Quando si parla di lotta alla mafia, spesso si racconta la storia di grandi personaggi – il maschile, in questo caso, non è sovraesteso – come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, di cui ricorre quest’anno il trentennale della morte, o quella di pentiti “celebri”, come Tommaso Buscetta, che con le sue rivelazioni ha permesso, per la prima volta, di ricostruire l’organizzazione e la struttura della criminalità siciliana.

La battaglia contro Cosa Nostra, però, è anche la lotta di uomini e donne, moltissime donne, comuni, che hanno sfidato il potere mafioso a rischio della propria vita. Come Carmela Iuculano, che per amore dei figli da moglie di un boss si è ribellata al clan mafioso diventando una collaboratrice di giustizia. La sua storia, raccontata da Carla Cerati in «Storia vera di Carmela Iuculano», è quella di «una bambina sognava di cambiare il mondo, e che poco più che adolescente ha finito per restare impigliata nella rete della mafia, oggi rischia consapevolmente la vita per dare un contributo alla lotta contro Cosa Nostra».

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Carmela ha appena 16 anni quando – dopo una classica “fuitina” – si ritrova legata a Pino Rizzo, che diventa suo marito due anni dopo. Pino è il boss di Cerda e la sua famiglia è legata a Nino Giuffrè, braccio destro di Provenzano, oggi pentito e condannato a 20 anni di carcere per la strage di Capaci. La loro non è una favola e non “vissero per sempre felici e contenti”. Violenza fisica, tradimenti, anoressia, depressione, alcolismo, arresti per mafia; la vita di Carmela è costellata da esperienze drammatiche, ma anche dalla nascita dei tre figli, che diventano la ragione per cambiare le cose.

A farle fare il grande salto da donna di mafia a collaboratrice di giustizia sono infatti Daniela e Serena, le figlie di 10 e 13 anni. Il 3 maggio 2004 Carmela finisce in manette, ma dopo una settimana è ai domiciliari per prendersi cura del figlio Andrea, di soli 17 mesi.

«Mamma, ti sembra giusto che in paese tutti ci salutino perché siamo figli di… per paura?». Le parole e lo sgomento con cui la accolgono le figlie sono un campanello d’allarme e una sveglia per Carmela, che capisce cosa deve fare: «Dovrò accusare vostro papà di cose molto brutte, persino di avere ucciso: saremo costretti a partire da soli, a non rivedere più né i nonni, né gli amici, né la nostra bella casa». A darle conferma che è la cosa giusta, arriva la risposta sussurrata di Daniela: «Mamma, noi però saremo tutti assieme!».

La moglie del boss, che gestiva i proventi delle estorsioni del marito, inizia quindi a parlare con i giudici Prestipino, Sava e Lari e non solo accusa suo marito di essere un estorsore e un assassino, ma svela come funzionavano i colloqui in carcere dei boss mafiosi che servono soprattutto per «dettare» ordini all’esterno attraverso bigliettini portati e consegnati dai cosiddetti «postini», tra cui la stessa Carmela, sfruttando i bambini per coprire le voci intercettate degli incontri.

Grazie alle sue dichiarazioni – per cui è stata condannata a 18 mesi per partecipazione ad associazione mafiosa, poi ridotti con il patteggiamento – facendo il nome di mandanti ed esecutori è riuscita a smantellare e mandare in carcere un intero clan, tra cui il marito, condannato all’ergastolo anche in appello.

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Se a darle il coraggio di fare questa scelta è stato l’amore per i figli, a cui voleva dare un destino diverso dal suo, il suo non è stato però solo un gesto egoistico, ma

ha cominciato a pensare che in Sicilia fosse possibile un cambiamento e a credere nell’utilità di quello che stava facendo. Piano piano le è nata la speranza di diventare un esempio per le mogli di altri mafiosi, per i figli nati in queste famiglie sbagliate. Ha cominciato a credere che anche altre persone possano ribellarsi e denunciare chi lede la loro dignità.

Oggi, a 36 anni, Carmela Iuculano vive con i figli e un nuovo nome in un luogo protetto.

Storia vera di Carmela Iuculano. La giovane donna che si è ribellata a un clan mafioso

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La vera storia di Carmela Iuculano, ex moglie di un boss di Cosa Nostra diventata collaboratrice di giustizia che con le sue deposizioni ha consentito ai magistrati di Palermo di ricostruire gli affari criminali di una cosca che faceva capo a Bernardo Provenzano, compreso il marito Pino Rizzo.
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Articolo originale pubblicato il 24 Maggio 2022

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