"La ragazza di Cinecittà": intervista a Silvia Cinelli

Silvia Cinelli ricostruisce l’epopea di una ragazza del Quadraro che cerca di realizzare i propri sogni agli albori di Cinecittà, durante il regima fascista. Ecco l'intervista all'autrice de La ragazza di Cinecittà.

Che cosa succede quando si è un’adolescente con il sogno di fare cinema e si vive a pochi passi dalla neonata Cinecittà, con i suoi set a cielo aperto, i suoi divi e le sue brulicanti maestranze? Prende abbrivio da questa domanda sospesa e sottaciuta il nuovo romanzo della scrittrice e sceneggiatrice Silvia Cinelli, intitolato La ragazza di Cinecittà ed edito da Rizzoli: una narrazione affastellata, dove dialogano speranza, ambizione, guerra, dolore e la determinazione di farcela. A tutti i costi.

Ed è proprio questo “a tutti i costi” che guida i destini dei suoi protagonisti. In primis quello di Filomena, ragazza del quartiere romano Quadraro che, innamoratasi del “cinematografo” con la complicità del film L’Angelo Azzurro di Josef von Sternberg, del padre Enzo e dell’amico/amante Nando, sarà disposta a qualsiasi compromesso pur di realizzare il suo desiderio di diventare una “diva” del cinema.

Accanto al suo, di destino, vi sono, però, anche quelli di Luigi Freddi – primo direttore della cinematografia fascista e ideatore di Cinecittà – e del cinema di regime – ossia quello compreso tra gli anni ’30 e ’40 del Novecento -, innervati dei deliri del fascismo e delle sue amare e distruttive conseguenze.

Un avvicendarsi di luci e ombre, acmi di entusiasmo e abissi di sconforto, dove permane coriaceo un istinto di sopravvivenza e rivalsa che non abbandona (quasi) mai i suoi attori. Merito anche della penna magistrale di Cinelli (puntellata da un lavoro di ricerca dettagliato) e della sua scrittura cinematografica, che, in un piano sequenza lungo 9 anni (dal 1935 al 1944), ci conduce nel ventre di Cinecittà, tra le macerie e la disperazione di una “Roma città aperta” e tra i sogni di una giovane donna in cui è facile riconoscersi. Anche a più di 80 anni di distanza.

Ne abbiamo parlato direttamente con l’autrice.

Partirei proprio da qui, dalle fondamenta, ossia da una domanda che mi è sorta spontanea più volte, durante la lettura, e a cui tu hai dato una prima risposta nelle note conclusive. Il romanzo, infatti, è nato da un lavoro di minuziosa e approfondita ricerca, sia cinematografica, sia storica: come si è strutturato questo processo? E con quale criterio hai dato ordine a tutte le informazioni raccolte?

Noi tutti conosciamo Cinecittà in quanto “fabbrica dei sogni”, ce ne interessiamo perché è il luogo dove il cinema prende forma e dà origine alle sue stelle: Frederico Fellini, Vittorio De Sica, Anna Magnani, Alberto Sordi. Ma cosa ne è dello “scarto” di questa fabbrica? Che fine fanno tutte quelle persone che provano a diventare famose, che dedicano le loro vite al cinema senza riuscire mai a brillare davvero? Da questa domanda è nato il personaggio di Filomena, una ragazza del Quadraro (borgata di Roma vicina a Cinecittà) determinata a diventare attrice, un personaggio già profondamente legato a un contesto, quello del cinema girato sui set. Una volta che avevo chiaro questo, ho cominciato a studiare la storia di Cinecittà e ho individuato il momento che meglio poteva fare da sfondo alla sua vicenda: la fondazione dello stabilimento, alla fine degli anni ’30. La grande esaltazione alimentata dal Fascismo e poi l’amara delusione e la distruzione causata dalla guerra mi sembravano la cornice perfetta entro cui inserire la parabola di Filomena. Una parabola discendente che, però, racchiude in sé il seme di una rinascita…

 

Oltre a Sandro Iazzetti – autore de I quartieri Don Bosco e Appio Claudio a Roma (edito da Youcanprint) -, hai avuto la possibilità di confrontarti con altre “memorie storiche” dell’epoca? O con qualche discendente (penso, ad esempio, a quelli di Luigi Freddi, o di maestranze di Cinecittà)?

Avendo scelto di raccontare un periodo storico molto lontano (tra la fine degli anni ’30 e l’inizio dei ’40), non mi è stato possibile incontrare persone che erano già attive all’epoca a Cinecittà. Ho ovviato leggendo testimonianze scritte e guardando su YouTube interviste filmate. Ma ho anche avuto la fortuna di conoscere Nello Panzini, autore del libro Cine- Cinecittà, che ha lavorato come comparsa agli stabilimenti in un periodo di poco successivo (anni ’50-’60) e che mi ha raccontato diversi aneddoti sulla vita di set e sull’ambiente dei cinematografari. 

 

Possiamo dire che i veri protagonisti del romanzo siano tre: Filomena, Luigi Freddi e il cinema di regime. Partiamo dalla prima: come si è plasmata la sua figura, nella tua immaginazione? Da dove è scaturita l’esigenza di parlare proprio di lei?

Filomena è un personaggio di finzione calato in un contesto reale. Per poter rispettare il dato storico e non distorcere troppo la realtà non potevo presentarla come una diva famosa, la sua doveva essere una storia “minore”, cioè la storia di qualcuno che resta in ombra, che non raggiunge le vette del successo. Credo che questa scelta, anziché rappresentare un limite, abbia dato forza e realismo al personaggio. Per la determinazione e la spregiudicatezza che la caratterizzano ho preso spunto dalla biografia di Doris Duranti, diva dell’epoca. Mentre i temi che la attraversano (il confitto tra ambizione e bisogno di essere amati, tra desiderio e paura del successo) sono gli stessi del film di Spielberg The Fabelmans.

La narrazione assume, in qualche modo, anche i contorni di un romanzo di formazione. Ci mostra, infatti, una ragazza che cresce, è disposta a tutto pur di diventare un’attrice, prende decisioni difficili (e, talvolta, discutibili) e diventa, infine, una giovane adulta, fedele ai suoi sogni di fare cinema: perché hai deciso di assumere questa prospettiva?

Volevo raccontare la ricerca del successo come motore di un’esistenza a prescindere dai risultati e perfino dal talento. Volevo un personaggio guidato dal proprio desiderio, senza giudizio, senza inibizioni, senza nemmeno una chiara coscienza di ciò che sta facendo. Sin dall’inizio sapevo che Filomena sarebbe stata un’eroina vitale, ingenua e anche scorretta, perché pronta a tutto pur di riuscire. Attraverso di lei ho cercato di esplorare cosa accade alle persone quando hanno il coraggio di sognare in grande, come cambia il loro rapporto con gli altri, qual è il prezzo da pagare e cosa significa il fallimento.    

 

Un altro ruolo centrale è, poi, ricoperto da Luigi Freddi – primo direttore della cinematografia fascista e ideatore di Cinecittà -, spesso nell’ombra e poco riconosciuto: secondo te, e anche sulla base delle tue ricerche, perché è ricordato da pochi?

Luigi Freddi è stato protagonista di un’epoca controversa. Quando diventò direttore della cinematografia fascista aveva grandi idee di rinnovamento per il cinema italiano, che in parte è riuscito a realizzare e in parte no. Cinecittà è stata uno dei suoi grandi meriti ma, oggi, mentre tutti conoscono l’opera in pochi conoscono l’autore. Credo che Freddi sia rimasto vittima del processo di rimozione collettiva che ha riguardato il nostro paese dopo la caduta del regime fascista. Non si possono elogiare i suoi meriti in campo cinematografico senza considerare che di quel regime liberticida e razzista era parte integrante e attiva. È una figura che richiede una sorta di strabismo morale, per questo non è facile da trattare.

Parlando con la moglie, a un certo punto Freddi afferma: “Io so solo che il cinema è qualcosa di più grande di noi. Di me, di te, di questa guerra. Forse, quando tutto sarà finito, sarà questo cinema a non esistere più, a essere dimenticato, forse dopo si faranno film in modi diversi, che non possiamo nemmeno immaginare, adesso. Ma il cinema di domani, quando arriverà, avrà comunque avuto bisogno del cinema di oggi”. Riverbera ancora questa eredità, nel cinema italiano odierno?

A guardarli adesso, i film degli anni ’30 e ‘40 sembrano lontanissimi dalla nostra sensibilità e dal nostro gusto, ma sono convinta che per arrivare ai capolavori di oggi siano stati necessari non solo i capolavori ma anche gli insuccessi e gli errori di ieri. Il cinema ha ormai una lunga storia e questo significa che ogni opera scaturisce da un passato rispetto al quale si pone in continuità o in contrasto. Penso anche ai mestieri più tecnici, come il montaggio, la fotografia, la scenografia, che spesso sono stati tramandati di generazione in generazione e che in Italia vantano una lunga tradizione.

 

Mussolini, nel romanzo, definisce il cinema un “megafono”, e asserisce anche che: “Per convincere la gente di una certa idea, un film vale più di cento discorsi, più di mille manifesti, più di qualunque cinegiornale”. Il cinema possiede tuttora questo “potere”, dal tuo punto di vista?

Sì e credo sia inevitabile, tanto più che i film sono tra i prodotti culturali di più largo consumo. Anche se non esiste un’esplicita volontà di persuasione, il cinema ha comunque un grande potere di suggestione e i modelli sociali e culturali che propone hanno un’enorme presa sul pubblico. Basti pensare al ruolo delle donne: il fiorire di eroine femminili è stato allo stesso tempo causa e conseguenza di un cambiamento avvenuto nella società rispetto ai ruoli di genere.

 

A proposito di politica e cinema – strettamente connessi, soprattutto per quanto concerne il cinema di regime -, quale e quanta ingerenza ha la prima sulla seconda, nel panorama contemporaneo?

Mussolini aveva una chiara volontà di “educare” le masse che però si è scontrata con una realtà molto semplice: la gente andava al cinema per divertirsi ed emozionarsi, non per essere indottrinata. Così, i film che avevano più successo all’epoca erano quelli che non avevano una forte impronta propagandistica. Oggi la politica ha capito questa lezione e non ha più la pretesa di controllare il contenuto dei film, ha però la possibilità di condizionare le politiche industriali attraverso la concessione (o meno) di finanziamenti, e questo ha un grande impatto sia sulla qualità delle opere sia sulla vita delle persone che vivono di questo mestiere.

 

Filomena è spesso vittima e “preda” di oggettificazione e violenza: sarebbe stata portavoce del movimento #MeToo, secondo te?

No, perché non possiede una coscienza politica e non è nemmeno consapevole della sopraffazione di cui è vittima. Filomena non critica il maschilismo in cui è immersa perché non riesce nemmeno a vederlo, tutto quello che fa è cercare di sfruttare un sistema governato dal potere maschile per perseguire i propri scopi individuali. Il problema principale di Filomena è che è sola e che nelle altre donne che incontra riesce solo a vedere delle rivali anziché delle alleate. C’è da dispiacersi per lei.

Tu sei anche sceneggiatrice e hai lavorato a serie e soggetti televisivi per, tra gli altri, Endemol e Aurora TV. Dal punto di vista della discriminazione e delle opportunità di carriera per le donne, quali cambiamenti significativi hai riscontrato (se ne hai riscontrati), in questi anni di lavoro?

Ho notato che in festival e occasioni ufficiali si cerca di dare più spazio alle voci femminili ma non è ancora sufficiente per riequilibrare una situazione sbilanciata in favore degli uomini. Quante registe donne ci sono, in confronti agli uomini? Quante capo struttura, quante produttrici, quante direttrici di rete? Il pubblico è per la maggior parte femminile, le protagoniste delle storie sono spessissimo donne ma nel settore cinema e tv i posti di potere sono occupati ancora per lo più da uomini. Nella pratica del mestiere poi, a me è cambiata moltissimo la vita da quando sono diventata mamma: il lavoro della scrittrice è precario e privo di tutele, richiede una continua ricerca, alterna momenti di vuoto a ritmi serratissimi e tutto questo è molto difficile da gestire quando si hanno dei bambini. Qui, però, non si tratta tanto di una questione di genere, quanto di una disperante mancanza di politiche a sostegno della genitorialità.

 

A proposito di femminismo, Assunta, la madre di Filomena, sembra, paradossalmente, essere la più femminista di tutte le personagge (penso, in particolar modo, a determinate scelte legate alla gestione del rapporto con il marito, Enzo): perché? È stata una scelta consapevole?

Anche Assunta, come Filomena, è lontanissima da idee che si possano vagamente definire femministe ma è una donna di carattere e orgogliosa, questo sì. Quando suo marito Enzo viene arrestato, all’inizio si sente perduta ma poi tira fuori risorse inaspettate e capisce di potercela fare anche senza il sostegno di un uomo, anzi diventa gelosa di questa sua autonomia. In questo forse possiamo intravedere un principio di ribellione al dominio maschile.  

 

Chi sono le “Filomena” di oggi? Ne hai incontrate molte?

Il mondo è pieno di Filomene, di ragazze che, abbagliate dal mito del successo, cercano di farsi strada nel mondo dello spettacolo. I social hanno alimentato queste fantasie dando a tutti la possibilità di mostrarsi o quanto meno di mostrare l’immagine che si è costruita per sé e a volte riescono davvero a creare delle celebrità. Credo che provarci sia legittimo, in fondo ammiro il coraggio di chi si mette in gioco, anche sbagliando, anche sopravvalutando le proprie capacità. Penso però che oggi, rispetto all’epoca di Filomena, ci siano molti più modelli ai quali attingere e personalmente trovo triste e noiosa la ripetizione del vecchio cliché della donna a tutti costi seducente, totalmente asservita allo sguardo maschile. 

 

Qual è stato, invece, il film che, su di te, ha avuto lo stesso effetto de L’Angelo Azzurro di Josef von Sternberg su Filomena?

Se intendi il film che mi ha iniziata alla magia del cinema, credo di dover citare tutti quelli della Walt Disney che andavano in onda a cadenza settimanale sulla Rai quando ero bambina. Tre titoli su tutti: Mary Poppins, Un Maggiolino Tutto Matto e Il Cowboy con il Velo da Sposa. Aspettavo con grande trepidazione quell’appuntamento serale insieme a mia sorella e ricordo ancora chiaramente la piacevole sensazione di essere trasportata in un altro mondo, più colorato e avventuroso del reale. Quella sensazione poi mi rimaneva addosso per giorni, fino all’appuntamento con il film successivo.

 

Un’ultima domanda: c’è già una storia a cui stai lavorando e di cui si può sbirciare un po’ nello spioncino?

Al momento sto lavorando come sceneggiatrice per una serie tv dal titolo Il Paradiso delle Signore, e, per vederla, non c’è bisogno di guardare dallo spioncino perché è visibile su Rai 1 ;-). Questo non mi lascia molto tempo per altro, ma una parte di me è sempre alla ricerca di nuove storie. Chissà che una di queste non preda prima o poi la forma di un romanzo…

"La ragazza di Cinecittà" di Silvia Cinelli

"La ragazza di Cinecittà" di Silvia Cinelli

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