Tutt* parlano di sorellanza, Giulia Cuter e Giulia Perona la fanno - INTERVISTA

Niente "volemose bene" ipocriti, s'intende! Ché la sorellanza non è quella roba qui. Cuter e Perona lo Sanno bene: "Abbiamo creato una bella rete di donne che collaborano, ma questo non vuol dire che siamo tutte amiche, sempre d'accordo o che la pensiamo allo stesso modo. Semplicemente riconosciamo le competenze dell'altra persona e cerchiamo di metterla a frutto e darle spazio. Anche quando non corrisponde al nostro modo di vedere".

Cresciute o cresciuti alla cultura della rivalità femminile e della competizione tra donne, siamo in molte e molti a non cogliere a pieno il concetto di sorellanza. A onor del vero, anche chi ne parla con cognizione di causa non sempre è altrettanto brava o bravo a praticarla al di fuori della propria cerchia consolidata e, quindi, a darne un esempio concreto.

Niente “volemose bene” ipocriti, s’intende! Ché la sorellanza non è quella roba qui, semmai, semplificando di molto, alleanza e supporto tra e alle donne; ma non solo a quelle delle propria cerchia, per quanto ampia questa sia! Ed è qui che anche nel femminismo contemporaneo a volte casca l’asino.

Non nel caso di Giulia Cuter e Giulia Perona. Loro di sorellanza ne parlano poco e ne fanno tanta. Da anni. Precisamente dal 2016, quando hanno dato vita alla prima versione di Senza Rossetto, un progetto che, come dicono loro, “racconta le donne (quelle di ieri, quelle di oggi e quelle di domani) oltre ogni convenzione e stereotipo che la società attribuisce all’universo femminile”.

Nato come podcast letterario il 2 giugno 2016 – per festeggiare il settantesimo anniversario del primo voto politico delle donne italiane durante il referendum del 1946 -, Senza Rossetto ha dato spazio per tre stagioni a tante scrittrici (e anche molte illustratrici), per poi diventare una newsletter con la quale hanno e stanno dando il microfono a tante voci. Di nuovo.

Infine in piena prima ondata pandemica è arrivato il libro Le ragazze stanno bene (edito da Harper Collins): come “le due Giulie” siano riuscite a fare sorellanza persino qui è qualcosa di unico, che vale la pena raccontare. Con ordine e, soprattutto, con loro.

“Le ragazze stanno bene” è un libro particolare, un po’ saggio, un po’ romanzo, segue il viaggio di di una ragazza del XXI secolo nelle tappe principali della sua vita. Un viaggio che voi decidete di fare compiere a una sorta di “super Giulia” in cui le vostre voci – e quindi anche le vostre storie personali – si mischiano. Sicuramente è un modo per essere libere di raccontarvi restando “protette”, ma non è solo questo, vero? Questa super Giulia non è solo la sintesi di voi due.

Perona: No, infatti. Abbiamo deciso di fare un saggio narrativo partendo anche dai fatti nostri, ma decise a non fermarci alle nostre esperienze personali ma includendo quelle di tante donne che abbiamo incontrato – che è poi quello che abbiamo sempre fatto con Senza Rossetto. L’idea di una super voce ci è venuta proprio per uscire dai personalismi e dare spazio a tante esperienze nel modo più universale possibile: sono cose davvero successe, quelle che raccontiamo, a noi o ad altre persone vicine, ma sono cose successe o che accadono alle donne in generale.

All’inizio fate una sorta di disclaimer necessario, ma non scontato. Cito:

Dimenticare che negli anni la battaglia per la parità di genere si è intrecciata con le questioni razziali, con quelle di classe, sessualità e identità di genere sarebbe sbagliato, ma nel raccontare in prima persona la nostra esperienza non possiamo prescindere da quello che siamo: trentenni italiane, bianche, eterosessuali e, certamente, privilegiate. Il contenuto di questo volume, quindi, sarà parziale e non esaustivo; dove possibile abbiamo tentato di ampliare il discorso e renderlo più inclusivo e diversificato, ma siamo consapevoli che sarà solo il racconto di una piccola porzione di mondo, di uno dei tantissimi punti di vista femminili da ascoltare e di solo uno dei tanti femminismi possibili. (da “Le ragazze stanno bene” di Giulia Cuter, Giulia Perona)

Cuter: Per noi è fondamentale che il femminismo sia inclusivo e intersezionale: una lotta per allargare i diritti a tutti. Però ovviamente non possiamo parlare per altre persone, anzi, farlo è qualcosa di profondamente sbagliato. Parte del percorso di femminista è rendersi conto dei propri privilegi. Non avrebbe avuto senso prendere il microfono per parlare al posto di altre donne che sperimentano situazioni diverse, per esempio a causa del colore della loro pelle o della loro sessualità.
L’importante però è che siano chiare, da una parte la parzialità del nostro sguardo, dall’altra la consapevolezza nostra e di chi legge di esser alleate.

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“Essere alleate”. Visto che mi portate sul tema parliamo della cosa che ho amato di più di questo libro. Tutto il macroprogetto Senza Rossetto è improntato a una sinergia tra donne, ma raramente, nelle molteplici pubblicazioni femministe italiane lette finora, ho ritrovato un simile livello di sorellanza applicato a un libro.
Azzardo una critica (invitando chiunque la legga a viverla come costruttiva) e una spiegazione: il rischio più grande del cosiddetto femminismo pop, soprattutto sui social, è quello di parlarsi un po’ addosso. Creare una community coesa e illuminata che su social, in libri, podcast, newsletter, etc, si tagga, cita, intervista e coinvolge a vicenda, in una spirale virtuosa che rischia però di cadere nella autoreferenzialità, nel personalismo spesso inconsapevole e un po’ elitario e, cosa peggiore, di raggiungere sempre gli stessi follower e/o fedelissimi che, va da sé, sono già predisposti se non addirittura educati alle tematiche femministe.

Voi, invece, non vi fate problemi a citare la grande femminista americana, come l’articolo di una persona competente ma sconosciuta ai più, totalmente fuori “dal giro femminista riconoscito”, o addirittura il post o il tweet di persone normali, rendendo merito al valore del contenuto più che al successo o alla notorietà di chi lo pronuncia.

Perona: Sai, lo facciamo da sempre, magari anche senza rendercene conto. Nel senso che Senza Rossetto è nato e continuato così, come una sinergia tra donne per noi meritevoli e che hanno qualcosa da dire. Facciamo in modo di coinvolgere esperte dei temi che trattiamo e, quando possibile, scegliamo donne che in genere non sono mai ascoltate. Anche questo “dare voce” è un po’ la nostra missione.

Cuter: Scegliere secondo la logica della notorietà o dei follower rischia di escludere punti di vista interessanti e, poi, diciamocelo: è vero che abbiamo creato, anche inconsciamente, una bella rete di donne che collaborano, ma questo non vuol dire che siamo tutte amiche o sempre d’accordo su tutto. La sorellanza non è questo e va al di là del pensarla allo stesso modo. Semplicemente riconosciamo le competenze dell’altra persona e cerchiamo di metterla a frutto e darle spazio. Citare anche persone che hanno opinioni diverse dalle nostre, come abbiamo fatto nel libro, serve per abbracciare diversi punti di vista, mettersi in discussione e guardare i problemi da un’altra prospettiva, per arrivare a conclusioni che possono essere anche diverse. Io posso anche continuare a non condividere l’opinione della tale persona su tale argomento, ma per esempio posso comunque riconoscerla come valida in quanto voce di un’esperta su quel tema.
Per questo abbiamo cercato di non fare sempre e solo riferimento alle solite voci cui ci si appoggia per parlare di certi temi.

Perona: È un po’ il nostro metodo, essere il più collaborative possibile: non ci interessa essere noi al centro dell’attenzione, ma dare più spazio ad altri.

Insomma, siete veramente anti-personalismi e protagonismi, il che forse vi ha anche un po’ “sacrificate” in visibilità rispetto ad altre persone che si sono più concentrate su progetti “egoriferiti” o comunque più centrati sulla persona. In questo siete super femministe.

[Risate]

Cuter: Ma sai, partiamo sempre dal presupposto che non siamo esperte di queste cose: non abbiamo alle spalle una preparazione accademia, un percorso di studi di genere… Il nostro femminismo non è assolutamente teorico, perché abbiamo iniziato a studiare queste cose in questi anni, quando ci siamo rese conto che nella nostra vita c’era un problema di disparità di genere. Ammetterlo non è sminuente. Di conseguenza, la tendenza che abbiamo è dare spazio a chi ne sa più di noi perché non ci sentiamo delle autorità in questo campo.

Voi non fate mistero della soggezione che per un certo periodo avete provato per la parola “femminista”. A un certo punto voi scrivete:

Femminista è chiunque creda nella parità sociale, politica, economica e chiunque sia convinto che il sesso biologico non sia un fattore rilevante nella determinazione dei diritti di un individuo.

E altrove:

La cosa più importante che abbiamo imparato è stata non aver paura del Femminismo. Una parola che, lo abbiamo capito con il tempo, è aperta, duttile, inclusiva.

In un altro punto, dite addirittura, che la cosa più liberatoria e ribelle è stata dire “senza paura e senza vergogna”: “Ciao, siamo Giulia e Giulia e siamo femministe”.

Perona: Il femminismo per noi è stato un percorso. Non sempre facile. Nessuno in realtà nasce femminista (Simone de Beauvoir docet, ndr). Cresciamo  tutti in una società misogina, patriarcale, per cui sotto pelle abbiamo tutti e tutte queste imposizioni e un maschilismo introiettato dall’educazione e dall’ambiente in cui viviamo e che ci fa credere (almeno finché non facciamo un percorso di consapevolezza) che certe cose, parole, atteggiamenti siamo normali. In questo senso noi crediamo tantissimo nella necessità di una nuova educazione e di una nuova scuola.

C’è un capitolo cui sono molto legata, quello sulla maternità, in cui si racconta dell’aborto di un’amica, Sofia. Un’affermazione in particolare mi ha colpito: quando l’io narrante dice “Negli anni non l’ho mai sentita dire di essersi pentita di questa cosa”. L’ho trovata liberatoria, onesta: c’è una retorica del dolore dell’aborto, che spesso non coincide con la realtà, ma sembra rendere più accettabile il suo racconto. Spesso l’aborto è solo un sollievo, per una donna, non un trauma o, comunque, non necessariamente.

Cuter: La scelta di abortire va contro l’aspettativa che la società ha verso le donne di fare figli. La battaglia che ha accomunato tutte le ondate femministe è quella sul corpo delle donne. Questa libertà che, passando dal sesso arriva all’aborto, è sempre stata una delle cose più complicate da far capire, soprattutto in Italia, in un contesto in cui il cattolicesimo e l’associazionismo pro vita è ancora molto forte. Pazzesco pensare come un diritto conquistato con una legge, dopo 42 anni, venga ancora messo in discussione. L’abbiamo visto anche recentemente con quanto è accaduto con l’aborto farmacologico. La verità è che i diritti in generale, ma qualcuno in particolare, non sono scolpiti nella pietra e vanno difesi.

Rubo di sana pianta la domanda a Marvi Santamaria di Match & the City che, in un’intervista, vi ha chiesto: “Le ragazze stanno bene, ma come stanno i ragazzi?”

Cuter: Secondo noi stanno bene, ovvio che il nostro è un approccio positivo perché è parte di noi. Non abbiamo mai voluto fare le vittime o tirar fuori solo le cose negative. Ok, ci sono una serie di cose che non funzionano, tante battaglie da fare e che stiamo facendo, però in linea di massima ci sono tutti gli strumenti e le forze per farcela, se siamo unite.

Perona: Noi pensiamo che il cambiamento sia in atto: è un processo lungo, ci sono e ci saranno molti ostacoli, ma crediamo che la generazione che viene dopo la nostra – ragazzi compresi – abbia tutte le carte in regola per portare avanti queste battaglie e costruire un mondo più giusto rispetto a quello in cui siamo cresciute noi fino a qui.

Le ragazze stanno bene

Le ragazze stanno bene

Giulia Cuter e Giulia Perona, autrici del podcast Senza rossetto, raccontano la nuova generazione di femministe e di donne, spiegando come questi due concetti possano andare a braccetto.
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Articolo originale pubblicato il 24 Novembre 2020

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