anche alla luce di questo “recupero genealogico”, che cosa rappresenta, per te, la famiglia? A tal proposito, come avrebbe reagito tua nonna, se avesse letto il romanzo?
Parto dall’ultima e ti dico che non lo so, per quel suo essere schiva di cui ti ho parlato prima. Spero che ovunque si trovi ora, sia contenta e approvi. La memoria è importantissima, recuperare informazioni di prima mano, fotografie, vecchi scampoli di una vita passata ci riconnette con la parte più profonda di noi stessi, quella in cui insiste il legame di cui parlavamo poco fa. Scoprire le gesta di chi è venuto prima di noi apre una porta su ciò che noi siamo, perché di generazione in generazione non vengono tramandati solo i tratti fisici, ma anche le inclinazioni del carattere, spesso persino le scelte, e scoprirlo mette tutto in una nuova prospettiva.
Iolanda, Adelina e Nella rappresentano sfaccettature diverse dell’essere donna (il lavoro di cura, il carattere sognante e romantico, la curiosità e l’idealismo). Nello specifico, mi ha colpito molto la totale abnegazione di Iolanda, definita, da Maria, “madre, padre, infermiera, amica, confidente, spalla e ancora”, una vera e propria “colonna” della famiglia Santarossa, per quanto concerne sia la cura dei suoi membri, sia i lavori domestici e il supporto economico. In definitiva: Iolanda è emblema del carico mentale, tipico delle donne. Che cosa è cambiato rispetto a quasi 100 anni fa? Scorgi qualche spiraglio di miglioramento, in questo senso?
Iolanda era una roccia, l’ho conosciuta e io stessa la chiamavo “zia”. In famiglia lei c’era sempre, per tutti, esattamente come nel romanzo.
Per quanto riguarda la condizione femminile, rispetto ad allora io credo che sia cambiata molto: la donna ha un ruolo diverso, soprattutto nella società. Pensiamo banalmente alla riforma del diritto di famiglia, a quanto suonino antiquate e fuori dal mondo ora le parole un tempo ivi previste, che assegnavano per esempio al marito il ruolo di capo o il diritto di correggere il comportamento tanto dei figli quanto della moglie. La donna di oggi è prima di tutto una persona e come tale cerca la propria realizzazione non solo all’interno della famiglia, ma anche e a volte soprattutto fuori. Detto questo, rimane da sottolineare un dato importante: l’attività di cura è tuttora un’incombenza del tutto femminile e questo purtroppo molte volte genera un carico sia fisico che mentale difficile da gestire. In definitiva, credo che le donne di un tempo sarebbero fiere di vedere dove siamo arrivate, ma che la strada da percorrere non sia finita.
I turni in filanda sono scanditi dai cosiddetti “canti delle filatrici”. Un canto che valica i confini del luogo di lavoro, impregnando anche i giorni di festa. “Il Friuli – scrivi, in occasione della scena che tratteggia proprio i canti tipici del giorno di Pasqua -, che era terra di confine, e la sua gente, che aveva lo sguardo duro ma il cuore grande, si celavano tra quelle strofe che erano intrise di memoria e velate di speranza”. Hai mai avuto l’opportunità di ascoltare personalmente questi canti? Tua nonna te ne riecheggiava qualcuno? E, dati i dettagli minuziosi, come si è strutturato il tuo lavoro di ricerca, sia in relazione al canto delle filatrici stesso, sia a proposito della vita e del lavoro in filanda?
La tradizione friulana è ricca di canti che spesso tuttora vengono riproposti in occasione di specifiche ricorrenze; la ninna nanna riportata nel testo, per esempio, è stata cantata dai bambini del coro locale durante tutta l’ultima stagione e ascoltarli è stato davvero molto emozionante. Le strofe dei canti tradizionali raccontano il loro tempo, sono una fotografia sugli stati d’animo, sulle speranze, sui desideri di allora e spesso raccontavano storie di fatica, di ore e ore di lavoro. Cantare era un gesto liberatorio che univa con poche strofe persone e vite diverse. In filanda i turni erano lunghi e le condizioni di lavoro davvero molto dure, cantare alleviava la fatica delle filatrici, spesso ultime fra gli ultimi, e anche se ho un ricordo sfumato dei canti che Iolanda accennava a volte, la storia non sarebbe stata completa se non avessi dato loro l’attenzione che meritavano.
Lungo la narrazione, emerge un’espressione non molto lusinghiera in riferimento agli uomini, in particolare nei confronti di Fabrizio Dean: “È solo un uomo”. Luisa chiede a Nella di “perdonarlo” per tale ragione, mentre la madre di Fabrizio definisce lui, e gli uomini in generale, “esseri deboli”. Quante volte, pur non volendolo, questa espressione è ancora interpretata alla stregua di una “giustificazione”? Come si può smettere di perpetuarla? E, in generale, Maria quali ricordi ti ha trasmesso degli uomini della vostra famiglia?
Mia nonna era una donna molto particolare, così come lo sono state a loro modo sua madre e le sue zie, ma anche gli uomini della sua vita hanno giocato un ruolo importante, a cominciare da suo nonno, che ha avuto la forza di perdonare e il coraggio di amare. Un personaggio positivo, sia nel libro che nella realtà, di cui ha serbato nel cuore il ricordo per tutta la vita. Lo stesso potrei dire dello zio Ludovico, che seppur in minor misura, ha dimostrato le stesse capacità. E Giovanni, l’uomo che Lina ha sposato a Venezia, che nella storia così come nella vita era profondamente buono e gentile. Le frasi a cui hai fatto riferimento sono più che altro dei modi di dire comuni, che ben si addicevano alla figura maschile principale della storia, Fabrizio, che fra le righe e nella vita non ha mai davvero saputo prendere le redini della propria vita.
Il mio bisnonno, il cui vero nome si trova inciso sul monumento dedicato ai caduti per la patria che sorge nella piazza del paese, ha dato la vita per il proprio Paese, ma non ha saputo lottare fino in fondo per ciò che voleva; in molti hanno pagato il prezzo dei suoi errori, ma nonostante questo non volevo farne un ritratto del tutto negativo, spero di essere riuscita nell’intento. Gli uomini, come le donne, sono prima di tutto delle persone con i loro pregi e i loro difetti, se vogliamo raggiungere una parità vera, dobbiamo smettere di pensare ai due sessi come a due parti contrapposte.
Una curiosità stilistica: verso la parte finale del romanzo, i capitoli dedicati ad Adelina iniziano a diradarsi: proprio lei, la “pietra dello scandalo” e, in qualche modo, motore della narrazione, sempre presente nei discorsi di Iolanda, Nella e Fabrizio. Perché questa scelta? Dal tuo punto di vista, c’è una protagonista che “risalta” di più rispetto alle altre, oppure no?
La protagonista principale della storia è sempre stata, ai miei occhi, Iolanda, perché ha saputo essere madre e padre, ha saputo essere amica e ancora, e anche quando tutto sembrava remare contro, ha tenuto strette le fila della sua famiglia e non ha permesso che andasse perduta.
E poi Maria, ovviamente Maria, a cui il libro è dedicato: a un certo punto della storia, quando avremmo potuto seguire più da vicino le vicende di Lina a Venezia o quelle di Nella a Torino, l’attenzione si è dovuta per forza di cose focalizzare su Iolanda e Maria, che erano rimaste al paese, perché erano state entrambe il vero cuore della narrazione.
Se vuoi approfondire, trovi il libro qui.

Resto sempre affascinata quando, nei musei, mi imbatto in un trittico. Non solo per la forma peculiare e imponente, ma anche, e forse soprattutto, per la densità di significato che racchiude. In tre pannelli, separati ma concettualmente uniti tra loro, si dispiega un’unità narrativa messa in risalto da episodi cardine: fotogrammi di una storia che non deve essere necessariamente spiegata, ma si lascia intendere con le sue espressioni e venature sulla tela.
Leggere Soltanto il giorno, romanzo d’esordio di Santina Cosetta edito da Giunti (nonché libro inaugurale della nuova collana Milleluci), mi ha ricordato un trittico. Al centro, la bisnonna dell’autrice, Marianna Cosetta, soprannominata “Cosuzza” – ossia «il nome delle donne che restano sole e tirano avanti lo stesso» -, figlia non voluta, bistrattata e più volte abbandonata da mani e volti diversi. Anche familiari.
Il primo “pannello” la vede bambina, ad Avola, nella Sicilia della fine dell’Ottocento, data al mondo da Vastiana, una donna inquieta, irretita dalla «follia», che non desidera la figlia nata da un matrimonio di convenienza, in cui si sente intrappolata e anestetizzata.
Inizia, così, il peregrinare stanco e rassegnato di Marianna, che per i primi 7 anni di vita trascorre le sue giornate al fianco della stria Lisetta, esperta di erbe, medicamenti e buon cibo. Un po’ «strega» e un po’ «medico», dal muoversi agile delle sue mani e dalla sua fierezza la bambina carpisce non solo le abilità culinarie e la capacità di lettura e scrittura, ma anche il valore dell’autodeterminazione e della libertà.
Dopo la partenza di Lisetta per l’Argentina, seguono, poi, delusioni e fatiche, dapprima presso il padre Tonio – che, anziché mandarla a scuola, come promesso dalla stria, la costringe a lavorare «in giro, a consumarsi sotto il sole e la pioggia» – e, in seguito alla loro fuitina, presso la sorella Vanna e il marito Bartolo, dove Marianna è costretta a «servire tutti».
Unica nota positiva di questa infanzia senza prospettive: l’amicizia con Mimì, bambino buono e attento con la passione per le storie, i colori e i disegni, àncora di salvezza in un destino buio – fino alla sua partenza per Palermo.
Continuano, allora, le tristezze e, con esse, gli spostamenti: Marianna viene, infatti, “spedita” nelle campagne di Scicli, per lavorare presso una grande masseria, l’Irminio. Qui, prende forma il secondo “pannello” del trittico. Marianna, nonostante le prime difficoltà, trova finalmente il suo posto nella cucina della tenuta, insieme a gnà Mena e alle altre sguattere, dove ben presto acquisisce autorevolezza e riconoscimento per la sua bravura con erbe, ricette e biscotti.
E sono proprio questi ultimi ad avvicinare sempre di più Marianna e Laura, la figlia del barone, di cui la prima diviene una sorta di “dama di compagnia”, e non solo: tra le due, nascerà un’amicizia senza tempo, che le accompagnerà per tutta l’adolescenza e buona parte della prima giovinezza.
Le due ragazze si sostengono a vicenda: Marianna aiuta Laura ad apprezzare il cibo e a mangiare senza fatica, mentre la baronessina introduce Marianna nel suo mondo, fatto di lezioni di pianoforte, poesie e letteratura (di cui emblema è il regalo che accompagnerà Marianna per tutta la vita, I miserabili di Victor Hugo, per via della somiglianza di nome e destino con una delle protagoniste, Cosette).
All’Irminio, Marianna conosce la passione abbacinante del primo amore, proibito e consumato con Diego, il figlio dell’avvocato di famiglia dei baroni: due mondi troppo distanti per dialogare, destinati a sgretolarsi sotto il peso della gerarchia sociale.
La scoperta di una gravidanza conduce, infatti, Marianna a tornare alla sua terra d’origine, Avola. Prende, dunque, vita il terzo e ultimo “pannello”, nel quale Marianna, ormai donna, cresce il figlio Eugenio – con lo stigma di essere una madre sola, uno «scandalo» quasi impossibile da polverizzare – e, dopo una sequela di vicissitudini, corona il suo desiderio di indipendenza: una casa «tutta sua» e un’attività “imprenditoriale” fatta di sapienza culinaria, ricette inedite e donne raccolte intorno al suo forno, vero e proprio cuore pulsante dell’esistenza di Marianna.
E, non per ultimo, l’amore: non solo per Mimì, che è tornato e non l’ha mai dimenticata, ma soprattutto per se stessa. Per la propria forza, il proprio carattere coriaceo e resiliente e il coraggio di scegliere: forse sbagliando, ma assecondando sempre il proprio sentire.
Ne abbiamo parlato direttamente con l’autrice.

Fa un certo effetto leggere, sulla copertina, lo stesso cognome della protagonista del romanzo: Cosetta. Nei ringraziamenti, affermi che la scrittura ha preso forma da una telefonata con l’Archivio anagrafico di Avola: che cosa è accaduto durante quella chiamata? E qual è stata l’intuizione che ti ha condotto a ridare vita alla storia della tua bisnonna sotto forma di romanzo? Hai qualche ricordo nitido di quando ti veniva raccontata?
Fa effetto anche a me. Per molti anni ho pensato che il mio cognome fosse semplicemente un cognome. Sapevo che arrivava dalla Cosetta dei Miserabili, ma non immaginavo che dietro quel nome ci fosse una storia così grande. Durante quella telefonata, un’impiegata dell’Archivio anagrafico di Avola trovò una serie di documenti che cambiarono completamente la direzione delle mie ricerche. Io stavo cercando un’altra storia: quella del padre di mio nonno, un uomo dal quale la mia famiglia aveva ereditato più domande che risposte. Da quel momento ho scoperto, invece, che il vero cuore della vicenda era Marianna e che quel cognome che avevo sempre portato senza interrogarmi davvero apparteneva prima di tutto a lei.
Da quel momento, ho capito che non stavo più facendo una ricerca genealogica. Stavo inseguendo una donna che non aveva avuto voce. Ho impiegato otto anni per ricostruirne la vita, attraversando memorie di famiglia e testimonianze orali. A un certo punto, però, i documenti non bastavano più ed è lì che è cominciato il romanzo.
Da bambina, di Marianna conoscevo soprattutto il mito. Mio padre me la raccontava come una donna elegantissima, una cosaruciara che preparava dolci nelle case degli altri. Diceva che bastava aprire uno sportello della sua cucina per sentirne il profumo di mandorle e cannella. Solo molti anni dopo ho scoperto che dietro quella specie di fata dei dolci c’era una donna libera, capace di scegliere la dignità anche quando significava rinunciare a tutto. È stato allora che ho capito che quella non era soltanto una storia privata, ma era una storia che meritava di appartenere anche agli altri.
Ti pongo una domanda che ho fatto anche a Giulia Dal Mas. Da qualche anno a questa parte, sono aumentati esponenzialmente i romanzi ispirati a donne significative della propria famiglia d’origine. Perché, secondo te? Quanto è importante recuperare le storie che costellano il nostro passato? E, anche alla luce di questo “recupero genealogico”, che cosa rappresenta, per te, la famiglia?
È vero, negli ultimi anni molte scrittrici e molti scrittori hanno sentito il bisogno di tornare alle proprie radici. Credo che ci sia un desiderio diffuso di restituire voce a persone che la Storia ha lasciato ai margini. Nel mio caso, però, il percorso è stato diverso. Io non sono partita con l’idea di raccontare una donna della mia famiglia. Cercavo un’altra storia, seguivo altre tracce. È stata Marianna, attraverso una serie di documenti e di coincidenze, a spostare completamente il centro della ricerca. A un certo punto ho capito che non ero più io a cercare lei: era la sua storia che aveva trovato me.
«E ancora una volta Marianna ebbe la conferma che il mondo degli adulti è fatto di scambi, non di affetti, e che le persone si muovevano come i piatti sul tavolo. Si prendevano, si spostavano, si rimettevano a posto senza chiedere nulla. Lei non era più una persona, ma una cosa da passare di casa in casa, come un secchio o una scopa.»
Per buona parte della sua vita, complice anche il cognome che le è stato affidato da Lisetta, Marianna si sente una “cosa”. Una sensazione che, purtroppo, non è sconosciuta alle donne. Da adulta, tuttavia, Marianna si ribella a questo “destino” e si fa portavoce ed emblema di autodeterminazione e indipendenza. A distanza di più di un secolo dai tempi della narrazione, a che punto siamo lungo questo percorso, dal tuo punto di vista? È ancora una «strada in salita per le donne», come la definisce Marianna?
Sì, credo che sia ancora una strada in salita. Per molto tempo abbiamo pensato al percorso dei diritti delle donne come a una linea progressiva: ogni generazione avrebbe avuto qualcosa in più della precedente. Oggi sappiamo che non funziona così. Le conquiste non sono definitive e, negli ultimi anni, sia in Italia che in molti luoghi del mondo quella strada ha subito una frenata, quando non ha cominciato a procedere all’indietro.
È questo che mi inquieta di più: ciò che dovrebbe appartenerci per diritto continua troppo spesso ad avere l’aspetto di una concessione. Il diritto di decidere del proprio corpo, di lavorare, di essere economicamente indipendenti, di scegliere se diventare madri oppure no, di amare, di andarsene, persino di invecchiare senza diventare invisibili. Come se qualcuno potesse ancora stabilire quanto spazio concederci e a quali condizioni.
Marianna vive più di un secolo fa e non possiede nemmeno le parole con cui oggi definiamo l’autodeterminazione. Eppure la pratica. La sua ribellione non è ideologica, è concreta: smette di accettare il posto che gli altri hanno deciso per lei e si assume persino il prezzo delle proprie scelte. Per questo la considero una figura profondamente moderna.
Forse è proprio questo che la sua storia mi ha insegnato: la libertà non procede per inerzia. Ogni generazione riceve delle conquiste, ma riceve anche la responsabilità di custodirle. Perché basta smettere di considerare un diritto irrevocabile perché qualcuno ricominci a chiamarlo concessione.
Laura soffre di un Disturbo del comportamento alimentare e, almeno per qualche tempo, trova conforto nei piatti preparati con cura dall’amica Marianna. In un romanzo storico, è abbastanza inusuale leggere del rifiuto del cibo e delle sue atroci conseguenze. Qual è il “male di vivere” che accompagna Laura? E da dove è nata la decisione di inserire il racconto di un DCA?
In realtà, non ho deciso consapevolmente di inserire un DCA. Laura, nella prima stesura, era semplicemente lì: una bambina fragile, emaciata, che faticava a mangiare e viveva sotto lo sguardo di una madre esigente, ossessionata dall’educazione, dalle apparenze e da un corpo che doveva corrispondere a un modello. Sono stati gli editor, durante il lavoro sul romanzo, a farmi notare che stavo affrontando un tema molto delicato quasi senza averlo programmato.
Ed è forse questo l’aspetto che mi interessa di più. I disturbi del comportamento alimentare non sono nati quando abbiamo imparato a diagnosticarli. La storia medica e culturale conserva testimonianze molto antiche di digiuno, restrizione e rifiuto del cibo, anche se cause, significati e categorie diagnostiche sono cambiati enormemente nel tempo. Per questo non volevo mettere in bocca a Laura una diagnosi contemporanea: volevo raccontare un disagio che il suo mondo non sapeva nominare.
Il suo “male di vivere” passa attraverso il corpo. Laura è una bambina che sente di dover meritare continuamente lo sguardo e l’approvazione degli adulti; persino mangiare diventa faticoso, quasi un luogo in cui si concentra ciò che non riesce a dire. Marianna non la “guarisce” con il cibo, ma fa qualcosa che per Laura è nuovo: non la giudica, non la forza a essere diversa, se ne prende cura.
Solo dopo ho capito perché questa storia fosse arrivata sulla pagina con tanta naturalezza: era un tema che mi portavo dentro da molto tempo. A volte la scrittura riconosce ciò che ci appartiene prima ancora che siamo capaci di dargli un nome.
Marianna è una donna “sovversiva”, che si «regge in piedi da sola e fa a meno di padroni e mariti». Merito, senza dubbio, anche degli insegnamenti di Lisetta, che da piccola le insegna che: «Chi sa leggere non si lascia fregare. Chi sa cucinare non rimane da sola». Un monito valido tuttora, e che si può sintetizzare in una frase della stria: «O imparo, o mi fottono». Tu insegni Lettere, e hai sempre avuto a che fare con le storie: quando hai scoperto il loro potere salvifico? E che cosa ti ha donato la scrittura del tuo romanzo d’esordio?
Credo di aver scoperto molto presto il potere delle storie. Prima ancora di sapere che un giorno avrei insegnato Lettere, leggere significava per me poter abitare vite diverse dalla mia. È una delle poche forme di libertà che conosco in cui nessuno può impedirti di andare altrove. Per questo la frase di Lisetta «O imparo, o mi fottono» mi somiglia: è brutale, ma dice una cosa profondamente vera. La conoscenza non ci mette al riparo dalla vita, però ci rende più difficili da ingannare, da confinare, da decidere.
Quanto a questo romanzo, credo di aver capito soltanto adesso cosa mi abbia donato. Per otto anni ho pensato di essere io a restituire qualcosa a Marianna: un nome, una voce, il posto che il tempo le aveva tolto. In realtà è successo anche il contrario. Marianna mi ha dato un luogo in cui tornare quando la mia vita fuori diventava difficile. Mi ha insegnato l’ostinazione, ma soprattutto mi ha costretta a interrogarmi sulle mie scelte, sulla libertà, sulla dignità e sul prezzo che siamo disposti a pagare per non tradirci.
E poi mi ha restituito una parte di me che avevo sempre tenuto quasi in disparte. Ho scritto da sempre, eppure per moltissimo tempo non sono riuscita a definirmi una scrittrice. Paradossalmente, ho dovuto raccontare la vita di una donna dimenticata per riconoscere fino in fondo la mia voce.
Forse è questo il dono più grande di Soltanto il giorno: ero partita per salvare una storia dall’oblio e, mentre lo facevo, quella storia ha fatto spazio anche a me.
Se vuoi approfondire, trovi il libro qui.
Cosa ne pensi?