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Le ex bambine prostitute da DE-erotizzare di Phnom Penh

Si chiama Slavery Inc: la storia non raccontata del traffico sessuale internazionale, ed è il libro-denuncia dell'attivista messicana Lydia Cacho. La sua indagine parte dai campi di Phnom Penh, dove le baby prostitute salvate tentano di riappropriarsi della loro vita "normale".
Fonte: Randy Snook – SVAY PAK SISTERS Two sisters actively being trafficked in Cambodia.

Lyda Cacho è ormai abituata a vivere da molti anni sotto il peso delle minacce di morte e di ritorsioni, perché, si sa, quando si raccontano verità scomode si finisce con il farsi molti nemici.
E la giornalista e attivista dei diritti umani messicana se ne è “guadagnati” davvero moltissimi, nel corso della sua carriera, a causa delle tante indagini e dell tante accuse lanciate nei suoi lavori, a partire dal primo, Los Demonios del Edén, uscito nel 2005, in cui ha cominciato a occuparsi di pedopornografia e del traffico di esseri umani a scopi sessuali.

In quell’occasione, la donna aveva denunciato, facendone i nomi pubblicamente, importantissimi uomini d’affari messicani che sarebbero stati coinvolti nella rete pedopornografica, e per questo è stata sequestrata dalla polizia messicana nei pressi di un rifugio per le donne da lei fondato a Cancun, sotto la minaccia di stupro o morte. Non molto tempo dopo essere stata rilasciata, poi, paradossalmente la sua fama è cresciuta in maniera esponenziale dopo che è stata resa nota un’audiocassetta in cui un noto politico messicano complottava, contro di lei, con uno degli uomini d’affari menzionati nel libro.

Da allora, la difesa delle donne e dei bambini intrappolati nel giro di prostituzione e pedofilia sono stati al centro del suo mondo, tanto da farle guadagnare, nel 2007, il “Ginetta Sagan Award for Women and Children’s Rights” da Amnesty International, nel 2008 l’UNESCO/Guillermo Cano World Press Freedom Prize, e l’Olof Palme Prize ricevuto dal Parlamento svedese nel 2012, in coppia con Roberto Saviano.
Proprio con il giornalista partenopeo, che con Lydia condivide l’esposizione a minacce di morte e vive sotto scorta dopo aver denunciato i traffici dei Casalesi nel libro cult Gomorra, Cacho ha lavorato a Slavery Inc: The Untold Story of International Sex Trafficking, che si incentra soprattutto sul traffico di ragazze a Phnom Penh, in Cambogia.

Qui sono infatti moltissime le ragazzine che vengono vendute addirittura dalle proprie madri, e che vengono tratte in salvo dagli attivisti, portate in un rifugio dove vengono, con l’aiuto dei terapeuti, “de-erotizzate”, nella speranza che possano abbandonare i manierismi sessualmente carichi che sono stati incoraggiate a usare e possano riappropriarsi a una vita quanto più normale e simile a quella delle coetanee.

Del resto, la situazione cambogiana per quanto riguarda la prostituzione minorile è estremamente grave, per quanto negli anni si sia cercato di frenare il fenomeno; se secondo un articolo di Repubblica del 2009, una bambina su quaranta viene venduta ai bordelli, alcune di queste hanno appena 5 anni, mentre almeno un terzo delle prostitute cambogiane è minorenne, oggi la situazione non sembra essere troppo diversa in un paese ancora caratterizzato da estrema povertà, ragione principale che spinge le famiglie a vendere, letteralmente, i propri figli per farne merce da sesso.

Proprio entrando in uno dei rifugi dove le ragazze sono de-erotizzate Lydia Cacho è partita con la ricerca per il suo coraggioso reportage investigativo.
Lydia, come racconta un articolo del Washington Post, in quell’occasione ha fatto la conoscenza di May, una bambina di soli 9 anni che la colse di sorpresa ripetendo una frase sentita da alcuni uomini prima che gli attivisti la traessero in salvo, liberandola da una vita di prostituzione forzata: “Ecco, piccola… Buon lavoro.”

Così la coraggiosa giornalista messicana accompagna i lettori in un sconvolgente tour mondiale della depravazione umana, per sostenere la sua tesi secondo cui la globalizzazione ha contribuito in maniera fondamentale all’espansione del traffico sessuale.

Lydia Cacho

E nel libro snocciola alcuni esempi, davvero troppi per pensare di essere vicini a una risoluzione radicale del problema: in Birmania, ad esempio, viene a sapere da una donna che è stata venduta a un soldato per l’equivalente di 60 dollari quando aveva 15 anni. La donna è stata brutalmente violentata da una gang, poi rivenduta a un bordello thailandese. In Giappone, Cacho ha incontrato una donna colombiana intrappolata nella cosiddetta “schiavitù del debito” dai trafficanti di esseri umani con il sindacato criminale transnazionale Yakuza. Su un taccuino di Hello Kitty ha tenuto il conto del numero di uomini con cui è stata costretta a fare sesso: 1.320 in appena 11 mesi.

Slavery Inc. ha la trama di uno dei migliori romanzi di spionaggio, ma è tutto, tristemente reale. E Phnom Penh è solo il punto di partenza. Ad Istanbul, racconta Lydia, incontra un misterioso informatore di polizia in un bar. “Non qui”, le dice. Ordina un drink, non lo tocca, poi scivola fuori e “salta su un tram, guardandosi alle spalle”. In una squallida discoteca di Cancun, cerca di diventare amica delle ballerine per ottenere informazioni.

Essere una donna in questo campo investigativo significa dover diventare parte della ‘merce’, ed esca per le mafie – ha spiegato una volta, come riporta l’articolo del Washington Post – mentre un giornalista maschio può fingere di essere uno dei ‘consumatori’.

Gli eroi sono i soccorritori, gli uomini e le donne che salvano le vittime della schiavitù sessuale e cercano di guarirli. Ma non risparmia neppure critiche feroci, come quella verso i politici israeliani che la accusano di travisare la realtà usando statistiche “rosee”, o quella rivolta alle femministe che vogliono legalizzare la prostituzione, o alla polizia e ad altri funzionari nei paesi di tutto il mondo che trattano le vittime con una evidente mancanza di sensibilità.

La volontà politica o la sua assenza è un fattore chiave per capire perché la schiavitù umana sia rimasta una questione orribile; concentrarsi su casi isolati lo fa sembrare un fenomeno criminale, un enigma complesso di storie disparate e individuali, esagerate dalla febbrile immaginazione delle ONG.

Lydia Cacho non ha paura di farsi nuovi nemici; per lei, la cosa più importante è provare a riportare il sorriso sui volti di quelle ragazze che non hanno mai conosciuto la serenità.