"Un mondo soltanto": intervista a Giulia Baldelli

Tessa, Cecilia, Virginia e Irene sono amiche indissolubili, quasi sorelle, e, in alcuni casi, anche qualcosa di più. Mediante il punto di vista di Tessa, assistiamo a 31 anni di amicizia, dissidi e increspature della vita, dall'adolescenza all'età adulta. Scopriamo "Un mondo soltanto", il nuovo romanzo scritto da Giulia Baldelli ed edito da NN Editore, giunto alla sua quarta ristampa.

Di solito, salvo rare eccezioni, considero i libri superiori alle 500 pagine alla stregua di un sequestro di persona. Si tratta sicuramente di un mio difetto “di forma”, ma oltre a una certa soglia inizio a soffrire. Questo non è successo con Un mondo soltanto, il nuovo romanzo di Giulia Baldelli edito da NN Editore (e ora alla quarta ristampa). O meglio: ho sofferto, sì, ma per alcuni risvolti dell’intreccio, non per la lunghezza. Ho letto 572 pagine come se fossero 100 o poco più. Il merito è di Tessa, Cecilia, Virginia e Irene e, naturalmente, della scrittura accogliente e ritmata di Baldelli.

Tutto inizia nel 1995, quando Tessa – figlia di Beatrice, ex tossicodipendente ora in comunità, accudita dalla coriacea ma benevola nonna Rita – cambia liceo, a Fano, e approda nella classe di Cecilia, Virginia e Irene, amiche indissolubili, quasi sorelle, e, in alcuni casi, anche qualcosa di più.

Lei, Teresa detta Tessa, che di amiche non ne ha mai avute, ma che è stata abituata a monitorare la madre come «un cagnolino obbediente, fedele», e che ha chiamato i soccorsi quando ha valicato i confini ed è andata in overdose. Lei, Tessa, che aveva «i denti schermati da larghe piastrine metalliche», non aveva «un look particolare» e possedeva «banali capelli a caschetto oro», si sente “vista” per la prima volta da quel trio magico di donne, confidenti e alleate.

E, giorno dopo giorno, anno dopo anno, intesse con ciascuna di loro un viscerale legame di amicizia, amore e sorellanza, dove le venature dei sentimenti spesso si confondono e si affastellano in un amalgama colorato di contrasti ed emozioni, tra scale antincendio, notti in discoteca, monolocali condivisi, romanzi e sentieri divergenti che non possono fare a meno di ricongiungersi.

Nascono, così, «le sante», che tanto sante non sono, come è naturale aspettarsi da adolescenti e, poi, giovani donne e, infine, adulte che prendono la vita a morsi, nutrono aspirazioni, lottano contro le ingiustizie (di ogni tipo: dall’omofobia alla violenza di genere, dal classismo al razzismo), si innamorano, si lasciano, affrontano lutti e perdite incolmabili, si sposano e fanno figli. E costantemente combattono con le proprie zone d’ombra e i demoni del passato, nascosti in oscurità ancestrali e sempre presenti.

Quello di Baldelli non è solo un romanzo sul potere salvifico dell’amicizia (perché sì: l’amicizia salva, anche quando non sembra, anche di fronte agli eventi più tragici), ma anche, e soprattutto, sul tempo. Il tempo che non sempre lenisce le ferite (anzi, talvolta le acuisce), il tempo che leviga gli spigoli e i ricordi, il tempo che ci offre un respiro più ampio sugli eventi, e ci consente di leggerli meglio, senza le ingerenze del presente.

Il lasso temporale affidato alla narrazione di Tessa ricopre, infatti, 31 anni esatti dell’esistenza delle quattro amiche e dei satelliti che orbitano loro attorno, tra amici e falsi amici, madri da ammirare e altre da rinnegare, nonne distanti ma vicine, padri manchevoli e intrisi di colpe e figli, desiderati, inaspettati, voluti.

Ne emerge la vita, con i suoi difetti, le sue complicazioni e, anche se spesso nascoste, le sue incoerenti bellezze. Un fiume in piena, fatto di detriti, cristalli di gioia e colpi di scena, che devia e sovrasta, e che non può essere arginato. Ma, in fondo, va bene così.

Ne abbiamo parlato direttamente con l’autrice.

La prima domanda, forse la più scontata ma anche la più curiosa: qual è stata l’esigenza che ti ha spinto a scrivere questa storia? Da quale “bocciolo” è nata e da quanto tempo la cullavi nei tuoi pensieri e nelle tue bozze?

Questa storia nasce dal desiderio personale e persistente di raccontare la storia di un’amicizia o meglio, la storia bella e dolorosa di quattro amiche. Un mondo soltanto non ha visto bozze, è nato così, quasi con la stessa successione di capitoli con cui si presenta. Però è stato qualche mese nei miei pensieri, prima che mi decidessi a scriverlo. Da scrittrice reticente agli avvii quale sono (come Tessa…), l’ostacolo maggiore è stata la mia iniziale ritrosia a cedere ad un desiderio intimo. Temevo infatti che una pulsione così personale mi allontanasse da una storia con un portato politico e un punto di vista critico sulla società, cosa che alla fine non credo sia avvenuta.

Tessa, Cecilia, Virginia e Irene sono ragazze e poi donne dai caratteri dissimili, se pur con delle assonanze: mentre Cecilia e Irene sono più “luminose” (al netto di drammi, dipendenze e profonde insicurezze che le attraversano), Tessa e Virginia sono più “spigolose”, dure, talvolta anche sfuggenti. Da quale donna è nato questo romanzo? E perché hai deciso di raccontarlo proprio mediante la prospettiva di Tessa? Percepisci delle affinità o dei punti di raccordo, con lei, rispetto alle altre?

Questo romanzo è nato con tutte e quattro le protagoniste insieme, ma la prima che ho messo meglio a fuoco è stata Tessa. Ho scelto la sua voce perché più affine alla mia, poco incline alla censura, alle assoluzioni veloci. Certo anche il punto di vista di Virginia sarebbe stato stimolante, ma Tessa ha quell’indecisione interna, quel suono a vuoto, frutto anche del vissuto di sua madre eroinomane che la rendeva per me e credo anche per le lettrici e i lettori assolutamente sfidante.

La foto di copertina potrebbe essere perfettamente uno degli scatti di Tessa, appassionata di fotografia e attenta a catturare i momenti significativi della sua amicizia con «le sante». Ho letto che è stata scelta dall’editore, ma ti è subito piaciuta. Facciamo un esperimento mentale: chi ritrovi, in quei tre volti, tra le quattro personagge principali della tua storia? E, secondo te, quale momento stanno vivendo, di cosa stanno parlando e come si sentono?

Questa domanda è un trampolino, va bene, tuffiamoci. La ragazza riccia è Irene, quella in secondo piano Virgi, la più determinata verso l’obiettivo con la borsetta nera è Cecilia. La fotografa è Tessa. Sono alla fermata della corriera, che le porterà da Fano al paesino della casa di Rita, la nonna di Tessa. Stanno parlando, un po’ discutendo, del fatto che Virginia non voleva più stare in spiaggia e ha costretto le altre ad andare via dal mare. Si sentono vive, si sentono di aver ancora una giornata lunghissima, e poi sono tristi per qualcosa, ma anche arrabbiate per qualcos’altro, e sono stanche perché la notte prima sono state in discoteca, ma sono anche felici. Funziona così secondo me, quel momento devastante, potente e tutto orizzonte che è l’adolescenza: un coacervo di emozioni contrastanti e istantanee.

Rita, la nonna di Tessa, ripete spesso alla nipote che «non esistono più mondi. Ce n’è solo uno. Uno soltanto». In quale direzione sta andando questo mondo, dal tuo punto di vista? È un posto che ti piace, in cui ti trovi a tuo agio, o lo patisci?

Ciò che rende per me difficilmente accettabile questo mondo è vedere che la tecnologia progredisce a ritmi stupendi e inimmaginabili eppure nulla o quasi di queste scoperte è messo al servizio dell’equità sociale e della ricerca di pace globale.

A proposito di mondo, a un certo punto Tessa riflette e afferma tra sé: «Intanto i figli crescevano e con quel mondo pieno di odio avrebbero dovuto fare i conti, magari un giorno sarebbero diventati odiatori oppure persone odiate e allora ci avrebbero domandato, voi adulti che cosa facevate mentre accadeva tutto questo?». In quanto madre di due figlie e un figlio, quale risposta ti sei data? E come si eradica questo odio?

L’odio si eradica solo in un modo: smettendo di odiare. È umano provare rabbia, ma in quanto madre delle mie figlie, di mio figlio e a prescindere dal mio ruolo materno anche solo come adulta (responsabile del futuro in genere dei più giovani), mi sforzo sempre di ricordare che una volta gettato odio questo scorre, si propaga di cuore in cuore e non si sa mai alla fine dentro contro chi si scaglierà. Prendiamo il linguaggio, come è triste sentire per strade persone adulte insultarsi oscenamente per un parcheggio… e se ad assistere ci sono bambini, come è ancora più triste.

Ancora in relazione ai figli, mi ha colpito molto una confessione di Marta (o, meglio, «l’Alessandrini»), madre di Cecilia e “ideale materno” di Tessa, quando a quest’ultima rivela che: «Di giorno organizzavo manifestazioni a favore dell’aborto, contro l’autorità della famiglia, e di notte fra le braccia di Lucio desideravo una figlia, non un figlio, che assomigliasse a noi. Non osavo confessarlo alle mie compagne di lotte, a quelle che insieme a me gridavano, siamo donne, siamo tante, siamo stufe tutte quante, temevo mi accusassero di incoerenza, io stessa mi sentivo debole e ridicola quando mi abbandonavo a questo desiderio cieco». A tuo parere, sussiste ancora questo “giudizio” nei confronti di femministe che desiderano figli?

Non credo, mi considero femminista e non ho mai sentito questo giudizio su di me.

Sempre in riferimento al desiderio: «Desiderare e volere non sono esattamente sinonimi. È più facile ottenere qualcosa che si vuole, rispetto a qualcosa che si desidera, ma le strade della volontà sono brevi, spesso noiose e insignificanti, quelle del desiderio più lunghe», afferma Linda, l’amica psicologa di Tessa. Questo romanzo è nato da un desiderio o da una volontà?

La spinta creativa è stata di puro desiderio. E il desiderio ha segnato la strada. Forse l’aspetto di volontà era più legato al voler costruire un mondo, popolare un romanzo che si prendesse il respiro di tanti anni e tanti personaggi. Uno scenario un po’ diverso rispetto ai miei precedenti romanzi.

Nel corso della narrazione si incontrano anche episodi di omofobia, razzismo e, soprattutto, violenza di genere. In particolare, mi ha arrecato dolore una frase di Giulio, in relazione a un uomo, perfino amico, che picchia la moglie: «Il marito di Ilenia fa schifo. Non capisco perché lei non lo denunci. Ma è una cosa loro». Quello che mi disturba di più è quel «è una cosa loro», che si insinua ancora troppo spesso nelle nostre vite. Dalla tua prospettiva di scrittrice e, dunque, di “osservatrice” del mondo, qualcosa sta cambiando (in meglio), oppure no?

Rimanendo sul nostro contesto sociale italiano: se penso ad esempio alla sensibilità di molti padri di oggi nell’esercitare il loro ruolo anche nell’accudimento, potrei dire che è migliorata. Poi però penso «ai fidanzati che ammazzano le fidanzate come mosche» per usare parole di Rita e allora inorridisco e mi dico: cosa sta succedendo? Quanta brutalità e disumanità. E come se non bastasse dobbiamo ancora perdere le nostre energie, la nostra attenzione di collettività ad ascoltare chi dice che non ha senso istituire il reato di femminicidio. Questo mi esaspera.

A proposito di uomini, tra i personaggi dipinti, di fatto, non se ne salva quasi nessuno, a eccezione di Joel. Siamo – direi purtroppo – messi tanto male?

Nei confronti delle figure maschili di questo romanzo (che attenzione, non hanno l’ambizione di rappresentare tutto il genere umano maschile!) non ho avuto molta pietà, ma non ho dovuto inventare pressoché nulla. Altrettanto dura credo di essere stata con le donne. Certo, in Un mondo soltanto non mi sono curata molto della salvezza dei personaggi maschili, non perché non possa avvenire ma perché in questa storia non mi interessava. Ho esercitato un mio diritto di libertà narrativa. A due mesi dalla pubblicazione, mi pare di capire che tante lettrici e anche tanti lettori abbiano colto le motivazioni, non giudicanti, di questa mia scelta.

Sia a Irene, sia a Ilenia, Tessa fornisce il contatto di Linda o di qualche suo/a collega psicoterapeuta. Perché Tessa, invece, non è mai andata in terapia? Da dove deriva questa scelta?

Non lo so. Non me l’ha spiegato… Tessa è un po’ fatta così, certe cose non le dice, le tiene per sé e a lungo…

In uno dei momenti più delicati dell’intreccio, Tessa dice a uno dei suoi figli, Valerio: «Le colpe dei genitori non ricadono sui figli». Credi davvero sia così? E come si fa a non farsi soggiogare dai demoni del passato, che, troppo spesso, sono plasmati inconsapevolmente proprio dai genitori e dalle loro “colpe”?

Sì, non solo lo spero, ci credo. Per usare parole di Virginia: «Ognuna di noi è ciò che davanti a ogni scelta della vita decide di essere, a prescindere da chi l’ha messa al mondo.»

Con la madre Beatrice, prima, e con la nonna Rita, dopo, Tessa sembra quasi preferire farsi “scivolare” tra le dita il tempo a disposizione con loro, senza afferrarlo, senza approfittarne: quante volte lo facciamo anche noi, nella nostra quotidianità? Qual è il tuo modo – se c’è – per desistere a questa tentazione e vivere a pieno il tuo tempo?

Forse l’unico modo è rimanere vicini ai propri desideri, a ciò che si vuole veramente, nel nostro nucleo più intimo, difendendosi nei limiti del possibile dai condizionamenti esterni.

Dopo molti anni e innumerevoli avvenimenti, a 45 anni Tessa si ritrova tra le mani una scatola piena di foto, scontrini, elastici, musicassette, campioncini vuoti di profumo, diari e ricordi dell’adolescenza: c’è qualcosa (o qualcuno) che conservi della tua, e a cui sei particolarmente legata?

Qualcosa: i foglietti con le scritte sciocche delle amiche. Qualcuno: le autrici (non tutte) dei foglietti.

Ora che il libro vive ed è “nel mondo”, a chi ti capita di pensare più spesso, tra Tessa, Cecilia, Virginia e Irene? E quale vorresti che fosse il loro insegnamento, lascito o testimonianza, se tali vogliamo definirli, alle sue lettrici e ai suoi lettori?

A tutte e quattro indistintamente. Poi c’è un passaggio del romanzo a cui penso di più, ma non lo svelo…! Insegnamento? Forse un suggerimento, si può sempre perdonare se stessi, a patto di ammettere gli errori.

«Questo è il mio primo vero romanzo – afferma Tessa – perché è l’unico che mi ha permesso di compiere un viaggio da una me a un’altra me. Non so dire chi fossi prima, né chi sono ora, ma so che ho iniziato a scriverlo da sola, ora invece non lo sono più». E tu quale “me” sei, dopo questo romanzo?

Una me, un pochino (mica tanto eh) più in pace.

Un mondo soltanto

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