Belle di Faccia: Non siamo la setta delle sacre culone, ma magro NON è superiore

L'uscita del libro "Belle di faccia, tecniche per ribellarsi a un mondo grassofobico" di Mara Mibelli e Chiara Meloni è il primo testo italiano a occuparsi di Fat Acceptance.

Esce oggi, 16 febbraio 2021, un libro che a molte persone risulterà indigesto. Si tratta di Belle di faccia, tecniche per ribellarsi a un mondo grassofobico di Mara Mibelli e Chiara Meloni (impreziosito con le illustrazioni di quest’ultima) con una prefazione di Irene Facheris.

Belle di faccia: Tecniche per ribellarsi a un mondo grassofobico

Il libro nasce dal progetto che le due autrici hanno aperto su Instagram nel 2018, l’account Belle di faccia, divenuto poi un’associazione nel 2019, con cui hanno iniziato a scardinare l’impianto grassofobico della nostra società, che è tanto immenso quanto invisibile, per coloro che hanno il privilegio di poterlo ignorare. A spingere le due donne, come affermano loro stesse su belledifaccia.it, la “necessità di riportare i corpi grassi al centro del movimento body positive italiano, con un particolare focus sulla Fat Acceptance e Fat Liberation”.

Avevamo già conosciuto Mibelli e Meloni in occasione di questa intervista:

Merito del libro è anche la grande attenzione verso il linguaggio, le due autrici hanno infatti fatto uso dello schwa (che ritornerà in questa intervista) in rispetto all’ideale di inclusività che è proprio del femminismo intersezionale, che non può essere slegato dalla Fat Acceptance per essere definito davvero tale.

Si tratta di un libro di cui avevamo un estremo bisogno, è infatti il primo testo italiano a occuparsi del tema. C’è ancora molta difficoltà nel capire quali siano i propositi della Fat Acceptance, da un lato schiacciata dallo spauracchio della promozione dell’obesità, dall’altro diluita dalla body positivity mainstream. Ed è proprio da qui che siamo partiti per l’intervista a Mibelli e Meloni: Fat Acceptance e body positivity non sono la stessa cosa, tanto che nel libro scrivete “avete la libertà di intrattenere una relazione complicata con la vostra immagine”, insomma niente frasi motivazionali “ama te stessa” o “sei bella come sei”, è un altro il fine ultimo del vostro movimento, che voi condensate nella frase “lo scopo è smantellare la bellezza come valore indispensabile per vivere in pace”. Vi andrebbe di spiegarlo?

La body positivity mainstream ha spostato il focus dalla società, che essendo profondamente grassofobica ha la responsabilità del modo in cui le persone grasse vengono discriminate e deumanizzate, all’individuo che ora porta il peso di doversi accettare e amare a tutti i costi. Inoltre, ha messo al centro del discorso la ricerca di una bellezza più democratica anziché lo smantellamento della bellezza come valore portante e presupposto per essere inclusǝ e per condurre una vita piena e soddisfacente.

La lotta per la liberazione della parola grasso dalla sua accezione negativa rischia di apparire come un circolo vizioso. Come si può privarla di tale accezione se, di fatto, essere grassi comporta, nella nostra società, molte complicanze negative?

Per quanto riguarda la liberazione della parola grasso dallo stigma, innanzitutto chi non lo è potrebbe smettere di usarla in modo improprio come insulto e iniziare a utilizzarla in modo neutro, come un semplice descrittore. A chi invece è grasso consigliamo di far pace con questa parola e di riappropriarsene perché lo riteniamo un gesto rivoluzionario.

Quanto credete che incida nel rendere difficilmente comprensibile la Fat Acceptance il fatto che “la lotta al grasso” sia considerata una lotta contro un nemico astratto? Pur senza difficoltà, per le persone comuni è facile comprendere perché omofobia, razzismo o abilismo siano sbagliati: si scagliano contro delle persone. La lotta al grasso invece è vista quasi come una lotta a un virus, a una malattia, dove, se ci sono persone coinvolte, sono persone che devono essere liberate dal grasso, un’entità che (a differenza della sessualità, dell’etnia o delle disabilità) può essere “debellata” semplicemente “alzando il culo dal divano”.

Pensiamo che forse imparare a riconoscere i gesti discrimatori più violenti e lampanti non sia così difficile se non si è totalmente stronzǝ, ma il problema sta nelle microaggressioni quotidiane anche da parte di chi pensa di essere woke [persone attente alle tematiche della giustizia sociale, ndr] : ad esempio pietismo e inspiration porn quando si parla di disabilità ma anche di grassezza ma anche la mancanza di tatto e la curiosità morbosa quando si parla delle esperienze delle persone trans. La differenza è che il grasso è considerato una colpa e un fallimento del carattere della persona, perché la diet culture ci ha convinto che le persone grasse lo siano per la stessa ragione e che ogni corpo grasso sia una condizione transitoria che può essere cambiata con dedizione e sacrificio.

In un passaggio importante del libro scrivete che l’obiettivo della fat acceptance non è imporre nulla a nessuno: il linea con i principi femministi, è un movimento che punta alla libertà e all’autodeterminazione, diete comprese. Cosa che dovrebbe tranquillizzare tutt* coloro che temono che vogliate obbligare le persone a cambiare i propri gusti estetici. Al tempo stesso, sottolineate però che ricorrere ai prodotti di bellezza per risolvere i propri problemi di autostima rischia di essere controproducente, dato che le vendite di quei prodotti fanno leva proprio sulla scarsa autostima. Come conciliare quindi la sacralità dell’autodeterminazione con lo smantellamento di un’industria della bellezza che fattura miliardi sfruttando le insicurezze delle persone?

Non crediamo di aver usato esattamente queste parole, specialmente sui prodotti di bellezza: non è detto che utilizzarli ti renda vittima degli standard, è semplicemente necessario rimuovere l’obbligo, imposto soprattutto alle donne, di conformarsi ai dettami di un’ideale di bellezza per essere considerate femminili (ricordiamo che la femminilità è un costrutto sociale che esige una performance che non è naturale ma indotta). Insomma, dovrebbe essere accettabile decidere di truccarsi oppure no, depilarsi o meno, avere un corpo grasso, uno magro o atletico e non dovremmo dare un valore morale a nessuna di queste cose.

Nel libro parlate di thin privilege, ovvero il privilegio che deriva dall’avere corpi conformi agli standard, cosa che però molti non sono disposti a riconoscere, soprattutto coloro che magari a tale privilegio ci sono giunti con fatica, sottoponendosi sì a un sistema dispotico che considera idonei solo alcuni tipi di corpo, ma di fatto rimane difficile per tali persone abbandonare un privilegio conquistato con sacrifici. Come riuscire a convincere tali persone che “se bella vuoi apparire un po’ devi soffrire” non è un mantra né obbligatorio, né universale e in realtà nemmeno molto sensato, dopo aver “sofferto” così tanto?

In realtà non abbiamo fondato la setta delle sacre culone e quindi il nostro intento non è quello di convincere nessuno a fare qualcosa che non vuole fare con il proprio corpo. Semmai, se proprio volessimo fare proseliti, il nostro scopo e far capire a chi crede di essere moralmente superiore perché fa di tutto per conformarsi che invece la scelta di chi non lo fa è valida quanto la sua.

Dedicate un intero capitolo a ciò che è considerato “l’elefante nella stanza” nelle discussioni riguardanti la fat acceptance, ovvero il discorso sulla salute, non è raro infatti che anche a fronte della semplice foto di una donna grassa in costume, molti lancino la tanto abusata accusa di “promuovere l’obesità” (come se l’esistenza stessa della donna fosse un atto criminale). Nel libro però riuscite a trasformare l’elefante in un topolino, nel momento in cui vi svincolate da ciò che in effetti dovrebbe essere solo una competenza medica, per concentrarvi invece su un concetto basilare: “ognuno merita dignità e rispetto a prescindere dal suo stato di salute”.
Un concetto che per le persone grasse viene spesso disilluso, a causa dei bias che affliggono alcuni medici (come scrivete voi stesse, l’odio per il grasso è nato ben prima che la medicina se ne occupasse), ma cosa rispondereste a coloro che, seppure riconoscendo la legittimità della pari dignità per ogni persona, malata o meno, credono che la grassofobia con tutte le sue declinazioni possa avere un compito di deterrente nello spingere le persone lontane da una situazione potenzialmente insalubre? Parlo di coloro (che guarda caso difficilmente sono grassi) che temono che lo smantellamento di questo sistema discriminatorio possa favorire l’aumento di problemi medici legati al grasso e che quindi, in fondo, la grassofobia sia il “male minore”.

La grassofobia, per come la conosciamo ora, è iniziata all’incirca nel 1800 insieme all’industria delle diete e circa cento anni prima della preoccupazione medica per il grasso. Durante gli anni 90 del secolo scorso il disprezzo per il grasso e la diet culture hanno conosciuto il loro periodo più fulgido e splendente. Prendersi gioco delle persone grasse era la quotidianità ed Eddie Murphy da solo ha contribuito considerevolmente alla produzione di fat suit, eppure nonostante gli elettrostimolatori, i frullati, i dvd di aerobica delle star e i bulli la gente continua continua a essere grassa quanto e anzi più di prima. Serve altro per far capire che quello della cultura delle diete e anche della grassofobia non sembra essere un genuino interessamento per la condizione di salute delle persone grasse, ma solo disprezzo camuffato da preoccupazione e che, se la salute fosse una priorità di chi fa questi discorsi, lo sarebbe anche quella mentale?

"L'odio per il grasso, insegnato alle donne affinché occupino meno spazio possibile"

Nel libro scrivete una frase che mi ha colpito: “anche gli uomini grassi disprezzano le donne grasse”. Non è una novità infatti che gli standard di bellezza influenzino più le donne che gli uomini, colpa anche di una rappresentazione mediatica che non ha mai aiutato, stigmatizzando i corpi femminili molto di più di quelli maschili. Cosa che si ripercuote anche nei tentativi maldestri di certi uomini di contribuire alla vostra causa, giudicandovi in base alla vostra capacità attrattiva. Perché questi tentativi (i commenti tipo “così c’è più da toccare” o “ mi sono sempre piaciute le donne formose”) non sono affatto utili e anzi sono controproducenti?

Noi capiamo perfettamente che spesso gli uomini che dicono frasi simili sono armati di tutte le loro migliori intenzioni, ma purtroppo non bastano. Il lavoro che c’è da fare in questo caso è quello di spiegare che quanto una donna sia considerate canonicamente attraente non è rilevante in una discussione che riguarda i diritti, la dignità e il rispetto di un gruppo marginalizzato. In sintesi, cosa irretisce piselli non è metro di giudizio o criterio per discutere della validità di tutti i corpi.

A proposito di commenti fatti con buona volontà, ma in realtà disastrosi, citate anche il “quanto siete coraggiose!” a commento di una vostra semplice foto in costume. Giustamente fate notare come il sottotesto dell’apparente complimento sia in realtà l’ennesima offesa per il vostro corpo (nella mente di chi commenta così inadeguato che ci vuole fegato per mostrarlo), al tempo stesso, però, sottolineate come l’atto di mostrarsi, anche con un semplice selfie, soprattutto con un corpo grasso, possa essere un atto rivoluzionario e quindi, in quanto tale, coraggioso. Accettereste quindi una lode al vostro coraggio in questo senso? In fondo ci vuole fegato davvero a sfidare le paure e i pregiudizi della gente. 

Per quanto la differenza possa sembrare sottile è invece importante distinguere l’accezione con cui si usa la parola coraggio quando si parla di corpi non conformi: una cosa è dire che qualcuno sia coraggioso solo perché, avendo un corpo grasso, si mostra tranquillamente, indossa abiti che mettono in evidenza il suo corpo, si scatta un selfie, insomma semplicemente esiste, un’altra è dire che ci vuole coraggio a prendere spazio, alzare la testa e combattere la grassofobia. In questo senso pensiamo non sia affatto un’offesa.

Nel libro parlate spesso dei vestiti, sottolineando come non sia affatto un argomento frivolo e infatti l’ho trovato molto efficace nella sua semplicità. Perché riesce a mettere in secondo piano tutte le dietrologie riguardanti salute, preferenze estetiche o giudizi morali, concentrandosi sull’aspetto che conta davvero, la discriminazione: perché più la taglia aumenta più i vestiti si fanno rari e noiosi? È un esempio che riesce a coinvolgere molte persone e che in un lampo rende chiaro come questi discorsi non siano astratti: la grassofobia ha un impatto reale nella vita di tutti. Avete altri esempi del genere che possano aiutare le persone a capire quanto sia importante la vostra battaglia?

Per chi ha un corpo conforme il reperire vestiti della propria taglia è qualcosa di normale e di scontato ed è difficile che si comprenda quanto invece l’abbigliamento sia fondamentale per navigare una società basata su come appari. Quello dell’abbigliamento è di sicuro l’argomento che meglio spiega cosa significa vivere in un mondo che non è progettato per accoglierti perché la grassofobia è tale che spesso anche persone con un corpo che di poco si allontana dagli standard hanno difficoltà. Gli altri aspetti della vita che si danno per scontati sono l’accessibilità agli spazi pubblici, la possibilità di viaggiare low cost o a prezzi vagamente accessibili a causa della dimensione delle poltrone, l’impossibilità di ricevere diagnosi mediche che non siano basate solo ed esclusivamente sull’aspetto fisico (e nei paesi dove la sanità non è pubblica vedersi negata un’assicurazione sanitaria), non doversi preoccupare del carico massimo dei mobili della propria casa.

Il vostro progetto ha avuto successo non solo per l’importanza dell’argomento, ma anche per la forza di volontà e l’integrità che avete sempre dimostrato. Avete evitato di allinearvi a una facilmente condivisibile body positivity mainstream e avete sempre puntato all’onestà del vostro messaggio, con il rischio di perdere consensi. Un comportamento che vi ha premiate, a livello social e anche ora con la pubblicazione del vostro libro. A tal proposito, come vi allineate rispetto al restante catalogo di Mondadori, che essendo una casa editrice molto generalista, ha tra i suoi anche titoli che si rifanno a quella diet culture contro cui combattete?

Non siamo mai state disposte a scendere a compromessi e non lo abbiamo fatto neanche questa volta. Mondadori non è una casa editrice femminista ma ci ha permesso di scrivere esattamente il libro che volevamo scrivere, senza nessuna censura, senza fare sconti alla diet culture. Come ci è già successo in altre sedi, questo libro, è un po’ un cavallo di Troia che ci permette di arrivare a persone che altrimenti non avrebbero mai sentito parlare di fat acceptance perché non fanno parte della nostra bolla femminista che ha già familiarità con questi concetti.
Per noi, ogni intervista su uno di quei giornali che per anni ci ha venduto senso di inadeguatezza, è la rivendicazione di uno spazio a noi ostile, è un piccolo seme che lasciamo in un terreno incolto, sperando che metta radici. In questi due anni, anche grazie al nostro lavoro, le riviste femminili hanno iniziato a usare termini come grassofobia e fat acceptance, ci rendiamo conto che questo accada soprattutto perché i media hanno intuito il potenziale di questi argomenti, ma pensiamo anche che ci permetta di parlare in Italia di un movimento che esisteva solo nella sua versione mainstream.

Articolo originale pubblicato il 16 Febbraio 2021

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