Libri da leggere in autunno sul divano

Ecco una selezione di libri da leggere in autunno sul divano, al riparo dal mondo esterno, ma totalmente immersi nel proprio mondo interiore.

Per puro caso, in tutti i libri da leggere in autunno che sto per consigliarvi c’è almeno una persona morta. Morta per motivi dissimili: omicidio, cause naturali, incidenti sul lavoro, tossicodipendenza, malattia. Questo peculiare aspetto non deve intristirci o repellere la lettura dei titoli che seguiranno, ma fungere da pretesto per una riflessione più panoramica. Quale? La dipartita delle persone che amiamo o che orbitano nella nostra vita ci può insegnare a muoverci nel mondo in maniera inedita, a leggere il nostro passato mediante una nuova prospettiva, a comprendere meglio le ragioni di alcuni nostri comportamenti e a fare amicizia con la nostra personalità e i nostri traumi. Al netto del dolore, dunque, con e attraverso l’esperienza ravvicinata della morte si può giungere – per citare alcune delle autrici menzionate in questo recap – alla verità, alla fine del mondo e, anche, all’amore.

Ecco, allora, una selezione di libri da leggere in autunno, sul divano, al riparo dal mondo esterno, ma totalmente immersi nel proprio mondo interiore.

La portinaia del 17. I segreti del Vieux Moulin | Emma Cortesi

  • Chi dovrebbe leggerlo: chi ama i gialli d’atmosfera più di quelli d’azione, e chi si perde volentieri per le strade di Montmartre (e Parigi in generale);
  • Perché leggerlo: perché il movente non è un colpo di scena ma un passato mai raccontato – e perché è il primo di una serie!
  • Consigliato a chi ha apprezzato: Il club dei delitti del giovedì di Richard Osman (SEM, traduzione di Roberta Corradin): stessa formula, ossia investigatori dilettanti con qualche decennio alle spalle, ironia e indagini brillanti.

Amo follemente tutto ciò che concerne Parigi. L’ultima volta ci sono stata pochi mesi fa, in primavera, e per un attimo ho seriamente pensato di prendervi dimora fissa. Di lei, città antica e magnetica, ammiro tutto: l’odore mattutino del burro caldo che inebria i pavés, i tavolini rotondi e le sedie di vimini, i tetti in rilievo, la luce grigioperla di fine pomeriggio, i bouquinistes e le loro cartoline in bianco e nero, il silenzio sospeso dei cortili interni, i vicoli, il riverbero della musica nei corridoi del metrò… potrei andare avanti per ore.

Parigi non è una città, ma un modo di indossare la vita. Una maniera di abitare il mondo che palpita anche tra le pagine de La portinaia del 17. I segreti del Vieux Moulin, esordio letterario di Emma Cortesi edito da Fazi Editore. Nuovo tassello della collana Darkside – nata per esplorare tutti i risvolti del noir -, il romanzo è un giallo dotato dell’architettura classica del genere, delicato, elegante e costruito con intelligenza e sensibilità.

L’intreccio si dipana nel cuore di Montmartre, al Residence du Vieux Moulin in Rue des Saules 17, agli esordi dell’autunno del 2009. L’ambientazione e l’atmosfera sono quelle autenticamente parigine. Cortesi, con uno stile raffinato e fresco, ce le descrive così:

L’aria frizzante del mattino era densa del profumo del pane appena sfornato, accompagnato dall’odore stantio del vino versato nella notte sui tavolini dei caffè lungo la strada. Rue de Saules, con le sue case storte e i negozi ancora addormentati, era attraversata solamente da un’anziana signora, avvolta in uno scialle di lana e con il cestino della spesa vuoto.

E, continua: 

Il selciato, irregolare e consumato, raccontava di secoli di cammini, amori sfiorati e passi incerti, e le facciate dei palazzi conservavano tracce di vernice ormai sbiadita, come se la città facesse fatica a lasciar andare il proprio passato.

A incrinare la quotidianità degli abitanti del palazzo storico costruito nel 1887, scandita da abitudini e gesti che si dispiegano sempre identici e rassicuranti, vi è la morte di uno degli inquilini del secondo piano: Mathieu Gorin, drammaturgo «sui settant’anni, distinto, educato, con l’aria di uno che non ha mai avuto problemi economici», amante fino all’ossessione dell’ordine e del controllo e, soprattutto, estremamente riservato, un «uomo che si fa notare per come evita di farsi notare».

A descriverlo è Berthe Marceau, portinaia settantaquattrenne del Residence du Vieux Moulin da più di trent’anni, dai «capelli di neve» e «gli occhi vispi e azzurri». È lei, attenta conoscitrice della routine di tutti i condomini, a notare una sbavatura nell’esistenza ordinaria di Gorin: il mancato ritiro del suo giornale alle ore 7 in punto del mattino.

Diede una rapida occhiata all’orologio, che segnava le 7:08, e controllò nuovamente la cassetta. «Le Parisien» era ancora lì, ben otto minuti dopo l’orario in cui ogni mattina, da vent’anni a quella parte, Gorin veniva a ritirarlo. Berthe aggrottò le sopracciglia. Non era da lui, pensò; non era affatto da lui. Quell’uomo era un orologio svizzero, una di quelle creature che parevano scolpite nel marmo delle consuetudini.

Ed è sempre Berthe, donna perspicace e brillante, a confrontarsi con Antoine Lefevre, inquilino del terzo piano ed ex commissario di polizia di sessantasei anni, che accoglie e asseconda i suoi sospetti e trova, insieme a lei, il cadavere di Gorin, «seduto, composto, gli occhi vitrei fissi nel vuoto», su una poltrona del suo appartamento.

La polizia liquida il caso come morte naturale, ma Berthe e Antoine, osservando la scena – tanto “perfetta” e “pulita” da ricordare una pièce teatrale, come quelle redatte dallo stesso Gorin nei suoi anni di successo -, comprendono immediatamente che non è così: dietro quell’apparente ordinarietà, si nascondono dettagli che celano una storia mai raccontata, che, se valicati, possono aprire varchi verso la comprensione non solo della sua morte, ma anche dell’esistenza del drammaturgo, irretita nel silenzio.

Prende, allora, abbrivio un’indagine curiosa e serrata alla ricerca della verità di un uomo enigmatico e sfuggente, ritmata da pain au chocolat, taccuini pregni di indizi e riflessioni, tazze fumanti di tè, rooibos e caffè, laboratori di analisi, dipinti, diari e fotografie di un tempo ormai trascorso, ma mai realmente sepolto. Un tempo dove addentrarsi guidati dall’ironia e dalla dolcezza di Berthe e Antoine, i compagni ideali di un’avventura che lascia con il fiato sospeso e stimola l’immaginazione.

Non posso proseguire oltre, altrimenti il rischio spoiler è inevitabile. Ciò che è certo, però, è che Cortesi firma un giallo delizioso – il primo di una serie: che fortuna! -, venato di malinconia, sfumature rétro e amore per l’arte, dove la polvere dei palcoscenici, i plichi di copioni e le quinte dove si nascondeva Gorin sono vivi e palpabili, e celano segreti e non detti che riecheggiano nel presente, fino alle loro estreme conseguenze. Avvenimenti su cui il sipario della vita non è ancora calato.

La portinaia del 17. I segreti del Vieux Moulin

La portinaia del 17. I segreti del Vieux Moulin

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People in Love | Claire Daverley

  • Chi dovrebbe leggerlo: chi si è chiesto, almeno una volta nella vita, che cosa sarebbe successo se avesse preso “l’altro treno”;
  • Perché leggerlo: perché mette in scena il “E se…”, senza condannare nessuna delle scelte tratteggiate;
  • Consigliato a chi ha apprezzato: Persone normali di Sally Rooney (Einaudi, traduzione di Maurizia Balmelli): due persone che si girano intorno per anni, tra paura del giudizio, differenze di classe e ricerca di sé.

C’è una frase – o, meglio, un concetto – che si è impigliata da giorni nella rete dei miei pensieri. Non appena l’ho letta, ha preso i contorni di un’insegna al neon e, niente da fare: non si spegne. La frase è questa:

Si immerge nell’acqua e, accanto agli altri nuotatori solitari impegnati nelle loro vasche, si ritrova a pensare che tutti loro devono avere sicuramente qualcuno come Bren. Una persona, nel loro passato, che metterebbe in forse ogni cosa, se si presentasse nel momento sbagliato – o forse in quello giusto. Sicuramente non capita soltanto a lei.

Sicuramente non capita soltanto a Nora, protagonista del nuovo romanzo di Claire Daverley tradotto da Lia Celi ed Emma Celi Grassili, People in Love, edito da Rizzoli dopo il grande successo del bestseller Talking at Night.

Succede a tutti, infatti, di pensare: “Ma cosa sarebbe accaduto, se avessi scelto quella strada anziché questa?”. Succede a tutti di riflettere sui bivi della propria esistenza, di immaginare un orizzonte alternativo, e di cullarsi in queste rêverie, fantasticherie a occhi aperti che portano in un altrove non vissuto, talvolta desiderato, ma mai esperito.

Un concetto che, personalmente, mi affascina fin dai tempi della visione di Sliding Doors – il film del 1998 diretto da Peter Howitt con un’irresistibile e magistrale Gwyneth Paltrow – e che, in qualche modo, torna nelle immaginazioni fulminee di Nora e Bren.

Ma, prima, l’antefatto. È pieno inverno, siamo a Londra e Robin chiede a Nora di sposarlo, dopo 9 anni di relazione. Il primo è un fotografo, la seconda ricama e gestisce un caffè artistico con la sua socia e migliore amica Shay. Il matrimonio non era nei piani di Nora – “colpa” della madre Freja, ribelle, indipendente e allergica alle convenzioni e a «quella cosa inevitabile che si chiama patriarcato» – e giunge inaspettato, ma non le impedisce di dire di sì, per ben tre volte.

La superficie degli eventi è cheta, finché non si scatena l’onda che increspa tutto: Bren. Capelli rossi e occhi verdi, Bren è lo storico vicino di casa di Nora e il suo “migliore amico” – sebbene lui si sia trasferito dall’altra parte del mondo e comunichi con lei solo tramite sporadiche videochiamate e mail striminzite -, figlio di Josie e Jon, morto troppo presto di infarto sul vialetto di casa.

Proprio a causa dello shock subito dodici anni prima, Bren ha deciso di affrancarsi dal dolore e da una madre malata da tempo e di fuggire, gettandosi nel mondo e nelle sue avventure, tra sport estremi, montagne da scalare e nuove esperienze e culture da scoprire. Sempre alla ricerca di quel «qualcosa di più» di «una vita in un appartamento con una sola camera da letto e un mutuo da pagare e serate film ogni venerdì». Quel qualcosa che riempia un vuoto mai colmato.

Ma c’è solo una persona a cui non può resistere: Nora. Ed è così che, quando apprende via mail della festa di fidanzamento, Bren decide di tornare a Londra e, con il suo ritorno, accogliere la sofferenza di un lutto mai superato e le conseguenze di una fuga non annunciata, che ha destabilizzato la ragazza che ha sempre amato costringendola, così, a «prendere un altro treno» (a proposito di sliding doors).

Quando si ritrovano faccia a faccia, dopo più di dieci anni dall’ultima volta in cui si sono guardati negli occhi, il garbuglio di insicurezze e “forse” si frappone tra Nora e Bren. Sopraggiunge il tempo delle confessioni (a se stessi e agli altri), dei piani sconvolti e delle deviazioni esistenziali, delle speranze, delle paure e dei sogni per un futuro diverso, intriso di “Se..” e “Magari…”.

Quello di Daverley è un romanzo sulle domande: quelle scomode, quelle che nessuno vuole porsi, quelle che potrebbero scombinare un destino a cui si è affezionati e che si è scritto, giorno dopo giorno, momento dopo momento, ricordo dopo ricordo.

Domande che ci poniamo anche noi, mentre entriamo in punta di piedi nelle vite di Nora, Robin, Bren, Freja e Josie, e viviamo con loro dubbi, dissidi interiori e desideri sopiti. È inevitabile farsele, perché la scrittura dell’autrice bestseller è ipnotica: un lungo e scorrevole flusso di coscienza collettivo, che prende le forme di un dialogo quasi ininterrotto tra le parti di sé e i protagonisti della vicenda, e ci lascia senza respiro per l’intensità e la potenza con cui ci costringe a guardarci allo specchio e chiederci: dove saremmo, se non fossimo qui?

Perché, come precisa Nora:

Fare delle scelte e portarle fino in fondo, significa che ci sarà sempre qualcosa che avrebbe dovuto o potuto essere e non è stato, ma questo va bene. Significa essere umani. Questo significa vivere davvero. Non significa che c’è qualcosa che non va.

People in Love

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Giù fino al fiume | Elizabeth Gilbert

  • Chi dovrebbe leggerlo: chi ha amato qualcuno in modo disfunzionale, o è stato amato così, o chi ha una dipendenza da cui è complesso liberarsi;
  • Perché leggerlo: perché Gilbert si mostra vulnerabile senza protezioni e racconta la dipendenza affettiva come condizione da gestire, non come colpa;
  • Consigliato a chi ha apprezzato: Rinascere di Leslie Jamison (Mondadori, traduzione di Laura Serra): medesima commistione di memoir e disamina sincera, delicata e commovente della dipendenza.

Ho scoperto di essere una dipendente affettiva quando avevo 23 anni. Nonostante la giovane età, stavo fronteggiando l’ennesima rottura di una relazione in cui avevo dispiegato tantissimo amore e tantissime energie (alert: in soli due mesi di frequentazione). Sentivo la mia autostima inabissata in meandri imperscrutabili. Mi percepivo come una persona senza valore, senza possibilità di ricevere amore e sentire appagate le mie insicurezze ed esigenze di affetto.

E poi, ho avuto un’epifania. Immersa in una conversazione con la natura, ho capito: non ero io il problema, ma la mia dipendenza affettiva. Una sorta di “mostro” che annebbiava vista, pensieri e gesti si era impossessato di me in tempi non sospetti, quando ero ancora una bambina in cerca di attenzioni e con un trauma da smaltire. La colpa non era mia, ma di questa entità senza nome (all’epoca). La mia responsabilità risiedeva nel gestirla e ammansirla, senza farmene travolgere: trattarla con cura e rispetto, mediante un percorso di psicoterapia e autoanalisi che mi ha rimesso in piedi.

Anche se, come afferma Elizabeth Gilbert, dalla dipendenza, forse, non ci si affranca mai del tutto. Ed è, credo, per merito della valanga di verità e della trasparenza emotiva che Giù fino al fiume – l’ultimo memoir dell’autrice di Mangia prega ama, edito da Einaudi e tradotto da Laura Noulian – mi ha travolto con tutta la sua veemenza.

Di primo acchito, potrebbe apparire come il racconto della storia d’amore dell’autrice con Rayya Elias, dapprima parrucchiera di fiducia, poi confidente, migliore amica e, infine, «la storia più bella della mia vita». In realtà, quello di Gilbert è un tuffo nelle proprie viscere, costellato di poesie, aneddoti e disegni, che ripercorre in modo brutalmente onesto il sentiero che l’ha condotta dalla più bruciante dipendenza affettiva e sessuale alla guarigione.

Ovvio: la relazione con Elias copre un lasso temporale e narrativo ingente. La prima cosa che ho fatto, una volta terminato il libro, è stata quella di recuperare interviste e foto delle due donne, sia insieme, sia separatamente. Avevo bisogno di dare una dimensione tangibile alle persone e alle loro vicende, dipendenze e sofferenze scritte su carta.

Il carisma di Elias è prepotente, proprio come emerge dal memoir. Così come è abbacinante lo sguardo d’amore che Gilbert le rivolge, in ogni sua parola e atteggiamento. È inusuale poter vedere le protagoniste di un libro, ma l’aspetto ancora più inusuale è sapere quello che nascondono i volti. E, soprattutto, sapere come va a finire.

La fine la conosciamo già dall’inizio. Rayya Elias, scrittrice, musicista, sceneggiatrice, regista, ma anche parrucchiera, (più o meno ex) tossicodipendente ed ex spacciatrice, è morta il 4 gennaio 2018 per una serie di tumori al fegato e al pancreas. Quello che non conosciamo, però, sono il paradiso e il conseguente inferno esperiti da Elias e Gilbert, irretite dalle reciproche dipendenza e dalla codipendenza l’una dall’altra.

Le due donne si conoscono nella primavera del 2000, «cioè tante di quelle vite fa che sembra quasi un evento accaduto su un altro pianeta, a una persona del tutto diversa». Il successo di Mangia prega ama era a un passo, «ma allora niente di tutto questo era ancora accaduto e, per il momento, la mia vita sembrava in buone condizioni». Ossia: «Un marito, una bella casa, un buon lavoro».

All’epoca, Elias svolgeva il lavoro di parrucchiera nel proprio appartamento, ed è proprio lì che, su suggerimento di un’amica, la scrittrice si reca per gestire la sua «chioma caotica e crespa». Gilbert ce la dipinge così:

Di molte persone mi sono innamorata a prima vista, ma non m’innamorai di Rayya Elias quel giorno. Anzi, dovettero passare altri otto o nove anni, durante i quali fummo a lungo ottime amiche, prima che provassi un simile sentimento per lei. Tuttavia, mi piacque subito. Era spiritosa, interessante, insolita. Sottoscrissi appieno il giudizio che ne aveva dato la mia amica: era una tipa davvero forte.

E, in effetti, è proprio così che successe. Passarono anni – anni di supporto lavorativo, emotivo ed economico, viaggi, red carpet, confidenze, impegni professionali, cinema, McDonald’s, festività, barbecue, infiltrazioni di botox e tanta, tanta vita -, prima che Gilbert si rendesse conto del proprio sentimento per la sua migliore amica e, di conseguenza, potesse confessarglielo.

Ormai ci presentavamo quasi sempre in pubblico come “Rayya e Liz” – commenta l’autrice -, e la gente si stava abituando a vederci in coppia. Ci si potrebbe forse chiedere che impatto avesse tutto ciò sul mio matrimonio, ma io mi ero convinta – grazie alle mie eccellenti capacità di costruire compartimenti stagni – che tra me e mio marito non ci fosse neanche l’ombra di un problema.

Di ombre, però, ve ne erano eccome, e sono emerse tutte insieme il 25 aprile 2016, quando Elias riceve la diagnosi di cancro. Il mondo di Gilbert va in frantumi. E pulsa forte un’esigenza: «Adesso doveva cambiare tutto. Adesso andava confessato tutto».

Prendono abbrivio, così, i 20 mesi successivi alla diagnosi e, insieme ad essi, la relazione d’amore, dolcezza e, al contempo, cattiveria e strazio delle due donne. Una storia possente, che Gilbert condivide con estrema generosità e dovizia di particolari, senza avere paura di mettere a nudo la propria vulnerabilità e gli spasmi della propria condizione di dipendente.

Merito, probabilmente, anche dell’ingerenza di Rayya, «la più schietta delle persone schiette», una persona che «amava la verità. La verità era la sua religione, la sua passione», il suo «porto sicuro». Una donna, soprattutto, «capace di far sentire chiunque a proprio agio: spiritosa, diretta e cordiale, andava sempre dritta al cuore della realtà umana».

Ecco: quello di Gilbert è un vero e proprio viaggio tellurico al cuore della propria realtà e di quella vissuta insieme a Elias. Una realtà intrisa di dolore, incertezze e ricadute nella dipendenza (dalle droghe, per Elias, e dall’affetto, per Gilbert), ma anche di acme di gioia e spiritualità, dove l’autrice si consegna totalmente nelle mani dei suoi lettori, con una sincerità sbalorditiva, fiera e lacerante.

C’è un lieto fine? Sì: per Rayya Elias, è consistito nell’andare «giù fino al fiume», accompagnata dalla «sua persona». Per Elizabeth Gilbert, è la presa di coscienza delle proprie voragini e l’abbrivio di un atto di cura: non di mariti, amanti, migliori amiche e amici, ma di sé e della propria «bambina». Alla ricerca della propria verità. Quello che possiamo ancora fare tutti noi: noi, che siamo rimasti.

La verità ha solide fondamenta – diceva Rayya – e non crolla mai. Quando tutto quello che hai attorno salta in aria o si dissolve, l’unica cosa che resta in piedi è la verità. Considerando che sarà comunque quello il tuo punto d’arrivo, tanto vale cominciare subito da lì, non credi?

Giù fino al fiume. Amore, perdita e liberazione

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Tante cose non le so | Elisa Levi

  • Chi dovrebbe leggerlo: chi è cresciuto in un posto dove il futuro sembrava già scritto da altri, senza vie d’uscita;
  • Perché leggerlo: perché trasforma la profezia Maya in una domanda privata e, al contempo, trasversale – restare o andare via?
  • Consigliato a chi ha apprezzato: L’acqua del lago non è mai dolce di Giulia Caminito (Bompiani): anche qui, troviamo una provincia che stringe e una ragazza che cerca il proprio riscatto.

La prima volta che il mio mondo è finito è stata a 15 anni, quando ho visto tutto nero e ho avuto il primo attacco di panico. Poi è successo ancora: sia che il mio mondo finisse, sia che avessi attacchi di panico. Anzi, spesso i secondi erano preludio del primo, e viceversa.

Il mio mondo è finito dopo la chiusura di una delle mie relazioni d’amore più importanti. È finito con la prima delusione lavorativa. E, di recente, è finito quando è mancato il mio zio preferito all’improvviso, per un arresto cardiaco, senza neanche il tempo di arrivare in ospedale.

Insomma, «la fine del mondo ce l’abbiamo dentro», come asserisce Lea, la protagonista del nuovo romanzo di Elisa Levi, intitolato Tante cose non le so, edito da SUR e primo libro della scrittrice madrileña a essere tradotto in italiano, da Marta Rota Núñez.

Lea “Piccola”, figlia di Lea “Grande”, si trova sul ciglio della sua vita: ha diciannove anni, vive in un paesino della costa spagnola di a malapena «duecento anime» e, il primo giorno del 2013, si ritrova su una panchina che si affaccia sul bosco in compagnia di un «forestiero», che ha perso il suo cane e, su consiglio di Lea, lo attende, inerte, senza intraprendere il bosco – considerato «traditore», perché «quando uno si addentra gli viene notte e non se ne accorge».

Lea approfitta di questo incontro imprevisto e racconta. Racconta che «tante cose non le so», ma anche che ha «una bella testa», e, quindi, tante cose le sa, e che «quelle che so, certo che servono anche da altre parti, servono persino in Cina». Racconta di sua sorella Nora, una ventiduenne intrappolata in un corpo di bambina con la «testa vuota», Nora che, come una neonata, «muoveva solo la bocca e lasciava colare la bava».

Lea racconta del suo adorato padre, «che tante cose non le sapeva, ma sapeva amare come pochi altri», morto a causa di un incidente sui campi e dell’incuria dei suoi datori di lavoro. Racconta dei suoi amici, gli unici giovani del paese. Racconta di Marco, che è «un toro da combattimento» ma ha il coraggio di piangere, Javier, bello, sorridente e di cui crede di essere innamorata fin da piccola, ma che non la ricambia poi così tanto, nonostante «i baci che mi chiede», e Catalina, zoppa, abbandonata dal padre alcolista e innamorata dell’amore.

E, soprattutto, Lea racconta dell’anno appena trascorso, il 2012, l’anno in cui sono arrivati i «nuovi forestieri dal Paese Grande» e sono successe le disgrazie che hanno condotto alla fine del mondo, il suo mondo, proprio come avevano predetto i Maya. Una paura, quella della fine del mondo, che inizia a invadere le poche stradine del paese e solletica la superstizione dei suoi abitanti. Come precisa Lea:

Nei posti piccoli, signore, le persone hanno bisogno di credere a qualcosa per riempirsi le giornate. Ed è venuto il giorno in cui uno di qui ha detto che era vero, che in alcuni posti lontani, lontanissimi, erano così convinti della fine del mondo che la gente stava cominciando a uscire di testa.

Lea, inizialmente, non ci crede. Ma la sua «pancia in fiamme» è un segnale: «Le fiamme indicano che c’è una decisione da prendere». E allora Lea racconta, si addentra nel suo bosco interiore e rende partecipi noi e l’uomo che aspetta il proprio cane delle sue pene, della sua vita che «ha iniziato a imbrogliarsi: si è cominciato a formare un nodo, e questo incendio mi si è piantato nella pancia». Lea ha le fiamme nello stomaco perché deve prendere una decisione: restare o andare via?

La sua, infatti, è una sofferenza radicata in una convinzione:

Io me ne voglio andare da qui. […] Io voglio vedere il mondo, trovare lavoro in città. Guadagnare dei soldi e spenderli come li spendono tutti: per uscire, per le attività extrascolastiche della mia futura figlia, per viaggiare all’estero, per la tecnologia.

Lea vuole smetterla di sentirsi «intrappolata tra queste quattro vie, una chiesa e l’alimentari». Lea vuole respirare, svincolarsi dalle zavorre che la soggiogano e sgrovigliare la sua vita. Lea vuole la libertà: ma a che cosa si è disposti, pur di ottenerla?

Con una lingua innervata di liricità e realismo magico, costellata di detti e credenze popolari, Levi analizza il “bilico” che precede le grandi decisioni esistenziali e ci immerge nei meandri di una provincia al contempo geografica ed emotiva, dove il futuro è già tracciato, ripetitivo e soffocante, e assume i contorni di un dubbio trasversale – rimanere o fuggire? -, che intacca ogni ambito e ogni età della nostra vita.

Un futuro da cui è possibile sottrarsi, ma solo se si ha il coraggio di morire e rinascere. Ancora e ancora. Perché, come riflette Lea, «forse la fine del mondo consisteva nel rimanere in vita molte volte».

Tante cose non le so (collezione SUR)

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Dandelion è morta | Rosie Storey

  • Chi dovrebbe leggerlo: chi ha una sorella con cui c’è un legame molto profondo e, in generale, chi ha perso una persona cara, di cui subiva le ingerenze;
  • Perché leggerlo: perché fruisce dello scambio di identità per parlare di lutto, ma in modo intelligente e ironico, mai scontato;
  • Consigliato a chi ha apprezzato: Le sorelle Blue di Coco Mellors (Einaudi, traduzione di Carla Palmieri): tre sorelle alle prese con la morte improvvisa della quarta, immerse in un intreccio di dolore, sostegno reciproco e ironia.

Finalmente è successo. Ho avuto il mio primo colpo di fulmine con un romanzo. Non sono una grande fan dei colpi di fulmine (nella vita e in letteratura), ma, dopo tanto sperare, posso dirlo: è accaduto.

Il colpo di fulmine è un incontro raro. Eppure, in questo caso, sinossi, copertina, intreccio, stile narrativo, originalità e conclusione si sono allineati in modo inconfondibile. E tutto è risultato armonico, godibile, autentico.

Partiamo dalla copertina: una donna con gli occhi azzurri, pelle color pesca e un dente di leone incastrato tra i capelli – simili a dei «boccoli elastici» che non si capisce se siano «biondi, bruni o rossi» – ci guarda, con un’espressione che sembra convogliare tristezza, audacia e una dolce sfrontatezza.

È bella e ipnotica, e con i suoi occhi fissi in quelli di chi la osserva sembra invitare chi le è di fronte ad avvicinarsi sempre di più, in un vortice magnetico. La sua bocca, carnosa e rossa, sembra quasi schiudersi, per confessarci una verità ineluttabile che, in realtà, sanno tutti. O forse no?

Il segreto è contenuto nel titolo: Dandelion è morta, il primo romanzo di Rosie Storey, edito da Neri Pozza e tradotto da Scilla Forti. Senza ombra di dubbio, uno degli esordi più scoppiettanti e carismatici degli ultimi anni. Quello di Storey, infatti, è un coacervo sapientemente articolato di ironia, elaborazione del lutto, amore, liberazione, erotismo e consapevolezza personale.

La narrazione è pervasa dalla presenza della donna menzionata nel titolo, Dandelion. Attraente, sicura di sé, maliziosa, «perfida, un po’ malvagia», ricca, ma anche ricolma di vitalità, simpatica, coraggiosa, protettiva: un vero e proprio «incendio indomabile». E, soprattutto, morta. A 39 anni, per una malattia imprevista e aggressiva.

Non l’abbiamo mai vista, eppure la sua personalità rifulge di una luce abbacinante, pulsa e contagia tutti coloro che ne parlano, e si propaga in maniera prepotente da ogni frase, ogni gesto, e, si potrebbe dire, perfino dal corpo di Poppy, la sorella più piccola di due anni e mezzo, rimasta senza la sua adorata, riottosa, folle e un po’ «stronza» Dandelion.

La gente diceva sempre che lei e sua sorella si assomigliavano tanto da poter essere confuse. E, sì, Poppy sapeva che i loro occhi (e i capelli, l’incarnato, la voce, la risata) e quasi certamente anche i loro scheletri erano all’apparenza intercambiabili, ma aveva sempre avuto la sensazione che il paragone con la sorella fosse fin troppo generoso, come paragonare un martedì mattina a un venerdì sera.

Poppy è devastata dal lutto, e subisce ancora l’ingerenza della sorella maggiore, anche a «duecentotrentuno giorni dalla sua morte»: in qualche modo buffo e un po’ morboso, si dissimula nel cono di luce di una donna esplosiva, che «creava scompiglio» e raffigurava «la seduttrice, colei che illuminava la stanza, la dea», capace di ammaliare chiunque gravitasse nella sua orbita. Poppy dorme nel suo letto, indossa i suoi abiti, i suoi anelli, i suoi cappelli, le sue scarpe, la sua sciarpa, si rifugia nella sua casa enorme (nonostante ad aspettarla nel suo, di appartamento, vi sia Sam, uomo insulso con cui è in una relazione infelice da 5 anni – odiato, ovviamente, dalla sorella).

E finge di essere Dandelion. Finge di essere lei quando, a causa di un incidente, necessita di un cellulare e prende in prestito il suo, conservato tra gli oggetti immacolati, e si imbatte nell’app di dating Hinge. Finge di essere lei anche quando legge i messaggi di Jake, risalenti a un anno prima, e decide di rispondergli, avviando, così, un cortocircuito in cui Poppy è Dandelion, ma Dandelion non è Poppy, e Jake si innamora (forse) di entrambe, in un intrigante quanto vertiginoso gioco di identità, fantasie, sdoppiamenti, idealizzazioni e abissi interiori.

Il susseguirsi degli eventi e degli equivoci scorre veloce, punteggiato di colpi di scena (tanti, ben architettati e brillanti) e pretesti per riflettere sul lutto e sulla sua elaborazione, sui traumi che incrinano la nostra infanzia e ci perseguitano da adulti e su quanta forza ci venga richiesta per decidere – in maniera piena, cosciente – di andare avanti, di costruire nuove fondamenta e dismettere i panni e i ruoli cui siamo stati soggiogati dall’incancrenirsi del tempo e delle circostanze.

Il romanzo di Storey – dalla scrittura magistrale: un amalgama perfetto di ironia, drammaticità e freschezza stilistica – è una disamina dolorosa delle bugie (spesso innocue e inconsapevoli) che raccontiamo a noi stessi per dare un senso ai contorni sfrangiati della nostra realtà. Quella realtà che spesso ci sfugge e si rende incomprensibile, annegandoci in sovrastrutture e convinzioni che ci incatenano e ci ammalano.

Ma è anche, e forse soprattutto, un romanzo sull’amore. Non solo e necessariamente quello romantico, ma quello puro e inossidabile, che unisce due sorelle che «si sovrappongono», una madre che non c’è più e un figlio abbandonato, un padre che non è stato degno del suo ruolo e un adulto che decide di perdonarlo, due ex coniugi che trovano il modo di volersi bene e un bambino e il suo patrigno.

Un amore in grado di superare gli anni, l’assenza e le divergenze, di plasmarsi e prendere nuove forme. Nonostante la fine. Nonostante la morte. Perché, come ci ricorda anche l’autrice nei suoi ringraziamenti conclusivi, «l’amore non finisce con la morte». E, prima della morte, dobbiamo – sempre, obbligatoriamente, senza riserve – «fare faville».

Dandelion è morta

Dandelion è morta

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Altre novità in libreria da leggere in autunno

«L’ha scritto lei, ma… ». Perché a scuola non si studiano le autrici | Johnny L. Bertolio

Lo sappiamo perfettamente: tra i banchi di scuola le autrici non trovano posto. O ne trovano molto, troppo poco. La responsabilità ricade, ovviamente, su una parola che conosciamo bene: patriarcato. Pregiudizi culturali, politici e di genere, unitamente a uno sguardo patriottico, coloniale e, naturalmente, maschile, hanno, infatti, contribuito a plasmare i canoni letterari che influenzano l’impianto scolastico costruito nel corso dell’Ottocento, corroborato, poi, dai manuali e dalle pratiche didattiche.

A scapito delle donne, eluse dai discorsi, dagli insegnamenti e dallo studio letterario. «L’ha scritto lei, ma… ». Perché a scuola non si studiano le autrici di Johnny L. Bertolio, edito da Tlon, si prefigge proprio questo scopo: riscoprire e portare alla luce le scritture delle donne, recuperando nomi rimossi e opere cancellate dalla didattica ed eradicando le giustificazioni fittizie alla base della loro esclusione. Con una prefazione di Maura Gancitano.

«L'ha scritto lei, ma....» Perché a scuola non si studiano le autrici

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Il corpo non dimentica | Violetta Bellocchio

Immagine. Caduta. Sicurezza. Hotel. Sono solo alcune delle parole di una mappa emotiva che, tra ricordi brucianti, dipendenza, relazioni tossiche, alcolismo, autosabotaggi, rabbia, vergogna e ricoveri in ospedale, conduce alla disintossicazione. La mappa è quella di Violetta Bellocchio, ripercorsa ne Il corpo non dimentica, originariamente edito da Mondadori nel 2014 e ora riproposto da 66thand2nd in una versione rivista e accresciuta.

Un vero e proprio diario di bordo che sottopone ad attenta disamina non solo i tre anni di alcolismo – «dai venticinque ai ventotto», anni che «non ci sono più», come avvolti in un mnemonico blackout -, ma anche il passato dell’autrice, intenta a scavare nelle sue vulnerabilità alla ricerca di quei tasselli di vita perduti che possano spiegare il puzzle del suo presente e lenirne le cicatrici. Un memoir che, in Italia, ha fatto scuola e afferisce a pieno titolo nella cosiddetta “letteratura del post-trauma”.

Il corpo non dimentica. Nuova ediz.

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Sorellanza. Femminismo e antispecismo | Martina Miccichè

Sessismo, classismo, specismo, razzismo e abilismo hanno tutte la medesima radice: la disumanizzazione. Ossia: la decostruzione dell’identità ai fini dell’oggettificazione, che trasforma tutte le tipologie di oppressi – siano essi le donne, gli animali o le persone razzializzate – in oggetti asserviti al potere dominante. Carne da macello, di femminicidi e ghettizzazioni. Come si interrompe questa spirale di disuguaglianza, azionata da una cieca logica di dominio?

Ce lo spiega Martina Miccichè nel suo nuovo lavoro, Sorellanza. Femminismo e antispecismo, edito da Il Saggiatore e manifesto transfemminista e antispecista in cui dolore e resistenza costituiscono i cardini e l’abbrivio di una teoria radicale che intende riunire, nella medesima lotta, soggettività umane e non umane. L’obiettivo, infatti, è costruire – e praticare – un’alleanza che si stagli come «più che umana», e che rappresenti le fondamenta di quella sorellanza che non conosce confini, ma solo similitudini.

Sorellanza. Femminismo e antispecismo

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A tutto il resto ci pensiamo dopo | Luigi Calabrese

Il lavoro e la solidarietà femminile possono rappresentare una via di fuga. Soprattutto quando sulla propria vita pesano le difficoltà economiche di una famiglia meridionale e la sofferenza della gelosia. O, perlomeno, sono una via di fuga per Lucia, protagonista del nuovo romanzo di Luigi Calabrese, intitolato A tutto il resto ci pensiamo dopo ed edito da Nona Edizioni.

Impegnata in una strenua lotta quotidiana per la tutela della propria dignità, Lucia difende a tutti i costi il futuro delle sue figlie, nate dal matrimonio con Giuseppe, tra segreti di famiglia e storie che si dipanano tra le risaie di Sibari e le strade di Frascineto e Cassano allo Ionio. Il romanzo è il primo titolo della collana Tracce, nata per scoprire voci inedite e talenti letterari che vogliono indagare la famiglia e le sue sfumature in maniera onesta e scevra di edulcorazioni.

A tutto il resto ci pensiamo dopo

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Non chiamateci figlie | Emma Knight

C’è un momento, nella vita, in cui si ha la netta sensazione che i genitori non siano più gli esseri “perfetti” idealizzati nel corso dell’infanzia, bensì esseri umani e fallibili. E, soprattutto, con segreti imperscrutabili e inaccessibili. È ciò che succede a Pen nel romanzo Non chiamateci figlie, l’esordio narrativo di Emma Knight edito da Garzanti e tradotto da Valeria Bastia. Pen lascia il Canada per approdare a Edimburgo, dove frequenterà l’Università. Cambiare continente, tuttavia, non la libera da una domanda che la tormenta da anni: perché i suoi genitori hanno divorziato all’improvviso, nonostante l’amore che li legava? E perché sono arrivati addirittura a non parlarsi più?

Prende, così, avvio la sua ricerca, alla scoperta dei segreti che innervano la sua famiglia. Una ricerca che la conduce nel castello di Lord Lennox, un amico d’infanzia del padre, dove, tra drammi personali, battute di caccia e saloni preclusi, Pen fronteggerà i nodi di non detti che hanno soggiogato lei e i suoi genitori. Venduto in oltre venti Paesi e finalista al Giller Prize, il romanzo di Knight ci pone un interrogativo: crescere significa trovare tutte le risposte?

Non chiamateci figlie

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