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Olocausto: storie di 4 bambini vittime dei campi di concentramento

Quattro storie, quattro bambini che hanno vissuto sulla propria pelle i giorni terribili nei campi di concentramento. Chi ce l'ha fatta e ha potuto raccontare in prima persona l'orrore a cui ha assistito, e chi invece in quei lager è morto. Per tutti loro, e per ogni singola vittima di quel genocidio, non esistono parole in grado di trovare un perché, perciò quello che possiamo e dobbiamo fare è solo ricordare in silenzio.

Il 27 gennaio è il giorno del dolore, della vergogna: è stato chiamato “il Giorno della Memoria” ma in realtà è il giorno in cui gli orrori del passato, le vergogne del nazifascismo, la barbarie subita da milioni di persone colpevoli solo di appartenere (o non appartenere) a un’etnia, tornano come fantasmi mai dimenticati. E, del resto, come sarebbe possibile riuscire a farlo? Il 27 gennaio è la giornata in cui si celebra la Shoah, ovvero, traducendo dall’ebraico, proprio la “desolazione, la catastrofe, il disastro”: quelli di un popolo che ha dovuto sopportare sulle proprie spalle per anni il peso del genocidio, della tortura, della sofferenza e dell’umiliazione morale.

Ormai, purtroppo è storia nota, nei campi di concentramento voluti dal governo di Hitler gli ebrei non solo venivano uccisi, ma brutalizzati, ridotti a larve o poco più, usati come cavie affinché gli scienziati del Reich conducessero veri e propri esperimenti di eugenetica. In tutto questo orrore, anche se sembra incredibile, fra i più colpiti ci furono i bambini: un milione e mezzo, questa la terribile cifra, quelli uccisi dai nazisti e dagli alleati, macchiati della sola colpa di appartenere a famiglie che erano giudicate “indesiderate”, non corrispondenti all’ideologia di regime. Di queste giovani vittime, più di un milione erano ebrei, le altre decine di migliaia erano zingari, polacchi, sovietici che vivevano nelle zone occupate dalla Germania, ma anche bambini tedeschi con handicap fisici o mentali provenienti dagli Istituti di cura.

Le sorti riservate ai più piccoli erano diverse anche se tutte ugualmente terribili: potevano essere uccisi al loro arrivo nei campi di stermini, subito dopo la nascita, o mentre si trovavano ancora negli Istituti che li ospitavano. Per i bambini nati nei ghetti e nei campi la sola speranza di sopravvivenza era che gli altri prigionieri li nascondessero; i più grandi, quelli dai 12 o 13 anni, venivano destinati al lavoro forzato o usati per esperimenti medici. Molti, però, furono quelli uccisi durante delle rappresaglie, o morti per denutrizione.

Esistono migliaia di storie, di chi ce l’ha fatta e di chi invece in quei campi ha perso la vita troppo presto, e tutte varrebbero la pena di essere raccontate. A volte ci è riuscito il cinema, altre la tv, altre ancora sono stati i libri a regalarci la testimonianza di quei bambini diventati ormai adulti, o rimasti per sempre nel mondo dell’infanzia.

Noi abbiamo scelto di raccontarvi quattro storie, attraverso la voce, o la penna, dei protagonisti.

1. Elie Wiesel

Lo scrittore americano di origine ebraica, morto nel 2016, fu prigioniero ad  Auschwitz, Monowitz e Buchenwald fra il 1944 e il 1945. Quell’esperienza lo segnò a tal punto da renderlo un uomo in conflitto perenne con Dio e la religione. Per i successivi dieci anni Wiesel non volle mai parlare di quei giorni terribili, ma poi iniziò a comporre “Un di velt hot geshiving“(“E il mondo tacque”, una bozza di autobiografia sulla quale sarebbe poi tornato varie volte), da cui è stato tratto il poema “La notte“, diventando fra i più grandi simboli dell’orrore dei lager. Wiesel raccontò di aver messo in discussione Dio soprattutto il giorno in cui vide il corpo di un bambino penzolare da una forca.

Ho visto altre impiccagioni, ma non ho mai visto un condannato piangere, perché già da molto tempo questi corpi inariditi avevano dimenticato il sapore amaro delle lacrime. Tranne che una volta. L’Oberkapo del 52° commando dei cavi era un olandese: un gigante di più di due metri. […] Aveva al suo servizio un ragazzino un pipel, come lo chiamavamo noi. Un bambino dal volto fine e bello, incredibile in quel campo[…] Un giorno la centrale elettrica di Buna saltò. Chiamata sul posto la Gestapo concluse trattarsi di sabotaggio. Si scoprì una traccia: portava al blocco dell’Oberkapo olandese. E lì, dopo una perquisizione, fu trovata una notevole quantità di armi. L’Oberkapo fu arrestato subito. Fu torturato per settimane, ma inutilmente: non fece alcun nome. Venne trasferito ad Auschwitz e di lui non si senti più parlare. Ma il suo piccolo pipel era rimasto nel campo, in prigione. Messo alla tortura restò anche lui muto. Allora le S.S. lo condannarono a morte, insieme a due detenuti presso i quali erano state scoperte altre armi. Un giorno che tornavamo dal lavoro vedemmo tre forche drizzate sul piazzale dell’appello: tre corvi neri. Appello. Le S.S. intorno a noi con le mitragliatrici puntate: la tradizionale cerimonia. Tre condannati incatenati, e fra loro il piccolo pipel, l’angelo dagli occhi tristi. […] I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi.

– Viva la libertà! – gridarono i due adulti.

Il piccolo, lui, taceva.

– Dov’è il Buon Dio? Dov’e? – domandò qualcuno dietro di me.

[…] I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora… Più di una mezz’ora restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti. Dietro di me udii il solito uomo domandare:

– Dov’è dunque Dio?

E io sentivo in me una voce che gli rispondeva:

– Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca…

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2. Anna Frank

Anna Frank ha redatto un diario per tutti i giorni, dal lunedì 15 giugno 1942 all’ 1 agosto del 1944, nei mesi in cui con la sua famiglia, di origine olandese, assieme ai Van Daan, si nascondeva in un rifugio. In quelle pagine la tredicenne descrive perfettamente la sua vita da segregata, consapevole di doversi proteggere dalle perquisizioni dei tedeschi che, anche in Olanda, con i loro rastrellamenti a tappeto andavano cercando famiglie ebree. Anche se potrebbe sembrare un romanzo di fantasia, purtroppo tutto ciò che c’è scritto nel diario è assolutamente vero, ed è un miracolo che sia giunto fino a noi, per poterci dare una testimonianza viva e concreta di ciò che la ragazzina ha vissuto e visto con i propri occhi fino al momento in cui, sfortunatamente, è stata presa assieme ai famigliari.

Moltissimi amici e conoscenti sono partiti, per una terribile destinazione. Ogni sera le automobili militari verdi o grigie scorrazzano qua e là, i tedeschi suonano a ogni porta e domandano se lì abitano anche ebrei. Se sì, tutta la famiglia deve seguirli, se no, vanno oltre. Nessuno può sottrarsi alla sua sorte se non si nasconde. Talvolta vanno in giro con delle liste e suonano soltanto là dove sanno di poter fare una ricca preda. Spesso si paga un prezzo per il riscatto, tanto per testa. Sembra la caccia agli schiavi, come la si faceva un tempo. Ma non e affatto uno scherzo, è una cosa tragica. Di notte, al buio, quasi vedo quelle file di innocenti che, comandati da un paio di quei figuri, camminano, camminano, coi loro bimbi che piangono, battuti e martoriati, finché cadono al suolo. Nessuno è risparmiato, vecchi carichi d’anni, bimbi, donne incinte, malati, tutti camminano insieme nella marcia verso la morte. Come stiamo bene qui, bene e tranquilli! Avremmo bisogno di ignorare tutte queste miserie, ma siamo troppo angustiati per tutti coloro che ci erano cari e che non possiamo più aiutare. Mi sento cattiva, io che me ne sto in un letto caldo mentre le mie più care amiche sono state gettate chi sa dove o sono già morte. Che angoscia, pensare a tutti coloro con cui mi sono sempre sentita intimamente legata e che ora sono caduti in mano ai carnefici più crudeli che esistano! E tutto questo perché sono ebrei! La tua Anna.

Voglio farmi avanti, non posso pensare di vivere come mamma, la signora Van Daan e tutte quelle donne che fanno il loro lavoro e poi sono dimenticate. Debbo avere qualcosa a cui dedicarmi, oltre al marito e ai figli! Voglio continuare a vivere dopo la mia morte! Perciò sono grata a Dio che mi ha fatto nascere con quest’attitudine a evolvermi e a scrivere per esprimere ciò che è in me. Scrivendo dimentico tutti i miei guai, mi rianimo e la mia tristezza svanisce. Ma, e questo è il problema, saprò scrivere qualche cosa di grande, diverrò mai giornalista o scrittrice? Lo spero, perché scrivendo posso fissare tutto, i miei pensieri, i miei ideali e le mie fantasie. 

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3. Oleg Mandić

Oleg Mandić è stato l’ultimo prigioniero a lasciarsi alle spalle l’insegna Arbeit Macht Frei affissa sopra il campo di sterminio di Auschwtiz Birkenau, in Polonia. Internato con la mamma e la nonna ad appena 11 anni come prigioniero politico, dato che il padre e il nonno erano partigiani amici di Tito. Oleg è sopravvissuto alle “cure” di Josef Mengele, il medico nazista noto come “Dottor Morte” per via dei suoi esperimenti di eugenetica sui pazienti. Si è rifiutato di parlare di quanto aveva vissuto e visto nel campo per dieci anni, fino a quando, adulto, è diventato giornalista, e ha iniziato a raccontare, descrivendo quegli otto mesi in un documentario, intitolato Gli anni di fatidiche esperienze della famiglia Mandić.

Domanda. Si ricorda quando sono venuti a prenderla per internarla?
Risposta. Era primavera, un giorno all’inizio di maggio. Avevano delle piastre metalliche e triangolari con scritto Feldgendarmerie (la polizia miltare nazista). Ogni volta che ci penso mi vengono in mente quelle patacche attaccate al collo.
D. Ve lo aspettavate?
R. Se eravamo preparati? Sì lo eravamo. Venivano da mesi a farci visita. Perché dal settembre del ’43, da quando cioè l’Italia era capitolata, mio papà e mio nonno avevano raggiunto i partigiani. Venivano e cercavano loro due nei sotterranei di casa.
D. Qualcuno le spiegò cosa stava accadendo?
R. Non era necessario. La guerra c’era già da qualche anno. E io ero abbastanza grande da capire.
D. Dove vi portarono?
R. Prima a Fiume e poi per due mesi al carcere Coroneo di Trieste. Poi dopo tre giorni e tre notti di viaggio, arrivammo a destinazione.
D. Non sapevate quindi dove eravate diretti?
R. Il secondo giorno di viaggio, aprirono il carro merci dove eravamo stipati per scaricare l’acqua e i barili pieni di feci. Sulla fiancata c’era scritto con il gesso: Auschwitz. Ma nel 1944, in piena Italia, non voleva dire nulla. Cosa voleva che capissimo?
D. Poi siete arrivati ad Auschwitz 2, Birkenau.
R. Siamo arrivati alla rampa, dove i prigionieri vengono selezionati. Gli ebrei andavano direttamente ai forni crematori e gli altri alla doccia. Lì ci hanno portato via tutto.

[…] In tutto Birkenau poteva ospitare 100 mila persone. Ci sistemarono nella baracca numero otto. Ci stavamo in 700. Io avevo superato i 10 anni. E in teoria dovevo essere mandato nella parte maschile.
[…] Mi scoprirono dopo due mesi. E allora, pignoleria tedesca, mi dovevano mandare nella parte maschile.
D. Ci andò?
R Per entrare nel campo maschile dovevo fare una visita medica. Capisce, questi ammazzavano migliaia di persone ogni giorno. Però per far passare uno da un reparto a un altro gli facevano la visita medica: meticolosità germanica.
D. Follia nazista, forse. Cosa successe?
R. Fu il destino, oppure fu solo la paura: alla visita mi venne la febbre superiore a 38 gradi.
D. Passare dall’altra parte con la febbre non era previsto.
R. E allora mi mandarono nel reparto ospedaliero. Ma per evitare di farmi stare con le donne, mi misero nel subreparto. Era il settore del famigerato dottor Mengele. Anche se all’epoca, 70 anni fa, non sapevamo nemmeno che esistesse Mengele. O chi fosse.

D. Cosa si ricorda di lui?
R. Era ossessionato dai gemelli. Nel reparto eravamo una quindicina: tutti gemelli tranne io. E quando se ne andavano, i gemelli non tornavano mai.

[…] D. Sapevate che i prigionieri venivano bruciati?
R. Sapevamo che ognuno sapeva, ma non ne parlavamo. L’aria era impregnata di odore di carne bruciata. E quell’odore ti si attaccava alla pelle e la lasciava unta, grassa.
D. Che altro ricorda?
R. Non ho mai visto uccelli sul suolo di Auschwitz. L’aria era piena di fumo e non c’era un filo d’erba. Me ne sono accorto dopo esserci tornato molte volte. Mi ricordo che quando ne vidi uno, capii che c’era qualcosa che non quadrava: che quando il campo funzionava gli uccelli se ne tenevano alla larga.

[…] D. Lei dice che la sua è stata una vita piena di gioia, anche grazie ad Auschwitz.
R. Sì, a 13-14 anni capii che la parte più brutta della mia vita era passata. Che non poteva più capitarmi di peggio. E ho capito che la felicità dipende dall’atteggiamento del tuo cervello.

(Lettera43)

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4. La storia di Sergio

Chi di voi vuole incontrare la mamma? Chi desidera tornare con lei immediatamente faccia un passo avanti“. Questo crudele tranello ha segnato il destino di 19 bambini nel campo di Auschwitz-Birkenau: tra quelli saliti sul treno con la speranza di riabbracciare la propria madre c’è anche Sergio, 7 anni, nato a Napoli nel 1937. A pochi giorni dalla resa delle Germania nazista questi bambini vengono uccisi nella cantina di una scuola a Bullenhuser Damm, nei pressi di Amburgo, per nascondere gli orrori delle sperimentazioni compiute dai medici su quei corpicini inermi. Uccisi e appesi al muro con dei ganci, come bestie da macello. Prima di partire per quel viaggio senza ritorno Sergio saluta le cugine, Andra e Tatiana, all’epoca di quattro e sei anni, rimaste ad Auschwitz fino alla loro liberazione, tra i pochi bambini a sopravvivere all’orrore. A salvarle è stata una blockova, la loro “guardiana”, di cui non ricordano nulla, se non la raccomandazione che fece, “Rimanete ferme al vostro posto se verranno degli uomini a dirvi di andare con loro per rivedere la mamma“. Avevano raccontato anche a Sergio di quella conversazione, per metterlo in guardia, ma lui quel passo lo ha voluto fare comunque.

Mi sento in colpa – racconta Andra- perché non siamo riuscite a impedirlo. È come un macigno che ci pesa dentro. […]

Poi le due donne ricordano i giorni vissuti nel lager:

Ci davano dei vestiti che non erano più i nostri e che non erano neanche della misura adatta né a noi né agli adulti che li ricevevano. […]Vivere in un campo di concentramento significa diventare duri, diventare grandi prima del tempo, ci  sono poche cose che poi ti possono emozionare, ad esempio il fatto che la mamma fosse partita, che non la vedessimo più, a noi non ha creato tanto dolore. Non l’abbiamo più vista, non l’abbiamo cercata, non abbiamo pianto, quindi è una cosa innaturale per un bambino che ha appena compiuto 5 o 7 anni”.