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I diritti delle prostitute, quelle donne "buttate via", tradite da tutti

Rivoluzionaria e anticonformista, Elisa Salerno fu la prima a dare una voce alle prostitute, smettendo di considerarle solo come "esseri senza moralità" per parlarne, finalmente, come donne. Tradite da tutti, anche dalla Chiesa.

Il problema della prostituzione non si è esaurito, come forse molti pensavano, con la famosa Legge Merlin e l’abolizione delle case chiuse; anzi, l’argomento è quanto mai attuale e penoso, soprattutto se si pensa alle condizioni di sfruttamento e isolamento sociale in cui moltissime ragazze, costrette alla vita sul marciapiede, sono precipitate da una società che non le accetta e sembra non riconoscerle come donne, ma allo stesso evidentemente non sa o non vuole trovare risposte efficienti per arginarne la presenza.

La verità è che, spesso, di fronte a una situazione drammatica come appunto è la prostituzione perdere la propria umanità e diventare preda di fin troppi facili moralismi e persino di bigottismo è piuttosto semplice, e forse addirittura più agevole rispetto a farsi carico della questione; e la cosa che sorprende, in negativo, è che talvolta a denunciare una evidente mancanza di empatia sono proprio le donne che, come del resto capita in moltissime altre occasioni, sanno essere particolarmente accanite e feroci verso il proprio genere.

Chi fra le donne ha invece avuto molto a cuore il tema della prostituzione è stata Elisa Salerno, vissuta a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento che, proprio in virtù delle sue posizioni ideologiche rivoluzionarie era solita parlare di se stessa come di una persona “nata troppo presto”.

La Salerno scrisse nel 1937 Le Tradite. Prostituzione, morale, diritti delle donne, libro denuncia sulla situazione di donne e ragazze costrette al “mestiere più antico del mondo”, pubblicato però solo nel 1950 sotto lo pseudonimo di Maria Pasini.

Elisa Salerno fu una grande sostenitrice della Legge Merlin, proposta in Parlamento nel 1948 dalla senatrice socialista, ma approvata solamente nel 1958, un anno dopo la morte della Salerno stessa.

Lei, Elisa, era fermamente convinta che “nascondere” le prostitute nelle case chiuse non fosse la soluzione migliore per discutere e trovare una via d’uscita soprattutto al problema dello sfruttamento femminile imposto da quella situazione di passiva accettazione; e oggi, che i tempi sono cambiati e le case chiuse sono un ricordo ormai lontano ma talvolta rispolverato dalle diverse fazioni politiche, possiamo dire che le posizioni di quella che a tutti gli effetti fu tra le prime femministe cristiane erano assolutamente sovversive rispetto a un modo di pensare e di agire che troppo spesso andava di pari passo con la morale cattolica e il bisogno di costruire almeno una facciata di perbenismo.

Non sta a noi entrare nel merito dell’opportunità di riaprire o meno le case chiuse, che indubbiamente non possono essere considerate il male assoluto e nemmeno la via di salvezza assoluta, ma certamente la figura di Elisa Salerno è appassionante e fortemente istruttiva anche per le femministe di generazione 2.0.

Perché, forse per la prima volta, lei rappresentò non solo la donna, ma anche la persona in generale, che analizzò e fece un esame lucido e attento della questione dal punto di vista delle altre donne, quelle coinvolte direttamente, vivendole – in maniera del tutto inedita rispetto alla percezione attuale del tempo che le vedeva solo alla mera stregua di lavoratrici del sesso – finalmente come esseri umani, e soprattutto con quell’idea che poi sarà il fondamento del suo libro: come donne tradite.

Dall’uomo che diceva di amarle e che poi era sparito dalla loro vita lasciandole spesso con un figlio da crescere; dalle famiglie che non avevano offerto loro una possibilità di riscatto e nuova vita; da una società che le usava e, nello stesso tempo, fingeva di non vederle; e soprattutto da una Chiesa incapace di dare difesa e cura, ma anzi colpevole di una doppia morale nei confronti degli uomini e delle donne.

Del resto, la Salerno era stata una voce fuori dal coro fin da quando, nel 1910, era riuscita a realizzare, con l’aiuto e il sostegno del padre, un giornale tutto suo, La donna e il lavoro – chiuso nel 1917 perché privato della qualifica di “foglio cattolico” per via dei temi trattati – a cui seguì Problemi femminili, pubblicato dal 1918, che dovette, come il precedente, chiudere nel 1927 per le censure prima ecclesiastiche e poi fasciste.

Non erano tempi facili per le donne dei ceti medio-borghesi, figuriamoci per le prostitute, socialmente considerate paria; e lei, Elisa Salerno, donna e cattolica, per prima restituì una sorta di dignità e di onore umano a queste donne, la cui sola colpa era “servire al divertimento altrui”, ma che dentro, sosteneva, nascondevano un dolore profondo, segnato dall’abbandono, dall’isolamento e, appunto, dal tradimento: non solo delle persone amate, ma anche dell’intera società e di quella religione che, pure, dovrebbe servire per dare conforto anche e soprattutto agli emarginati e agli invisibili.

Ma un’altra grande novità intellettuale portata da Elisa Salerno fu quella di considerare per prima le donne come artefici dei più grandi massacri, ideologici prima ancora che fisici, verso le altre donne, e di vedere nella prostituzione non il lato “affaristico”, ma quello più intimamente legato allo sfruttamento e, quindi, alla violenza.

Su tutto, poi, Salerno si dichiarava addolorata per l’antifemminismo della Chiesa, di cui non metteva in discussione la fede, ma il rispetto dei precetti scritti nei Vangeli: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Lei, che si definì “lavoratrice del pensiero” studiò da sola ambiti a quel tempo preclusi alle donne, come la teologia, spinta da una fede incrollabile ma che, negli anni, vacillò proprio per il forte contrasto che essa le imponeva rispetto ad un altro tipo di fedeltà, quella ai propri ideali e alle proprie battaglie. In primis, quella per liberare le donne dal giogo della discriminazione.

La sua lotta, a distanza di sessant’anni, è tutt’altro che terminata, ma certamente la sua figura pone un accento diverso su un contesto storico e temporale segnato in pari misura da bigottismo e maschilismo; una voce fuori dal coro, quella di una persona “nata troppo presto”, consapevole di non essere stata accolta e capita nel suo tempo, ma speranzosa di poter aver lasciato un seme per il futuro.

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