La Bibbia è uno dei testi più conosciuti, dibattuti e, soprattutto, interpretati al mondo. Pagine e pagine sono state spese per l’esegesi del testo sacro alla ricerca della ‘verità’ di fede. Inevitabilmente questo ha prodotto delle letture che, cristallizzate nell’immaginario, hanno costituito il fondamento della nostra cultura che dalla religione è, inevitabilmente, condizionata.

La concezione patriarcale della donna deve molto all’interpretazione biblica. O forse sarebbe meglio dire che le parole della Bibbia sono state utilizzate, manipolate, alla luce dello sguardo maschile. È il caso del notissimo passo del libro 3 della Genesi in cui Dio si rivolge a Adamo ed Eva, che hanno appena assaggiato il frutto proibito, così:

Alla donna disse:
«Moltiplicherò
i tuoi dolori e le tue gravidanze,
con dolore partorirai figli.
Verso tuo marito sarà il tuo istinto,
ma egli ti dominerà».
All’uomo disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero,
di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare,
maledetto sia il suolo per causa tua!
Con dolore ne trarrai il cibo
per tutti i giorni della tua vita.

Questa è la traduzione canonica del passo, ma non tutti sono d’accordo con l’interpretazione data a questo episodio. Erri De Luca, ad esempio, che ha tradotto alcuni passi dell’Antico Testamento per i suoi studi, sottolinea come il termine ‘dolore’ sia stato utilizzato nella traduzione del testo biblico con lo scopo di forzare l’interpretazione e far trasparire un senso di condanna dalle parole di Dio. L’autore ne parla in maniera approfondita in un suo lavoro dal titolo Le sante dello scandalo, edito per Giuntina nel 2011.

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Erri De Luca, scrittore e giornalista partenopeo profondamente appassionato del testo biblico, presenta nella serie di racconti che compongono il testo cinque donne rivoluzionarie, contraddittorie e spesso immorali presenti nei testi sacri. Tamàr la Cananea, Rahav di Gerico, Rut la Moabita, Betsabea e Maria, madre di Gesù sono le protagoniste di questa narrazione di un femminile diverso rispetto a quello che abitualmente associamo alla rappresentazione religiosa.

In uno dei capitoli di questo saggio, Erri De Luca dedica spazio alla riflessione su questa cattiva interpretazione, commentando così:

Da qualche millennio è risaputo che la divinità condanna la prima donna a partorire con dolore. Da qualche millennio si spaccia questa notizia falsa. Non che manchi dolore nel parto, manca invece la malintenzione punitiva della divinità. In quel punto cruciale della storia sacra, da cui prende spunto la faccenda del peccato originale, la parola pronunciata nel giardino dice un’altra cosa. Dice alla donna che partorirà con sforzo, o fatica, affanno. Lo dice per constatazione, non per condanna.

Niente condanna al dolore di parto: la parola ebraica «ètzev», e suoi derivati, vuol dire sforzo, o fatica, o affanno. Non è una mia lettura, una mia interpretazione. La parola «ètzev» ricorre sei volte nella scrittura sacra, quattro volte nel libro Mishlé/Proverbi, (5,10; 10,22; 14,23; 15,1), una volta nei Salmi (127,2) e una volta nel giardino. I riferimenti delle sei volte servono a poter verificare quello che sto per dire: cinque volte i traduttori vari rendono «ètzev» con sforzo, o fatica, o affanno. Con deliberata intenzione le traduzioni maschili qui inventano una volontà divina di punire la donna, di caricarle sopra il senso di colpa di un peccato originale da scontare con i dolori di parto.

Si tratterebbe, dunque, della precisa intenzione dei traduttori di creare una punizione divina inesistente. La parola ebraica ‘ètzev‘ viene usata più volte nella Bibbia e sempre col significato di ‘fatica’ o ‘sforzo’, mentre in questo punto diviene una condanna di sofferenza per il corpo femminile. Quella che pensiamo sia una punizione, al contrario, è una semplice constatazione. Il filtro di questa traduzione mistificata è sicuramente da rimandare all’idea che la donna sia la vera colpevole del peccato originale e, in quanto tale, merita una punizione.

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L’autore conclude auspicandosi una correzione definitiva della resa del brano che, in questo caso, rappresenterebbe anche un passo verso una correzione di mentalità.

È importante sottolineare, infatti, che non si tratta solo di una questione di ermeneutica biblica, ma ciò influisce molto sulla nostra concezione di donna e di parto. L’idea che al parto sia legato il dolore è insita in noi e questo da millenni ci porta a ritenere il momento della nascita di un figlio come ‘necessariamente’ doloroso. La sofferenza connessa al parto (come anche quella legata all’apparato riproduttivo in genere) vengono considerate una norma. Sono spesso anche le stesse donne a pensare che questo tipo di sofferenze siano connaturate al loro essere.

Questo ci dimostra come in una sorta di circolo vizioso, complesso da spezzare, la mentalità patriarcale abbia sempre influenzato il modo di vivere la religione e l’interpretazione religiosa abbia contribuito a fomentare il patriarcato.

Articolo originale pubblicato il 11 Maggio 2021

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