Ode a Gloria Jean Watkins, ribelle sin dalla scelta del nome: bell hooks | Roba da Donne

bell hooks si scrive proprio così, tutto minuscolo e senza paura di sbagliare. Per Gloria Jean Atkins non è un semplice nom de plume, ma un nome da battaglia ispirato a quello della mamma e della nonna, come spiegava in una vecchia intervista su Repubblica. Scelto “per minimizzare l’individualità del nome”, la accompagna dalla fine degli anni Settanta, quando ha iniziato a scrivere di femminismo intersezionale.

All’inizio del movimento, pensavamo che non servisse sapere “chi” parlava, ma quello che diceva. Volevamo contrastare la tendenza a diventare proprietari delle idee. Le idee devono circolare, e non importa chi le ha formulate per primo.

I diritti delle donne afroamericane sono al centro di uno dei suoi saggi più amati, Elogio del margine, finalmente ristampato e in un uscita a breve per i tipi di Tamu, una pregevole casa editrice che si occupa di femminismo e tematiche sociali.

Razzismo e sessismo sono sistemi interconnessi di dominio che si rafforzano e si sostengono a vicenda.

Elogio del margine-Scrivere al buio

Elogio del margine-Scrivere al buio

Il margine raccontato da bell hooks è un non luogo fatto di mille altri posti e pensieri in cui si concentrano gli slanci della resistenza femminista afroamericana, costretta a confrontarsi costantemente con un mondo dominato dall'oppressione.
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La prima ribellione

bell hooks nasce come Gloria Jean Watkins nell’ancora segregatissimo Kentucky del 1952, in una famiglia numerosa e con pochi mezzi economici. Crescere nel profondo Sud segna la sua infanzia, instillandole la paura di fare o dire la cosa sbagliata: ed è per questo che inizia a rifugiarsi in un mondo tutto suo, fatto di parole.

Appassionata lettrice, inizia il suo percorso scolastico in scuole pubbliche segregate, dove si sente però accolta e stimolata. Il passaggio alla scuola integrata, con insegnanti e studenti prevalentemente bianchi, è traumatico e incide molto sulla sua coscienza civile. Grazie a una borsa di studio si laurea in inglese presso la Stanford University nel 1973 e consegue il master in inglese presso l’Università del Wisconsin-Madison nel 1976.

Comincia a combattere contro il ruolo in cui la sua famiglia e la società cercano di relegarla, legato all’ideale docile che plasma l’identità femminile nera. Lei preferisce altre figure chiave, come quella di Sojourner Truth (che citerà per il titolo del suo primo saggio) e dello scrittore afroamericano James Baldwin, a lungo attaccato dalla stessa comunità nera per aver “osato” parlare di omosessualità. Questo rifiuto di essere complice nel perpetuare la propria oppressione definirà tutta la vita e la carriera di Gloria Jean Watkins.

Si consente una sola identità agli individui, come se portassero ciascuno una maschera, che imponga un comportamento da stereotipo, ben preciso e prevedibile. E, soprattutto, questo vale per le idee. O è giusta questa, o è giusta quella opposta: una sola ha diritto di esistere ed avere valore. Una è la verità. E io chiedo: ma perché? Perché non possono esserci due verità che convivono? O due identità in una stessa persona, entrambe valide? Perché non possiamo esistere a tutto campo, dando voce e cittadinanza a tutti i “noi” che abbiamo dentro? Perché non possiamo aprirci alla complessità?

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Il primo libro come bell hooks

Mentre sta ancora studiando per il suo dottorato, Gloria Jean Watkins scrive una raccolta di poesie e il suo primo saggio sul femminismo Ain’t I a woman?, che raccoglie i suoi primi sforzi per aiutare le donne nere a inserirsi nel movimento femminista mainstream. Il suo alter ego bell hooks è già nato: inizia così a interrogarsi e riflettere sull’assenza di afroamericane nei corsi di studio dedicati alla teoria femminista, in quel momento ancora “dominati” da un gruppo di donne bianche, istruite all’università, della classe medio-alta che avevano poco o nessun interesse nelle preoccupazioni legate al razzismo.

Secondo il femminismo della seconda ondata, tutti i sistemi di oppressione derivavano dal patriarcato, una tesi respinta con forza da bell hooks. Crede piuttosto che i diversi tipi di oppressione siano interconnessi e che dipendano da prospettive diverse (ma vicine) determinate da classe, sesso, razza e genere, la teoria su cui su fonda il femminismo intersezionale. Questo è quello che intende quando parla di “patriarcato capitalista suprematista bianco imperialista”.

Le sue posizioni vengono inizialmente considerate radicali perché minano l’idea che tutte le donne siano legate da un’esperienza comune, l’elemento fino a quel momento considerato cruciale per forgiare la solidarietà femminista e mantenere l’unità politica. Per bell hooks la sorellanza non è una cosa così semplice.

Fintantoché le donne usano il potere della classe e della razza per dominare altre donne, la sorellanza femminista non potrà essere realizzata appieno.

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Il lavoro come ricercatrice

Nella sua carriera di ricercatrice e docente universitaria, Gloria Jean Watkins riflette su come le donne di colore si siano spesso trovate strette tra il razzismo e il patriarcato. Inizia così ad articolare una sua teoria femminista dell’empowerment accessibile alle persone di colore, accusando le femministe bianche privilegiate di non essere riuscite a creare solidarietà politica con donne di diverse etnie o classi socioeconomiche.

Introduce anche un concetto molto importante: l’uomo non può essere solo nemico. Se deve esserci una vera liberazione per le donne, anche gli uomini devono svolgere un ruolo nella lotta per smascherare, confrontarsi, opporsi e trasformare il sessismo. L’attenzione di bell hooks al concetto di marginalità, all’interno e all’esterno del sistema accademico in cui ancora oggi si muove e lavora, la porta a studiare produrre molti libri e altri scritti, tutti accomunati dalla necessità di inserire una dimensione autocritica nella teoria femminista.

Non ci sarà alcun movimento femminista di massa fino a quando le idee femministe saranno comprese solo da poche persone ben istruite.

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