Accabadora, l'"ultima madre" che uccideva i moribondi e faceva nascere i bambini

La femmina accabadora è una figura leggendaria della tradizione sarda. Colei che dava la morte alle persone e il benvenuto alla vita ai nuovi nati è, ancora oggi, tanto affascinante da essere protagonista di film e romanzi.

Ben prima che si parlasse di eutanasia, biotestamento o di leggi sul fine vita le decisioni delicate sulla vita o la morte di persone giunte ormai al termine dei propri giorni erano affidate a una figura femminile ancora oggi avvolta in un fitto alone di fascino e mistero.

La femmina accabadora resta tuttora una figura a metà tra la leggenda e la tradizione popolare di una terra, la Sardegna, ricca di costumi storici ammalianti e di retaggi culturali che parlano di tempi antichi ma mai dimenticati; il mito vuole che tale personaggio entrasse in scena, appunto, nel momento del crepuscolo nella vita di una persona, di qualunque età essa fosse, per dare il conforto della “dolce morte”.

Poteva essere paragonata, insomma, senza voler azzardare blasfemie, all’Angelo sterminatore biblico, e con lo stesso rispetto e devozioni l’accabadora era trattata dalle famiglie da cui era chiamata a compiere la sua missione; non era pagata per adempiere alle sue mansioni, perché il pagamento per dare la morte a un congiunto era considerato non solo moralmente sconveniente, ma potenzialmente fatalmente avverso sul piano della superstizione.

L’accabadora entrava nella stanza del morente vestita di nero, con il volto coperto, e lo uccideva, recita sempre la tradizione tramandata, tramite soffocamento con un cuscino, oppure colpendolo con un bastone d’olivo (su mazzolu) sulla fronte o dietro la nuca con un colpo secco. Altrimenti lo strangolava ponendo il collo tra le sue gambe, certa dell’effimera resistenza della persona, ormai stremata e consunta dalla malattia.

Sull’esistenza effettiva o meno di questa “professionista della morte” che dava una primordiale forma di eutanasia, dicevamo, esiste più di un dubbio, ma alla pari di molte altre leggende che sono state capaci di tramandarsi, generazione dopo generazione, nei popoli, anche quella dell’accabadora, o meglio dell’accabadura – perché così è intesa la pratica nel suo complesso -, è giunta intatta fino a noi, espandendosi dai soli confini sardi per essere conosciuta anche nel resto della penisola, grazie soprattutto ai lavori di artisti che, incantati da questa figura, hanno deciso di scriverne, o di farne addirittura dei film.

Enrico Pau, ad esempio, così ha chiamato il film che a essa si ispira, uscito nel 2016, mentre la scrittrice Michela Murgia, che in Sardegna, nella provincia di Oristano, è nata, ne ha fatto un libro, ambientato nei primi anni cinquanta a Soreni, un piccolo paesino proprio dell’isola.

Accabadora

Proprio la Murgia ha quindi provato a spiegare meglio il ruolo nella società arcaica di questa donna perennemente vestita di nero, e perché la sua attrattiva risulta, ancora oggi, tanto forte da spingere a scriverne, a raccontarne.

Veniva affidato a lei l’incarico per non suscitare sensi di colpa, perché i parenti sfuggissero a sospetti di un secondo fine – ha spiegato la scrittrice in un’intervista a proposito del suo libro, uscito nel 2009 – Non veniva pagata, a volte le veniva dato qualcosa da mangiare. Perché lo faceva, allora? Agiva sul mandato della comunità in un contesto in cui i mandati comunitari soverchiavano la volontà del singolo. Spesso l’accabadora era anche la levatrice del paese, ‘sa femina pratica’, era la donna esperta, colei che sa che cosa fare quando è necessario farlo. Perciò era chiamata in diversi momenti della vita: la nascita e la morte.

Nei due momenti più importanti l’accabadora era lì; per dare il benvenuto alle nuove vite e l’addio a chi, invece, alla vita stava per rinunciare. Eppure, Michela Murgia non vuole descriverla come un’antesignana delle “infermiere della morte” moderne, perché, racconta

… Bisogna vederla in un’economia di sussistenza, magari la sua azione era richiesta per sollevare una famiglia dal peso. Perché, in quell’economia, una persona in quelle gravissime condizioni portava via braccia necessarie ai lavori. Non c’è in gioco la dolce morte ma la sopravvivenza dei sani. Nel caso della sofferenza della persona che lo chiedeva, lì l’accabadura era legittimata da un contesto sociale. L’accabadura è un atto sociale, l’accabadora è una donna che agisce per mandato della comunità in una situazione riconosciuta di necessità da tutti. Ricordiamoci che il cristianesimo non era ancora penetrato nella società. L’eutanasia come la viviamo oggi è la sublimazione di una solitudine del singolo che soffre e della famiglia che è l’unica che si fa carico di questo dolore.

Il ruolo dell’accabadora, quindi, era prettamente sociale, di sostegno non alla singola famiglia ma alla comunità nel suo complesso, troppo bisognosa di braccia per lavorare per sobbarcarsi il peso di un malato ormai terminale, da curare ma anche da considerare come “lavoratore in meno” a disposizione del paese.

La Sardegna degli anni ’50 descritta da Michela Murgia è un luogo che sembra spazialmente e temporalmente collocato ad anni luce dalla nostra società, un microcosmo a parte dove vivono non solo abbacadore che danno la morte e la vita, ma si perpetra, silenziosa ma vivissima, la tradizione dei fillus de anima, quella dei ragazzi affidati dai genitori biologici ad altre famiglie, molto spesso parenti.

 Io sono una fill’e anima – confessa Michela nell’intervista – È una cosa molto comune… È un patto sulla parola in un contesto in cui la parola vale come atto burocratico. È l’unico elemento autobiografico nel libro.

Accabadora, madri che affidano i propri figli ad altre madri; nel libro di Michela Murgia è forte la componente femminile, quasi assente quella maschile, a rimarcare la volontà, ferma, di sovvertire l’ordine patriarcale imposto dalla comunità del tempo, come in una sorta di beffa, di tiro mancino volto a far emergere l’impronta, comunque fondamentale, delle donne del tempo.

Quelle decisioni le prendevano le donne. In quel contesto l’uomo non ha il ruolo di tessere la comunità. […] Io sono cresciuta in un contesto di donne forti. In Sardegna il matriarcato è una cosa seria perché comunque il ruolo di dar coesione alla comunità è delle donne e non degli uomini, nel contesto in cui scrivo.

Che l’accabadora sia mai esistita o meno, il suo mito racconta indubbiamente una figura femminile diversa, mai sottomessa alla volontà dell’uomo, ma pienamente indipendente e, anzi, in un certo qual modo persino padrona delle vite altrui. Un’ideale femminile tanto in controtendenza rispetto a quel patriarcato così radicato nella società di quel tempo in cui, almeno si pensa, l’abbacadora agiva, da risultare straordinario, e forse, proprio per questo, intriso di leggenda. Sicuramente, quel tanto che basta per incantare, e per continuare a esistere, se non altro nell’immaginario delle persone.

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