Fabrizio Acanfora: "A essere 'normale' è la diversità" - INTERVISTA

Fabrizio Acanfora con il libro "In altre parole" ci regala nuove prospettive da cui guardare il linguaggio di cui abitualmente facciamo uso per favorire il rispetto delle diversità e contribuire a creare un dialogo che ne garantisca tutte le rappresentazioni in egual modo.

L’inclusione è uno dei valori più nobili cui la società attuale tende per creare un ambiente che privilegi la convivenza delle diversità e permetta a ognuno di sentirsi rappresentato. Di linguaggio inclusivo, del resto, molto si parla in questi tempi, ma nella maggior parte delle volte, le voci, seppur autorevoli, appartengono a quella maggioranza che viene convenzionalmente – o forse è meglio dire artificiosamente – considerata la “normalità”.

Ma allora sorge una domanda: che ne è di chi, invece, quelle condizioni dovrebbe contribuire a dettarle, ma che pare subirle passivamente, in quanto, sempre per quel principio artificioso di cui sopra, considerato la “minoranza”? Di chi, in definitiva, ha il sacrosanto diritto di scegliere come essere rappresentato, visto e chiamato a diventare una parte attiva di questo meccanismo di inclusione che rischia, ancora una volta, di decidere chi resta dentro e chi resta fuori, o meglio, chi “viene fatto” entrare.

Abbiamo intervistato proprio una di queste voci, Fabrizio Acanfora, scrittore e musicista autistico, docente di Musicoterapia e autore di un blog dedicato ai temi di neuroatipicità e inclusività, che collabora con l’Istituto catalano di Musicoterapia allo sviluppo di nuove metodiche terapeutiche per persone con autismo. Già vincitore del Premio nazionale di divulgazione scientifica 2019 con il libro Eccentrico, un viaggio autobiografico in cui lo scrittore accompagna il lettore nel mondo della neurodiversità, Acanfora torna oggi con un nuovo libro – sempre edito effequ, come il precedente – dal titolo, In altre parole: dizionario minimo di diversità, un glossario ricco e approfondito che intende esplorare e illustrare alcune parole imprescindibili in una cultura fondata sul rispetto delle diversità e su una rappresentazione che non lasci indietro nessuna di queste.

In altre parole. Dizionario minimo di diversità, Fabrizio Acanfora, Edizioni Effequ

In altre parole. Dizionario minimo di diversità, Fabrizio Acanfora, Edizioni Effequ

Questo libro è un prezioso e approfondito glossario che intende illustrare alcuni termini chiave del nostro linguaggio e darne una lettura nuova o più completa, nell'ottica del rispetto delle diversità in un mondo che proprio attraverso il riconoscimento e la rappresentazione delle differenze possa favorire un dialogo completo e rispettoso.
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Con una prefazione di Witty Wheels, le due sorelle disabili Elena e Maria Chiara Paolini, note attiviste, formatrici e blogger sulla giustizia sociale applicata alla disabilità, la nuova opera di Acanfora ci regala un nuovo e prezioso lessico della contemporaneità per favorire un dialogo che sia rispettoso di tutt* e riformuli il concetto di inclusione in favore di un’idea più paritaria di convivenza, come lui stesso ci ha spiegato. Ecco quello che ci ha raccontato.

La prima curiosità che mi spinge a iniziare la conversazione riguarda il criterio con cui hai costruito il tuo glossario.

La selezione delle parole che ho scelto di inserire nel mio libro è stata piuttosto naturale. Inizialmente ho raccolto un po’ di parole che notavo che mi generavano un po’ di fastidio, soprattutto per l’uso che se ne fa abitualmente, non tanto per le parole in sé. Insieme a queste, ci sono poi state delle parole che credo siano assolutamente necessarie nel nostro vocabolario e che mancano proprio fisicamente nei volumi dei dizionari attualmente: una di queste è il termine “abilismo”. Del primo gruppo fanno invece parte le parole “diversità” e “inclusione”: qui c’era idealmente perplessità dell’uso che se ne fa abitualmente. Quindi la mia operazione nasce un po’ dall’esigenza di colmare la mancanza di un certo tipo di vocabolario e di un certo tipo di consapevolezza e di rivedere un uso poco consapevole di certe parole.

Delle trenta parole scelte da Acanfora, che non vi sveleremo nel complesso, ma di cui ne tratteggeremo solo qualcuna, servendoci del prezioso contributo dello scrittore, ce ne sono infatti alcune di cui potreste non conoscere appieno il significato o altre che, proprio grazie alla prospettiva che Acanfora ci regala, assumeranno una nuova veste. Ma in tutte, sebbene apparentemente diverse, si scorge un fil rouge che le lega e accomuna, come ci spiega lo scrittore.

La diversità – che è una delle parole che esploro nel libro – è la base è di tutto il discorso. Noi abbiamo da sempre un’idea comparativa, ossia essere diverso da qualcosa, soprattutto qualcosa considerato normale. In questo senso il diverso, l’essere diverso ha un’accezione negativa. È sinonimo di esclusione. Nella mia descrizione di questo termine, diversità, appunto, io mi rifaccio al concetto di biodiversità, citando una definizione delle Nazioni Unite, che riguarda tutte le specie e tutti gli esseri umani. Quindi in quest’ottica non è più “diverso da un qualcosa che è la norma”, ma viene a indicare una variabilità delle differenti espressioni dell’umanità. In questo concetto, mi rifaccio anche alla parola “neurodiversità”, che viene spesso fraintesa: l’attivista Judy Singer che l’ha coniata nel 1998, intendeva includere tutte le differenze neurologiche, cioè comprenderle nella loro totalità, tutte nello stesso piano. Ed è così che la diversità dovrebbe raccogliere tutte le caratteristiche dell’esperienza umana, non contrapporle tra norma e un qualcosa che è oltre la norma. Noi pensiamo alla diversità come una categoria chiusa e alla normalità come alla base. Ma è proprio il contrario: la base è la diversità, la variabilità e la normalità è una sottocategoria, creata artificialmente.

Dopo questo iniziale cambiamento di prospettiva, Acanfora ci fornisce una nuova e interessante lettura di un termine a oggi molto diffuso e utilizzato: “inclusione”.

Con questo sguardo sulla diversità come una condizione che ci accomuna tutti quanti e tutte quante, possiamo rivedere la classica idea di inclusione che abbiamo, e che alla luce di ciò che abbiamo appena detto, potrà ora risultarci molto paternalistica. È un mettersi in una condizione di superiorità rispetto a un altro. In questo senso è un gesto paternalistico, perché è una concessione che la maggioranza fa a una minoranza: “ok, vi faccio entrare”. Questo però presuppone una esclusione, che di fatto non ci dovrebbe essere. Siamo di fronte a uno squilibrio di potere molto forte. Chi esclude ha poi il potere di includere e di farlo alle proprie condizioni. La maggioranza che include non permette quasi mai alle persone incluse di dire la loro, di decidere in che modo essere rappresentate, come autodeterminarsi nel processo di inclusione. L’inclusione viene cioè quasi sempre subita.

C’è una precisa parola che Acanfora preferisce utilizzare come sostituta di inclusione:

Lo sostituisco con quello di convivenza. Con l’idea di convivenza, siamo tutti sullo stesso livello. In questo modo ci si autoresponsabilizza un po’ tutti quanti verso se stessi e gli altri.

E come ci dice lui stesso, sono proprio queste voci che hanno per troppo tempo rappresentato una minoranza silenziosa e inascoltata ad avere il diritto di farsi ascoltare e di scegliere come essere chiamate e rappresentate:

Il linguaggio in questo senso è un aspetto determinante. Scegliere come farsi chiamare è scegliere come essere, decidere di sé e della propria identità. Il linguaggio è a tutti gli effetti una categoria identitaria. Se io non permetto a certe persone di decidere come essere rappresentate, e quindi anche chiamate, non permetto loro di esistere. Linguisticamente è molto importante scegliere, ma anche per gli altri, non solo per quei protagonisti: perché ci mette in condizione di vedere che esiste la diversità, che altrimenti non vedremmo.

E, infatti, un’altra parola fondamentale a cui Acanfora dedica spazio è proprio autorappresentanza:

Se noi non diamo la possibilità a certe categorie di rappresentarsi, le segreghiamo sia da un punto di vista fisico, sia da un punto di vista linguistico. È come se le tenessimo lontane. Ma è fondamentale chiamarle, è un riconoscere loro legittimità ed esistenza. Se non facciamo così, i bambini e le bambine crescono senza sapere dell’esistenza di queste realtà e poi non sanno come comportarsi.

E, come ci suggerisce lo scrittore, proprio come la specie e la cultura, anche il linguaggio è in evoluzione:

È tutto in evoluzione, linguaggio compreso. Spesso non ce ne rendiamo conto, ma è così. Il problema è che una parte della società resiste. Viviamo e siamo cresciuti in un tipo di cultura che ora vediamo trasformarsi e per alcuni si tratta di opporre resistenza a questo cambiamento, che è però inevitabile e virtuoso. Prendiamo ad esempio l’uso dei pronomi dell’identità di genere, con cui le persone scelgono di identificarsi: a molti può sembrare una sciocchezza, ma non lo è per niente. È anche questa volta un fatto identitario. Eppure in tanti non lo accettano e rispettano.

She/Her, He/Him, They/Them: perché alcun* indicano i pronomi sui social o in mail

Le nuovi generazioni vivono senza dubbio questa situazione in modo molto più naturale. I cambiamenti avvengono in modo piuttosto silenzioso. Quello che noi vediamo è il risultato dei cambiamenti che già sono in atto da tempo, e che sono piuttosto più naturali soprattutto per una parte della popolazione e che fanno attrito con gli altri. È quello che fa rumore, che fa dissonanza: il confronto con ciò che è sempre stato, di nuovo, con ciò che si crede erroneamente la “norma”.

Allo stesso tempo però, Acanfora mostra un atteggiamento indulgente e comprensivo verso il nuovo e il cambiamento che faticano a essere compresi, almeno nella loro fase iniziale:

Il linguaggio è senza dubbio fondamentale ma è possibile fraintendersi. Non è uno strumento di precisione chirurgica. Tendo a non colpevolizzare chi fatica, almeno all’inizio a comprendere, capire, perché tante cose non le possiamo sapere. Quando però si è consapevoli e si tende a ignorare, in quel caso sì, si diventa colpevole perché si calpesta il rispetto. In alcuni casi però, c’è una non conoscenza delle cose, spesso l’errore e l’incomprensione deriva dal fatto che non sappiamo che allargare i diritti non corrisponde a privare di questi qualcun altro, o lasciargliene meno. C’è spesso anche un po’ di paura di ciò che non si conosce. Certamente, c’è anche della malafede, più sali a livello decisionale e più entra in gioco questo aspetto, perché lì non si può parlare di ignoranza e inconsapevolezza. Ed è così soprattutto in politica per me. Mi colpì anni fa un discorso che fece Rosy Bindi, dichiaratamente cattolica, a favore dei DICO (acronimo di Diritti e doveri delle persone stabilmente Conviventi) o coppie di fatto e che lei motivò così: “la ritengo una onestà intellettuale, il fatto che io la pensi in un certo modo non può andare a causare danno ad altre persone”. Ecco, io credo sia un problema di onestà intellettuale quella di estensione dei diritti.

A questo punto, viene naturale parlare di intersezionalità, un altro concetto chiave del libro:

Penso ad esempio a come sia nata in circostanze paradossali dal mio punto di vista. Ossia in seno al movimento delle donne femministe americane nere, perché veniva riconosciuta solo una delle oppressioni, cioè le due cose si dovevano per forza escludere. Cioè una persona può appartenere a più categorie che vengono oppresse e escluse. Tutto il libro è permeato anche da questo concetto dell’intersezionalità, proprio come dalla diversità, e nasce allo scopo di sensibilizzare verso un’apertura maggiore, perché non è giusto giudicare, categorizzare le persone ed escluderle.

Eppure a oggi, nonostante queste crescenti consapevolezze, il linguaggio ancora in troppi ambiti veicola messaggi di esclusione, discriminazione e mancanza di rispetto. Non si fa portavoce e testimonianza della diversità, ma ancora una volta, è plasmato su quelle categorie artificiose di normalità e maggioranza:

L’abilismo è ancora purtroppo molto presente, anche nei media. C’è ancora una mancanza di consapevolezza rispetto a questo aspetto. Anche dal punto di vista linguistico, per rendercene conto, dovremmo essere avvisati e questo di fatto fortunatamente sta accadendo: ci sono molti movimenti e attivisti che contribuiscono a far conoscere e diffondere questi argomenti. Ad esempio Sofia Righetti e le Witty Wheels sono molto attive in questo senso. La mia evoluzione da questo punto di vista è stata influenzata anche dalla loro esperienza. E il linguaggio abilista non si manifesta solo attraverso formule esplicite come le frasi assurde del tipo “anche un bambino ritardato lo capirebbe”, ma anche nella pratica dell’inspiration porn, ossia quella narrazione ispirazionale del disabile che è a tutti gli effetti una pratica abilista.

Inspiration porn, perché usare la disabilità per "ispirare" è abilismo e non fa bene

C’è questa doppia narrazione che viene riservata alle persone disabili, o invalidante, cioè vista come tragedia, o, appunto, ispirazionale, del super disabile che se ce la fa lui, perché tu no? E questo deriva sempre dal fatto che a queste persone non è stata data la capacità di autorappresentarsi, di descriversi.

Acanfora ci parla poi dello specifico dell’autismo.

Mi occupo tanto di autismo e della narrazione di autismo. Il 2 aprile, che è la Giornata Mondiale della consapevolezza sull’autismo, per noi è un incubo. Nonostante da anni facciamo campagne e contattiamo i giornali perché possiamo avere una narrazione rispettosa e corretta, puntualmente ogni anno ci ricascano con le solite modalità abiliste.
Viene di continuo utilizzato a sproposito la parola autistico. L’autorappresentanza di chiunque si trovi in una condizione di minoranza continua a essere soggetta alla visione e all’autorizzazione a esistere che ti dà la maggioranza, anche da un punto di vista legislativo, oltre che linguistico.

Pensiamo al binarismo di genere, quanta possibilità hanno di autorapprentarsi le persone he non si riconoscono in questo? Non tanto. E quando lo fanno vengono spesso attaccati. È importante che tutti abbiamo la possibilità di esprimerci. Perché il gioco è questo: se io non ti faccio parlare, o ti faccio parlare ma poi l’esperto sono io, sarà sempre secondaria la tua idea e minima la tua rappresentazione. Non dico che debba essere l’unica ma deve avere la stessa dignità delle rappresentazioni considerate (erroneamente) la normalità e la maggioranza.

In conclusione, Acanfora parla di un aspetto molto comune oggi, noto sotto il nome di politicamente corretto, un termine spesso usato con tono polemico da coloro che lamentano l’impossibilità di esprimersi liberamente, appunto in nome di questo politically correct:

Per questo aspetto, rinvio molto alla lettura di Federico Faloppa e al suo saggio dal titolo PC or not PC. C’è un po’ di stravolgimento oggigiorno su questo fronte: questa idea che non si possa dire più niente non è reale. Viene usata da chi vorrebbe offendere, da chi lo fa attraverso le reti social che prima non c’erano, ma che ora si trova più in difficoltà perché finalmente si sta diffondendo una certa consapevolezza. Andare a lamentarsi di non poter più dire niente mentre lo si sta dicendo attraverso un mezzo che è potenzialmente universale e che ti dà visibilità globale, è di per sé paradossale. Il problema di chi invoca il politicamente corretto come il male assoluto, è che non era abituato a essere contraddetto mentre lo faceva indisturbato mancando di rispetto. Oggi abbiamo tutti molta libertà di espressione, la questione semmai è proprio un’altra: la mancanza di rispetto.

Articolo originale pubblicato il 31 Marzo 2021

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