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Quando Philip Roth e Claire Bloom si fecero a pezzi (e Maggie che voleva morire)

Letteratura e vita vera non sono mai state divise nell'opera immensa di Philip Roth, morto a 85 anni, il 22 maggio 2018: nei libri pulsava la vita vissuta e la vita serviva ai libri.

Sarà che l’ispirazione richiede tormento e che l’arte difficilmente nasce dalla felicità, sarà che la letteratura è spesso più autobiografica di quanto non si confessi.
Sarà che l’atto di scrivere di Philip Roth ha sbranato il modo stesso di concepire la letteratura americana e moderna e le rivoluzioni non si fanno mai in pace.

Fatto sta che lui non ne ha mai fatto un mistero: nei libri di Philip Roth c’è Philip Roth.

“Devo cominciare dalla vita per poterci pompare la vita dentro”, diceva.

I mostri sono tali perché la loro mostruosità travalica quell’angolo in cui possono prendersi cura di qualcosa, di qualcuno o di un sentimento, e Philip Roth è stato un mostro sacro, che ha sacrificato sull’altare della letteratura la vita e le donne amate, finite tutte nei suoi libri (ad eccezione di Jackie Kennedy, che fu solo un bacio), senza la possibilità di tacere i panni che, secondo il buon costume americano – che lui straziò mettendone in evidenza l’ipocrisia – andavano lavati in casa e taciuti.

Successe con Margaret Martinson Williams, la prima moglie di Philip Roth (1959-1963). Fu un disastro.
Il loro è un amore turbolento che finisce, di fatto, con un matrimonio strappato da lei con l’inganno, quando si presenta alla porta di lui con un campione di urina dicendogli di essere incinta.
Lui lo prende, lo fa analizzare da un farmacista. “Positivo”, conferma.
Non è un romanzo, è vita vera. Lui le chiede l’aborto, in cambio le offre il matrimonio: così firmano il loro reciproco patto con il diavolo.

Saranno anni turbolenti, di lotte e disamore. Lui minaccia di lasciarla, lei tenta il suicidio, lui la salva, lei confessa di non essere mai stata incinta: aveva acquistato quel campione di urina da una ragazza di strada.
Lui chiede il divorzio, lei lo rifiuta, patteggiano soluzioni che costano a lui somme di denaro ingenti e, comunque, non riesce a traslocarla davvero fuori dalla sua vita, fino a che un incidente d’auto mette fine alla vita di lei. Non al tormento che a lui provoca quella donna che c’è in Quando lei era buona, che attinge a piene mani dalla vita e dalla famiglia di lei; c’è lei nella Josie Jensen de I Fatti, l’autobiografia di Roth reduce da un terribile esaurimento nervoso; c’è nell’esasperante Maureen Tarnopol de La mia vita di uomo, inganno compreso, ossessione per lei anni dopo la morte compresa.

Ma è con la seconda moglie, Claire Bloom, bellissima non rende l’idea, coprotagonista con Charlie Chaplin ne Le luci della ribalta, che l’amore reale viene trasferito, per essere straziato, nei libri. Lei fa altrettanto, nella sua autobiografia Leaving a Doll’s House: A Memoir. Nel capitolo The writer c’è il peggior Philip Roth, che chiede di sbattere fuori di casa l’odiata figlia di lei, avuta da uno dei due precedenti matrimoni, l’uomo fedifrago, vittima di terribili esaurimenti nervosi che lo porteranno al ricovero psichiatrico nel 1993, il manipolatore crudele, l’inferno domestico del vivere con lui.

Questo è Philip Roth per lei, dopo tanto amore.
Perché se è vero che un odio tanto profondo ha un contraltare, il loro è quello di essersi amati molto, come da ammissione di entrambi. Si conoscono prima, ma è nel 1975 che i due s’incontrano per le strade di New York.
Finisce con lui che si trasferisce sei mesi all’anno a Londra per stare accanto a lei.

Poi esce Inganno: la protagonista si chiama Claire, moglie isterica di Philip, che la tradisce. Dentro i dettagli del sesso, dei dialoghi e della passione tra i due amanti. La vera Claire va su tutte le furie, il vero Philip non capisce come lei possa sentirsi umiliata da qualcosa che è finzione: ma lei indaga e scopre che Roth la tradisce davvero, con la sua vicina nel Connecticut.

Roth evidentemente ha il vizio di risolvere le crisi con il matrimonio e, a quel punto, ripara con una proposta e i due convolano a infelici nozze. Con il senno di poi Philip Roth diventa più previdente e le fa firmare un accordo prematrimoniale che, quando nel 1995 ci sarà il divorzio, due anni dopo il ricovero psichiatrico dello scrittore, concluderà l’amore con centomila dollari e lui che conteggia il tempo perso a correggerle i copioni.

La vendetta di lei è la sua autobiografia, che ha vari strascichi, compreso quello della fine dell’amicizia con lo scrittore John Updike, reo di una recensione su Review di quella che lui stesso definì la “biografia di Giuda“, e che non piacque a Roth.

Nella biografia di Philip Roth, Roth scatenato, uno scrittore e i suoi libri, frutto di un sodalizio di anni tra lo scrittore e Claudia Roth Pierpont (nessuna parentela), lui consegna a lei il ritratto di un matrimonio carico di energia, creatività e delusione profonda, fino a quell’ultimo caffè nel 1995 :

– Philip, perché vuoi che rimaniamo amici?
– Per perversione.

Questo il Roth marito. Il Roth scrittore, quello di Pastorale Americana, Lamento di Portnoy, La macchia umana e di una produzione sterminata, non ha bisogno del Premio Nobel mai arrivato per travalicare invece ogni possibilità di sintesi. La migliore viene, forse inevitabilmente, dalla stessa penna di Philip Roth, scritta a mano su un post-it appeso al suo computer quando, a ottant’anni, decise di smettere di scrivere:

La lotta con la scrittura è terminata.

Solo da quel punto in poi la vita ha potuto avere la meglio sulla letteratura.

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