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Rebecca Solnit e gli uomini che spiegano le cose alle donne

L'origine del neologismo mansplaining: Rebecca Solnit ci racconta perché gli uomini sentono sempre il bisogno di dare delle istruzioni alle donne
Questo contenuto fa parte della rubrica “Storie di Donne”

“Perché gli uomini dovrebbero leggere libri diversi da quelli delle donne?”, si chiedeva Rebecca Solnit, scrittrice statunitense, in un articolo scritto per Lithub qualche anno fa. La sua domanda nasceva da un’imbarazzante lista stilata dall’edizione americana di Esquire e composta da 79 opere scritte da uomini e da un solo titolo di una donna, della grande Flannery O’Connor. La riflessione scaturita da questo elenco è un’illuminante excursus culturale su come entrambi i generi abbiano spesso subito passivamente delle “istruzioni su cosa fare”.

Scorrendo la lista, piena dei libri più virili di sempre, di libri sulla guerra e con un solo libro di un gay dichiarato, mi ha ricordato che, se è dura essere una donna, per molte ragioni lo è ancora di più essere uomo, il genere che si suppone debba essere costantemente difeso e dimostrato con atti di virilità. Ho guardato la lista e spontaneamente ho pensato come non ci si debba meravigliare dei tanti omicidi di massa.

Se è vero che fin dall’infanzia si è sottoposti a una visione binaria dei sessi, i maschi con le macchinine e le femmine con le bambole, Rebecca Solnit ha più volte sottolineato perché le donne siano storicamente vittime del mansplaining. Come spiegato in un articolo del 2005, contenuto nella sua raccolta di saggi Gli uomini mi spiegano le cose, questo neologismo indica l’abitudine paternalistica di istruire le donne su ogni cosa, anche quando non ce n’è alcun bisogno.

Gli uomini spiegano le cose a me, e ad altre donne, anche quando non sanno di cosa stanno parlando. Alcuni uomini. Le donne sanno a cosa mi riferisco. A quella presunzione che a volte ci mette in difficoltà, che ci impedisce di esprimerci e di farci ascoltare, che condanna le più giovani al silenzio insegnandogli, come fanno le molestie per strada, che questo non è il loro mondo. E che ci abitua a dubitare di noi stesse, ad autolimitarci, e allo stesso tempo rafforza negli uomini un’ingiustificata tracotanza.

Tutto partiva da un fatto realmente accaduto all’autrice nel 2003, durante una vacanza ad Aspen, la località sciistica più esclusiva degli Stati Uniti. Invitata con un’amica a un party in uno chalet di lusso, proprio mentre stava per andarsene venne fermata dal padrone di casa, un uomo ricco e molto sicuro di se stesso. “Allora? Ho sentito che hai scritto un paio di libri”, le chiese l’uomo, e lei rispose correggendolo, perché in realtà ne aveva già scritti parecchi. Prima che lei potesse iniziare a parlare dell’ultimo suo lavoro, un saggio sul fotografo Eadweard Muybridge, lui la interruppe dicendole “E hai sentito di quell’importante libro uscito quest’anno su Muybridge?”.

Ingenuamente, Rebecca Solnit pensò che fosse davvero uscito un altro saggio sullo stesso argomento, anche perché il suo interlocutore trasudava una certa autorità e ne parlava come se fosse una lettura imprescindibile. “Ma è il libro di Rebecca”, lo interruppe infine l’amica della scrittrice, mettendo fine al discorso pomposo del padrone di casa. Livido, dovette infine ammettere di non averlo chiaramente letto e di essersi limitato a sentirne parlare bene. Poi, però, ricominciò a parlare e a spiegare altre cose.

Il mansplaining, quindi, è quell’abitudine arrogante che hanno molti uomini di spiegare cose a donne che già sono esperte su quell’argomento, come Rebecca Solnit. Classe 1961, laureata in giornalismo e con una carriera come scrittrice indipendente iniziata nel 1988, ha oggi una lista lunghissima di saggi alle spalle, che comprende non solo tematiche femministe, ma anche legate all’ambiente, alla politica e all’arte. Tra gli ultimi suoi lavori, in attesa di traduzione per l’Italia, c’è anche The mother of all questions, che parte da un altro aneddoto personale per esplorare la tematica della scelta di non avere figli, spesso fonte di imbarazzo per le donne.

Per tornare alla famosa lista di libri “da maschio”, Solnit proponeva di non limitarci a scegliere un autore solo perché donna o uomo, ma per la capacità di parlare in maniera universale. Perché “il femminismo non è un complotto per defraudare i maschi, ma una campagna per la libertà di tutti”.

Guardo il mio scaffale di eroi personali e vedo Philip Levine, Rainer Maria Rilke, Virginia Woolf, Shunryu Suzuki, Adrienne Rich, Pablo Neruda, il Subcomandante Marcos, Eduardo Galeano, Li Young Lee, Gary Snyder, James Baldwin, Annie Dillard, Barry Lopez. I loro libri forniscono, se manuali di istruzioni si possono considerare, istruzioni su come trasformare le nostre identità in prolungamenti del mondo, umano e non, sull’immaginazione come definitivo atto di empatia che mira a elevarci al di sopra di noi stessi, non a imprigionarci nel nostro genere.

1. Rebecca Solnit, "Gli uomini mi spiegano le cose"

Gli uomini mi spiegano le cose è sicuramente il libro più famoso di Rebecca Solnit. In questa selezione dei suoi scritti femministi più noti, l’autrice spiega perché gli uomini pensano erroneamente di sapere cose che le donne non sanno e, senza farsi domande, iniziano a spiegarle. Con la sua prosa elegante e incisiva mette a nudo alcuni degli aspetti più imbarazzanti, crudi e folli della società maschilista, invitando a riflettere tutti coloro che ne hanno il coraggio.

2. Rebecca Solnit, "Storia del camminare"

In Storia del camminare, Rebecca Solnit indaga la vasta gamma di possibilità racchiuse in questo atto primario e si concentra su alcuni personaggi che attraverso questo gesto hanno plasmato la nostra cultura, dai filosofi, ai poeti, agli alpinisti. Traccia i profili di alcuni tra i camminatori più significativi della storia e della narrativa, da Wordsworth a Kierkegaard, da Rousseau a Martin Luther King, alla ricerca della profonda relazione tra camminare e pensare, tracciandone l’evoluzione e spiegandone ogni sfumatura.

3. Rebecca Solnit, "Chiamare le cose con il loro nome"

Forte della sua prosa incalzante e lucida, in Chiamare le cose con il loro nome Rebecca Solnit analizza i temi che, a partire dall’America di Trump e dalle sue narrazioni fuorvianti, toccano drammaticamente il mondo intero: la violenza del cambiamento climatico e della gentrificazione, le ingiustizie economiche e sociali, la discriminazione e la violenza razziale e di genere. Indica anche le parole, gli eventi e le battaglie che, a dispetto o forse proprio per la loro apparente perifericità, sembrano già segnare la direzione del cambiamento.

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