Pretty Bitches, il libro sul linguaggio sessista - Roba da Donne

Esuberante, ambiziosa, stronza: "Pretty Bitches" e 21 parole che minano le donne

Pretty Bitches è libro che spiega come il linguaggio possa essere utilizzato in maniera sessista: ecco cosa scrive la sua autrice Lizzie Skurnick.

Avete mai notato come il linguaggio sia spesso sessista? In italiano ci sono ad esempio delle espressioni figurate il cui senso cambia in base al genere: un «buon uomo» è un uomo da bene, mentre una «buona donna» è una sex worker, intesa nel modo più dispregiativo che riusciamo a immaginare.

Anche in altre lingue accade qualcosa di molto simile, ed è per questo che Lizzie Skurnick ha scritto il libro Pretty Bitches. Già solo il titolo significa «un po’ str***a», come se quell’«un po’» mitigasse la carica negativa della parola con la S.

Quante di noi se lo sono sentito dire, soprattutto al lavoro? Sì, siamo carine, simpatiche, ma anche un po’ s. E siamo s. quando magari stiamo facendo sentire la nostra voce. Quella parola con la S ci sminuisce e non ci descrive assolutamente a livello umano. E non è la sola. Skurnick è un’autrice che già in altre pubblicazioni ha sottolineato il potere del linguaggio: stavolta, in Pretty Bitches si è concentrata sul linguaggio sessista e su come apparenti complimenti rivolti a una donna siano realtà offese, sottintesi (non sempre) sottili per demolirla.

Queste parole sono un codice per le azioni che le persone stanno per intraprendere – ha detto Skurnick a Npr – Così, quando qualcuno ti chiama precisina, significa che non ti daranno il lavoro. Se qualcuno ti chiama matura quando sei una ragazza giovane, significa che vogliono colpirti in modo viscido. Se qualcuno ti chiama fortunata, ti stanno dicendo che non meriti ciò che hai.

Secondo Skurnick è fondamentale imparare a riconoscere il modo in cui la lingua viene utilizzata per minare le donne. Nel libro fa l’esempio del modo in cui Hillary Clinton è stata presentata come «imperfetta» durante la campagna presidenziale del 2016. È chiaro che tutti siamo imperfetti, ma dipingere una candidata alla presidenza come tale equivale a dire che non è degna di andare alla Casa Bianca. Le parole, per Skurnick diventano talmente reali, anche se non lo sono, e non dobbiamo sottovalutarne la potenza. E allora cosa possiamo fare?

Ciò che abbiamo bisogno di fare – ha ribadito Skurnick nella stessa intervista – è incoraggiare gli uomini – o quelle persone che pensano che le nostre storie non contino – a raccontare le proprie storie. Penso che parte del problema, parte del motivo per cui gli uomini fanno questo è che non hanno empatia. E parte del motivo per cui non hanno empatia è perché non sono autorizzati a parlare della loro esperienza.

Il riferimento va a un grande classico: lo stereotipo per cui gli uomini non dovrebbero piangere. Ma Skurnick non crede che solo gli uomini si comportino così, ma anche le donne: è come se nella nostra società, fatta di gerarchie, ogni essere umano cerchi di abbattere altri esseri umani che sono all’interno di questa società. Per cui l’autrice afferma quanto sia importante osservare questo sistema di cose e cercare di capire cosa stia facendo a ogni persona, individualmente o collettivamente.

In un’altra intervista rilasciata a Salon, Skurnick si concentra su un argomento che ci sta particolarmente a cuore: l’utilizzo delle parole nel caso di violenza contro le donne. La deontologia giornalistica italiana consiglia, nel caso la violenza non abbia portato a omicidio, di non ricorrere al termine «vittima» ma «sopravvissuta», perché non tutte vorrebbero pensare a se stesse come vittime. Ma ci siamo mai chiesti se queste persone vogliano invece essere raffigurate come delle sopravvissute?

Se un uomo ci ha fatto male, in quanto donne,- chiosa Skurnick – non può essere un’esperienza che possiamo gestire da sole. Anche gli altri devono gestirla.

Ma quali sono le parole annoverate in Pretty Bitches che possono sembrare complimenti ma non lo sono, perché significano nella realtà l’esatto contrario del loro senso nel dizionario? Eccone l’elenco.

  • Professional (professionale): in base al contesto può essere dispregiativo se rivolto a una donna sul lavoro, è una sorta di equivalente adulto di «secchiona».
  • Effortless (senza sforzo): sminuisce le donne perché indica un incarico facile.
  • Princess (principessa): ritrae le donne in maniera distante, autoritaria e aristocratica.
  • Shrill (petulante): come se una donna che chiede precisione sul lavoro sia una rompiscatole.
  • Lucky (fortunata): viene detto per sminuire la professionalità sul lavoro delle donne.
  • Mom (mammina): è detto soprattutto alle manager, per metterne in discussione l’autorevolezza.
  • Mature (matura): ossia vecchia, “antica”, sorpassata, da rottamare.
  • Ambitious (ambiziosa): indica una donna che cerca di usurpare la gerarchia maschile.
  • Victim (vittima): equivalente di lamentosa.
  • Disciplined (disciplinata): cioè “precisina”.
  • Yellow-bone (intraducibile): è rivolta alle donne afroamericane soprattutto, ma si adatta alle donne che hanno origini umili, in italiano sarebbe “ripulita”.
  • Zaftig (grassa): è un termine yiddish, che viene utilizzato per insultare le donne curvy.
  • Crazy (pazza): per i sessisti le donne sono pazze, nelle loro aspirazioni o nella loro quotidianità. Viene attribuito di solito al fatto che le donne abbiano un utero e quindi siano «isteriche».
  • Funny (divertente): in realtà significa “leggera”, dai facili costumi sessuali.
  • Sweet (dolce): ovvero ingenua.
  • Pretty (carina): viene detto alle donne per indicare che non hanno nulla da offrire se non la loro bellezza.
  • Intimidating (intimidatoria): quando l’autorevolezza delle donne viene confusa con l’autorità calata dall’alto.
  • Tomboy (maschiaccio): ossia carente di doti femminili.
  • Aloof (distaccata): algida, in italiano c’è un equivalente molto scurrile per indicare le donne apparentemente altere.
  • Exotic (esotica): anche questo viene riferito spesso alle donne afroamericane, è una specie di non-complimento estetico, come pretty.
  • Feisty (esuberante): insulta le donne come a dire che fanno un lavoro raffazzonato.
Pretty Bitches di Lizzie Skurnick

Pretty Bitches di Lizzie Skurnick

Un saggio in cui si spiegano alcune forme sessiste del linguaggio, che tendono a rappresentare le donne, soprattutto in ambienti lavorativi, con una connotazione negativa e incapaci di meritarsi il successo.
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Articolo originale pubblicato il 25 Maggio 2020

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