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Liala, la straordinaria donna che non scriveva "romanzi rosa"

La storia di Liala, la grande regina della letteratura femminile italiana: ha venduto milioni di libri, ma la critica ha sempre sminuito la sua opera

“Sono moderna e niente mi scandalizza”: così si era descritta Amalia Liana Negretti Odescalchi in Cambiasi, meglio conosciuta come Liala, intervistata nel 1980 da Roberto Gervaso. Se fosse ancora viva, oggi qualcuno la definirebbe la regina italiana della chick lit, ma sicuramente lei non gradirebbe. Considerando i suoi 82 romanzi e le dieci milioni di copie vendute, ridurre le opere di Liala alla categoria romanzi rosa non è corretto.

Nata nel 1897 a Carate Lario, nel comasco, Liala apparteneva a una famiglia altolocata, sebbene non abbiente. Il suo primo matrimonio non fu fortunato: lei aveva 17 anni mentre lui, il marchese e ufficiale di marina Pompeo Cambiasi, ne aveva il doppio. La coppia ebbe due figlie, Primavera e Serenella, ma si separò dopo pochi anni.

Il vero amore della sua vita fu il marchese Vittorio Centurione Scotto, un ufficiale della Regia Aeronautica. La loro storia d’amore finì tragicamente nel 1926, quando l’amato, al comando del suo idrovolante durante un allenamento per la coppa Schneider, morì precipitando nel lago di Varese.

“Mamma iniziò a scrivere per esorcizzare il dolore di quella perdita. Scrivi un rigo oggi, uno domani,…”, ha raccontato la figlia Serenella in un’intervista a Il Giornale. Il suo pseudonimo fu inventato da Gabriele D’Annunzio, che desiderava per lei un nome che contenesse ortograficamente un’ala.

Fu così che, nel 1931, venne pubblicato il suo primo romanzo, Signorsì, che ebbe un immediato successo. Non a caso, Liala scelse di ambientare quasi tutti i primi libri nell’ambiente militare, che lei conosceva benissimo e amava. I protagonisti maschili erano spesso audaci e valorosi, come Vittorio Centurione Scotto o Pietro Sordi, l’aviatore al quale Liala fu legata sentimentalmente dal 1930 al 1948.

A partire dagli anni cinquanta, l’opera della scrittrice si rivolse al mondo della pura fantasia narrativa, senza fare riferimento a fatti reali, salvo qualche ritorno alle pagine autobiografiche proprie del personaggio Liala, come in Diario vagabondo del 1977. Si muoveva pochissimo dalla casa che aveva comprato con i suoi risparmi, Villa La Cucciola, ma era bravissima nel descrivere posti in cui non era mai stata. Rigorosa e severa, aveva una sua ferrea routine di scrittura, come raccontato dalla figlia.

“Sabato era giorno di parrucchiere, la domenica si andava a Como dalla nonna, il lunedì riposava, martedì dalla sarta… e per il giovedì bisognava consegnare 15 cartelle di romanzo all’editore, e 15 di posta alle riviste. Così scriveva il mercoledì, fino a tarda notte. Alle sue lettrici regalava sogni, ma la sua fu una vita di rigori.”

Le lettrici la amavano moltissimo, ma il mondo della cultura e le femministe la snobbavano o la demonizzavano. Lei, però, non gradiva le etichette e non voleva essere considerata solo come una scrittrice di romanzi rosa. “Macché romanzi rosa”, ha detto la figlia Serenella a Il Giornale. “Si infuriava quando sentiva quella parola. “Dentro i miei libri non c’è il rosa, c’è la vita”, diceva”. E, infatti, nei suoi romanzi non c’era solo l’amore, ma anche il dramma. L’unica cosa che mancava era la politica.

Ossessionata dal galateo, non si separava mai dalle sue perle, che indossava persino per guardare la tv in salotto. “Liala è una regina e non ho mai incontrato testa coronata più composta e azzurrata di questa”, disse di lei Aldo Busi nel libro L’amore è una budella gentile – Flirt con Liala. Liala morì nella sua residenza di Varese, Villa La Cucciola, il 15 aprile del 1995, all’età di 98 anni. Come da lei richiesto, la salma venne rivestita con un abito di Valentino.